MONASTERO MARANGO, "La parola di Gesù crea vita ed è capace di distruggere paure e pregiudizi"

6° Domenica del Tempo Ordinario (anno A)
Letture: Sir 15,15-20; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37
La parola di Gesù crea vita ed è capace di distruggere paure e pregiudizi
1)«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a
dare pieno compimento».
La Legge e i Profeti sono l’intera storia del popolo di Israele, custodita e narrata nelle Sacre Scritture. E’ una storia intessuta di grazia e di misericordia, di promesse e di alleanze, di peccato e di perdono. Compimento di questa storia è Gesù Cristo. L’evangelista Giovanni scrive: «La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo» (1Gv 1,17). Se la Legge è un dono d’amore, Gesù è colui che rivela e dona l’amore pieno e definitivo del Padre, Egli è venuto per chiamare i peccatori, non i giusti (Mt 9,13); per cercare e salvare ciò che era perduto (Lc 19,10). Compimento della Legge è, allora, l’annuncio della misericordia offerta a tutti, non una puntigliosa osservanza di precetti, spesso frutto di tradizioni molto umane, che ci portano a “rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli” (papa Francesco, E.G. 49). Nelle Scritture tutto è importante, perché anche le cose minime, anche le parole meno conduttrici di rivelazione, fanno parte di un insieme, di una narrazione, di una storia di salvezza nella quale tutto è intimamente connesso. La nostra grandezza è anche relativa all’amore che portiamo per i dettagli, per le cose minime.

«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».
Il nostro pellegrinaggio verso la «terra» di Gesù Cristo si realizza praticando una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei. C’è qui una critica violenta ad una certa religiosità esteriore, che si compiace di mostrarsi, di ricevere riconoscimenti, che cerca i primi posti e le rendite di posizione.
Una “giustizia superiore” non è un’osservanza ancora più puntigliosa della Legge, ma gioiosa adesione alla volontà di Dio, accoglienza del Vangelo, è lasciarsi condurre ad ogni istante dalla novità dello Spirito, che apre strade sempre nuove e imprevedibili. La giustizia dei farisei ci rende prigionieri di “un sistema chiuso, incapace di generare domande, dubbi, interrogativi”. La giustizia superiore “ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: si chiama Gesù Cristo” (papa Francesco alla Chiesa italiana, 10 novembre 2015).

«Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”. Ma io vi dico: chiunque si adira contro il suo fratello dovrà essere sottoposto a giudizio».
Alla Legge sacra e intangibile, proclamata sul Sinai, Gesù contrappone le proprie affermazioni: «Ma io vi dico». Nessun profeta avrebbe osato parlare così in proprio nome: la sua missione consisteva unicamente nel trasmettere il messaggio di JHWH; se vi avesse aggiunto qualcosa di proprio, si sarebbe trattato di «commercio» della Parola di Dio, come dirà Paolo (2Cor 2,17). Ma ciò che negli altri era sacrilegio diventa, per Gesù, proclamazione della sua missione profetica. Di più: annuncio della sua potestà divina.
“Non ucciderai”. La Chiesa è una comunità di fratelli, nella quale si impara a vivere secondo la misura della carità perfetta. Ogni più piccola incrinatura nei rapporti fraterni può compromettere la stabilità dell’intero edificio. Nelle relazioni comunitarie anche le parole hanno un loro peso, e possono uccidere. Gesù sa distinguere certamente tra un assassinio e una discussione nella quale scappano anche parole pesanti, ma ci esorta a porre l’attenzione là dove l’azione più violenta ha le sue radici, cioè nel cuore dell’uomo. Avviene nei rapporti umani ciò che abbiamo sottolineato a riguardo delle Scritture: se pur nella gerarchia delle verità, tutto è importante, e tutto è in stretta relazione. La deriva più grave può aver origine dalla leggerezza più banale. “Chi domina la lingua – scrive Ben Sira – vivrà senza liti; chi odia la loquacità, riduce i guai” (Sir 19,6).
Ma occorre anche andare oltre. Mentre stiamo partecipando ad un’azione di culto, portando la nostra offerta all’altare, e ci ricordiamo di rapporti non buoni con il prossimo; oppure quando siamo sulla strada con il nostro avversario, in una lite che sembra non aver fine se non davanti a un tribunale, siamo chiamati, per amore della verità e della pace, a coltivare semi di riconciliazione, a sviluppare una cultura dell’incontro, a camminare sulla via dell’ascolto reciproco e del perdono. Ed è difficile, perché il mondo oggi erige muri di odio da ogni parte, separa i primi dagli ultimi, giudica in base ad appartenenze etniche o religiose, vede nemici ad ogni latitudine. Mi rendo conto che il Vangelo è davvero sale che purifica e brucia le piaghe purulente di questa società, edificata su verità di comodo e aperte menzogne. La parola di Gesù crea vita ed è capace di distruggere paure e pregiudizi, creando relazioni nuove e risanate.
«Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore».
La Legge proibiva l’adulterio, considerato principalmente come violazione di un diritto di proprietà. I rabbini avevano limitato l’adulterio al caso di unione con la donna del prossimo, cioè di un israelita. Gesù afferma invece che l’adulterio del cuore è grave quanto l’atto esterno. Ci vuole coraggio per guardarsi dentro, e fare pulizia nelle proprie soffitte e nelle proprie cantine, dove nascondiamo oggetti altamente inquinanti!
Per questa necessaria pulizia Gesù ci provoca a gesti radicali. Occorre tagliare, gettare via, perdere. Non è facile, ma è necessario, se non vogliamo che tutta la nostra vita perisca nella Geenna. Faccio notare che la Geenna è una valle a sud ovest delle porte di Gerusalemme che era adibita a discarica e a luogo dove gettavano le carogne delle bestie e i cadaveri insepolti dei delinquenti, che venivano bruciati assieme ai rifiuti. Come prospettiva non è il massimo. E’ meglio perdere qualcosa, piuttosto che perdere tutto. In senso positivo: una severa disciplina del corpo e dei pensieri è a favore della vita, non contro!

C’è infine il tema, di grande attualità, del matrimonio e del divorzio. Rimanendo nell’ambito della più grande sicurezza esegetica, possiamo dire che Matteo propone un ideale evangelico e non necessariamente vuole presentare delle leggi disciplinari; anche se è certo che la Chiesa, tenendo conto delle circostanze di tempo, di luogo e di persone, ha diritto di fissare una disciplina per il bene di tutta la comunità cristiana.
Vorrei dire, in grandissima sintesi, aperta a successivi approfondimenti, solo due parole. L’ideale evangelico del matrimonio cristiano tra un uomo e una donna, alleanza fedele e indistruttibile, aperta al dono della vita, va continuamente proposto. L’accompagnamento pastorale delle situazioni segnate dalla fragilità, dall’infedeltà e anche dalla rottura del rapporto, non raramente iniziata a nuove esperienze affettive, è un pressante invito a seguire “la via di Gesù, che è quella della misericordia e dell’integrazione” (Amoris laetitia, 296). Il discernimento dei pastori, che deve aiutare i fedeli a leggere la propria vita alla luce del Vangelo, “deve rimanere sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno” (A.L. 303), secondo “la legge della gradualità” (A.L. 295) e confidando nell’aiuto della grazia.
Siamo tutti invitati, infine, “ad ascoltare con affetto e serenità, con il desiderio di entrare nel cuore del dramma delle persone e di comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il proprio posto nella Chiesa” (A.L, 312).

Sogno una Chiesa che diventi sempre più casa di misericordia. Per tutti.

Giorgio Scatto  
Fonte:MONASTERO MARANGO Caorle (VE)

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