Padre Paolo Berti, Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti”

VI Domenica del tempo ordinario           
Mt 5,17-37 
“Omelia 
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti”
Bisognava formare nei discepoli un forte senso di identità, differente da quella offerta dagli scribi e
dai farisei. Scribi e farisei avevano un indubbio fascino sulla gente con la loro pretesa di aver scrutato la Legge fino a coglierne i minimi precetti, necessari per giungere alla perfezione. Conseguentemente, nelle comparse pubbliche si atteggiavano a grandi devoti, ma in realtà nel loro interno erano tetri di egoismo. Non mancavano poi di imporre sulle spalle della gente, come condizioni di alta perfezione, pesanti fardelli, ma loro non li toccavano neppure con un dito (Cf. Mt 23,4). Avevano messo in campo ben 613 precetti di perfezione, facendoli passare per illuminate deduzioni della Legge. Al vertice, al tempo di Gesù, c'erano due rabbì di diverse tendenze che facevano scuola e che disputavano tra di loro. La scuola di rabbì Shammai era di impronta rigorista, quella di rabbi' Hillel di impronta più larga. Le due scuole erano ufficiali, perché era consuetudine che i rabbì al vertice fossero due: uno era il presidente del sinedrio e l'altro il vicepresidente. Nella mente dei discepoli di Gesù non poteva che affacciarsi il pensiero che il loro rabbì, per ritagliarsi uno spazio, avrebbe dovuto distanziarsi dalla Legge, tanto questa era stata presa in esclusiva dalle dotte dispute delle due scuole. Da qui le parole di Gesù: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti...”. Gesù afferma, esattamente come i rabbì, che la Legge nessun uomo potrà cambiarla perché voluta da Dio e protetta da Dio. Non un solo iota, non un solo trattino passerà della Legge. Egli non è venuto per abolirla, ma per portarla a compimento. Ciò che viene portato a compimento non può cessare di essere, ma viene ad essere, appunto, nel compimento. La Legge compiuta non è in contraddizione con la Legge, ma ne è la piena fioritura.
Il lievito degli scribi, dei farisei, e anche dei sadducei, era seducente poiché proponeva la perfezione dell'adempimento della Legge e quindi il gradimento di Dio, e per questo Gesù afferma che la loro giustizia, cioè il nucleo ispiratore dei loro precetti, era falso e non portava al cielo ma alla Geenna (Mt 23,13s)
Non muta la Legge che chi uccide deve essere sottoposto a giudizio, non muta e non può mutare, ma muta la portata della parola uccisione. Uccidere non riguarda solo il corpo, ma anche il cuore che può essere colpito aspramente con l'insulto, con lo sfogo dell'ira. Anche l'insulto deve essere sottoposto a giudizio, anche il voler eliminare l'altro diffamandolo come pazzo deve essere sottoposto a giudizio. E queste cose non costituiscono dei precetti minori, perché passano dalla sfera esterna dell'uomo a quella interna, a quella del cuore.
Rimane la legge di non commettere adulterio, ma essa ora arriva a toccare il cuore poiché anche il guardare una donna desiderandola è adulterio; adulterio compiuto nel cuore.
Rimane la legge di dare il libello di ripudio, ma rimane solo per i casi di unione illegittima. Il libello di ripudio aveva in sé la giustizia di lasciare ufficialmente libera la donna e nello stesso tempo di darle un sussidio economico affinché non fosse buttata in una strada. Un sussidio economico in caso di ripudio lo prevedeva già il codice di Hammurabi (1790-1750 a.C). Questa è la legge che rimane, ma non rimane la possibilità di ripudiare una donna legittimamente presa in sposa. Il compimento della Legge non ammette più la durezza del cuore, ragione della concessione del ripudio da parte di Mosè (Mt 19,8) e stabilisce l'indissolubilità del matrimonio, che sarà elevato da contratto a sacramento.
Rimane il non giurare il falso. Il giuramento come prova solenne di verità rimane, non viene proibito, ma non è mai direttamente comandato dalla Legge; così quanto dice Gesù sul non giurare non è in contraddizione sul suo non abolire la Legge. Giurare è sempre un atto che esige coerenza con la vita, ma allora tra persone oneste, che hanno coerenza di vita, non c'è bisogno del giurare, basta la parola data. E in ogni caso non bisogna giurare nell'idea che non nominando direttamente Dio il giuramento non era di grande importanza. Ma Dio è sempre chiamato in causa perché tutto è relativo a Dio.
La Legge era legge d'amore (Mt 22,40), e il suo compimento è Legge d'amore elevata dalla potenza dello Spirito Santo inabitante nel battezzato. L'amore non ha confini nella sua crescita e perciò l'amore considera anche le sfumature, i minimi precetti dettati dall'amore.
Così, chi si ferma alle linee generali del Vangelo e diffonde la mediocrità sarà considerato piccolo nel regno dei cieli, ma chi chiede a Dio di conoscere e vivere i precetti minimi dell'amore, cioè i gradini più alti dell'illimitata scala della carità, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
I “perfetti” di cui parla Paolo sono precisamente quelli che seguono la Legge nel compimento dato da Gesù. Non c'era perfezione nei precetti rabbinici perché mentre sostenevano l'inviolabilità della Legge le andavano contro eludendo la sua sostanza, che è l'amore a Dio e al prossimo. Ma l'essere perfetti, cioè aver accolto e aver aderito al Vangelo, non significa aver raggiunto la perfezione, significa avanzare nel cammino della perfezione, senza mai pensare di averla raggiunta dal momento che la perfezione propone sempre ulteriore perfezione. Proprio il contrario degli scribi e dei farisei che dicevano di aver raggiunto una perfezione che non conosceva nuove vette di perfezione. San Paolo parla di una crescita della conoscenza di Dio da parte dei perfetti, e conoscere sempre più Dio manifestatosi in Gesù Cristo, vuol dire amare, perché Dio è amore. Così Paolo dice nella lettera agli Efesini (1,17): “Vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione (cioè di comprensione profonda del Vangelo) per una più profonda conoscenza di lui”. Così ai Filippesi (1,9): “La vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di discernimento, perché possiate distinguere sempre il meglio”. Ed è la sapienza data dallo Spirito Santo che fa cogliere la Sapienza del Padre, che è Gesù Cristo, nel quale sono nascosti (Col 2,3) “tutti i tesori della sapienza e della scienza”. Lo Spirito Santo è colui che conduce a conoscere, per quello che un uomo può sulla terra (1Cor 13,9), le profondità di Dio. Conoscere vuol dire amare. Chi dice di conoscere Dio e non osserva i comandamenti di Dio è un bugiardo dice l'apostolo Giovanni nella sua prima lettera (2,3). Chi conosce Dio ama, infatti Dio è Amore (1Gv 4,8). E Dio non ci ha dato comandamenti che non siano comandamenti di amore.
Non così gli ipocriti che guardano i comandamenti per farli diventare capi di accusa contro i fratelli, e non forza per liberare i fratelli dal peccato. Così facevano i farisei di allora e così fanno i farisei di oggi, molto più colpevoli perché ad essi è stato annunciato e hanno visto nei santi il fulgore della carità di Cristo. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

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