MONASTERO MARANGO, "Non si può servire Dio e mammona"

8° Domenica del Tempo Ordinario (anno A)
Letture: Is 49,14-15; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34
Non si può servire Dio e mammona
1)La prima lettura di questa domenica ci offre un testo molto suggestivo:
«Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue
viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».
Al popolo di Israele, che si lamentava di essere stato abbandonato e dimenticato da Dio, il Signore risponde che lo ama come un figlio, perché il suo amore è indefettibile. Egli si “commuove” per il figlio delle sue viscere: un legame corporale, viscerale, unisce Dio alla sua creatura. Troviamo in Isaia un’altra immagine che ci aiuta a capire come sia l’amore del Signore per noi: «Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» (Is 49,16). Il Signore porta l’immagine di Sion impressa nella sua carne: niente e nessuno ci può separare da lui. Il verbo ebraico che esprime la commozione viene da un sostantivo (ràham) che significa «matrice, grembo», ed indica un amore spontaneo, istintivo. Davvero il cuore di Dio ha delle ragioni che la ragione non conosce, così che il Creatore non può abbandonare suo figlio, anche se questi si è allontanato da casa. E se gli domandiamo da dove gli viene tale forza – o tale debolezza – d’amore, non abbiamo che una risposta, che spiega tutto: «Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,4).
E’ la risposta del Signore al lamento di Israele.

La pagina evangelica di questa domenica appartiene al «discorso della montagna» che, come ce lo presenta Matteo, ci propone la radicalità dell’impegno del discepolo del Signore. Il Regno è ormai vicino, è a portata di mano. Sta a noi scegliere, senza compromessi o giochi al ribasso.
Il nostro testo raggruppa una serie di esortazioni al distacco, nelle quali si avverte l’eco della prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3).

«Nessuno può servire due padroni.Non potete servire Dio e mammona».
La nuova traduzione italiana parla di “ricchezza”. Io, questa volta, preferisco la versione precedente, dove si parlava di “mammona”, che è come la personificazione del denaro, la sua divinizzazione. Il dio denaro è un padrone di cui ci facciamo schiavi e che fa concorrenza a Dio. La contrapposizione tra Dio e il denaro è assoluta, ed esercita su di noi una seduzione che ci conquista. «L’adorazione dell’antico vitello d’oro ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano» (E.G.55). C’è una radicale incompatibilità tra il sevizio di Dio e l’amore del denaro: «Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarme e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano» (Mt 6,19). Il regno annunciato da Gesù è una perla preziosa, un tesoro nascosto; per acquistarlo bisogna liberarsi da ogni legame, rinunciare a tutto, anche a noi stessi, al proprio io, e seguire Gesù. Ma il grande avversario, il principe che vuole asservire questo mondo e si sforza di soppiantare Dio è «mammona», un mostro dalle fauci sempre spalancate che inghiotte ogni cosa, anche i suoi adoratori. Ci sono dei cristiani che pensano di poter servire contemporaneamente a due padroni: da un lato messa e preghiere, e dall’altro la cura smodata dei propri interessi e dei propri affari, spesso violando la legge e calpestando il diritto dei poveri. Il vangelo ci avverte che così non può funzionare. Tutti i beni creati, e dunque anche il denaro, devono servire per creare comunione, per essere condivisi da tutti con equità e giustizia; devono essere occasione di festa e non di lamento.

«Non preoccupatevi della vostra vita, di quello che mangerete o berrete».
In questo tempo c’è davvero da preoccuparsi, perche tutto sembra precipitare in un baratro senza fine. Non tiene più nulla, né la parola data, né l’adesione a principi morali, né un patto tra generazioni. Ognuno corre per sé, e non sa nemmeno lui verso dove stia andando. C’è da preoccuparsi.
Tuttavia l’esigenza del distacco  permane, anche davanti ai bisogni più elementari, come il cibo o il vestito. Stiamo evidentemente dentro ad uno dei paradossi ai quali il Vangelo ci ha abituati. Ma è anche vero che una eccessiva preoccupazione per ciò che pure è necessario, può diventare la prima forma di schiavitù, perché chiude l’orizzonte a beni più grandi e a valori ancora più decisivi del pane e del vestito. Nel nostro brano compare sei volte il verbo greco merimàn, che significa inquietarsi, essere preoccupato, ansioso. Noi tutti ci preoccupiamo della salute, del lavoro, dei figli, ma può capitare che questa “preoccupazione” sia dominante fino a impedirci di vedere la realtà dei fatti. Può essere che l’eccessiva preoccupazione ci tolga lucidità, ci immobilizzi impedendoci di agire, soffochi ogni speranza di futuro. C’è un seme di bene che viene seminato nel cuore dell’uomo, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza «lo soffocano e così non porta frutto» (Mt 13,22).

«Non preoccupatevi».
Non significa non darci pensiero per tutto ciò di cui abbiamo bisogno, quanto piuttosto fare ogni cosa «senza inquietudine», senza turbamento, senza ansietà, sicuri dell’amore del Padre. Gesù ci ricorda l’evidente gerarchia dei valori: «La vita non vale forse più del cibo, e il corpo più del vestito?».
«Cercate, invece,anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia».
Si tratta della “giustizia” prescritta da Dio e che consiste nella santità delle opere e nella perfezione morale del «giusto» che trova in Cristo il compimento di tutta la Legge.
«E tutte queste cosa vi saranno date in aggiunta».Ciò che Dio promette, oltre il regno, è tutto quello di cui l’uomo ha bisogno per vivere. Se eliminiamo l’inquietudine per i beni materiali, considerati come unico orizzonte della vita, collochiamo tutte le cose nel posto giusto: «Tutto è vostro: il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro. Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3,22-23).

«A ciascun giorno basta la sua pena».
La preoccupazione del domani avvelena il giorno presente, senza dare in compenso una maggior sicurezza per l’avvenire. E’sufficiente vivere il compito assegnatoci, da mattino a sera. Rimanendo fedeli a Dio e fedeli all’uomo, nella concretezza di una storia da edificare ogni giorno con perseveranza e amore.
Cercando anzitutto il regno.

Giorgio Scatto
Fonte:MONASTERO MARANGO, Caorle (VE)

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