Padre Paolo Berti, “Non preoccupatevi dunque del domani...”


VIII Domenica del tempo ordinario                    
Mt 6,24-34 
“Non preoccupatevi dunque del domani...”
Omelia 
Il regno dei cieli ha una giustizia che lo regge, cioè delle leggi. Infatti, un regno senza leggi non può
esistere. Appartiene poi ad un regno solo chi vive le sue leggi, altrimenti viene messo al bando. Questo vale per i regni della terra, e per il regno dei cieli, con la differenza che la giustizia del regno dei cieli non è di questa terra, non è semplicemente umana, ma viene dall'alto, promulgata da Cristo, ed ha come realtà la fraternitas dei figli di Dio. Chi vive la fraternitas dei figli di Dio, e la promuove fino alla fine dei suoi giorni, è meritevole di lode quando entrerà nelle reggia del grande re in cielo. Ogni lode viene pronunciata da chi ha il diritto di pronunciarla ed è capace di conoscere la misura del merito di ognuno. Ora è Cristo che ha il diritto di pronunciare ad ognuno la lode o la condanna, ed ha l'infinita capacità di conoscere la vera misura dei nostri meriti.
Paolo dichiara di non avere consapevolezza di alcuna mancanza, ma rifiuta ogni autogiustificazione.
I parametri per definirsi giusti i farisei li traevano dalle opere eseguite, ma eseguite con cuore assente, formalisticamente, misconoscendo il tanto dovuto all'azione della grazia. Dico grazia, perché anche nel Vecchio Testamento Dio agiva con la sua grazia, che tuttavia non raggiungeva il livello di quella dataci dalla nuova ed eterna alleanza, che ha come fondamento l'infinita grazia della presenza di Dio in noi (Gv 3,24; 4,13; 7,39; 14,16-17.21.23; At 5,3; 8,18; Rm 5,5; 8,9.11; 1Cor 2,12; 3,16; 6,19; 2Cor 6,16; Gal 4,6; 1Ts 4,8).
I farisei facevano loro il computo dei meriti e se ne vanagloriavano (Lc 18,10s).
Vero è, invece, che le opere sono sostenute dalla grazia, e anzi è la grazia che in radice permette all'uomo di avere meriti che risplenderanno nella gloria del cielo (Ap 14,13). Ne segue che l'uomo non può stabilire quanto è da ascrivere a lui e quanto alla grazia. Quantizzando, a modo di esemplificazione, voglio dire che il nostro agire in Cristo scaturisce per tre quarti dalla grazia e per un quarto da noi: l'autoproclamazione del merito non può esistere. Con ciò Dio non ci toglie la gioia delle azioni, anzi la gioia ci porta al ringraziamento e alla lode a Dio per averci dato la grazia di poter fare ciò che abbiamo fatto secondo il Vangelo. San Paolo aveva la consapevolezza di non essere nel peccato e da ciò la certezza morale di essere nella grazia di Dio; una solida certezza morale basata sulla universale volontà salvifica di Dio e sulla volontà che aveva di essere di Dio, nell'osservanza della sua Parola.
Paolo, dunque, ci invita a non giudicare del nostro merito, poiché Cristo è il nostro giudice. Giudice nostro, nel giudizio particolare di ogni anima immediatamente dopo il trapasso. Giudice nel giudizio universale, che si avrà alla risurrezione dei morti, dove sarà ricomposta l'integrità dell'uomo.
Allora, lo scrigno della storia sarà aperto davanti a tutti e sarà chiaro l'intreccio delle azioni, i pensieri segreti: tutto sarà conosciuto da tutti. E al giudizio universale parteciperanno, in unione con Cristo, tutti i salvati (Cf. Mt 12,41-42; 1Cor 6,2).
Se tutto sarà manifesto alla fine, non è però che ora non si possa saper nulla degli altri. Possiamo sapere, ma non direttamente leggendo i cuori, e quindi non con la capacità di avere tutti gli estremi di un'azione. “Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt 7,16) ci ha detto Gesù; dai frutti e non con esatta valutazione delle responsabilità e dei meriti. Tuttavia, se non riusciamo a tanto non vuol dire che dobbiamo essere dei diffidenti. Chi diffida sono i poveri uomini che disperano che nel cuore degli altri ci siano desideri di verità e di onestà. Vero che in certi momenti cupi, cupi, è meglio essere molto vigilanti e prudenti per non cadere in tranelli (Mt 10,17), ma non si deve mai giungere a fare della diffidenza una regola di vita, poiché la carità “tutto crede, tutto spera” (1Cor 13,7).
Gesù ci invita ad avere fiducia in Dio circa il domani, riguardo al mangiare, al vestire, e in ciò gli uomini spendono le loro energie.
Il domani per gli uomini troppo spesso si esaurisce in una visione limitata alla terra. La preoccupazione per il domani li investe tanto da perdere di vista il domani eterno. Il domani sulla terra, ci dice Gesù, non deve darci preoccupazioni se amiamo Dio, perché il Padre sa di quanto abbiamo bisogno, e provvederà. Non dobbiamo occupare l'anima nel pensiero del domani, al domani penseremo quando sarà domani, poiché “il domani si preoccuperà di se stesso”, cioè Dio non ci abbandonerà domani. Quello che dobbiamo fare oggi è innanzi tutto cercare “il regno di Dio e la sua giustizia”. Il resto, il mangiare, il vestire, ecc. ci sarà dato “in aggiunta”.
Non bisogna pensare che non sia necessario l'impegno del risparmio per avere di che vivere, ma Gesù vuole disancorarci dall'affanno per il domani che ci spinge fino al punto di farci parassitare da esso.
“Cercare il regno di Dio e la sua giustizia”, ecco il fatto centrale da perseguire incessantemente. “Cercare”, non vuol dire non averlo trovato; non si potrebbe cercare ciò di cui non si conosce nulla, né desiderare ciò di cui non si è sperimentato nulla, ma vuol dire tendere all'appartenenza ad esso in modo sempre più intenso; tendere all'infinito senza soste, per appartenervi un giorno nella gloria celeste. E il regno ha “la sua giustizia”, che è l'amore, la carità.
Proprio in una società fortemente tecnologica e interdipendente come la nostra è necessario più che mai cercare il regno dei cieli e la sua giustizia. In una società legata all'agricoltura bastava la buona stagione per far procedere tutto, a meno di guerre e di epidemie. Oggi, in una società fortemente urbanizzata e tecnologica, le cose sono molto più complesse. Più che mai oggi dobbiamo cercare il regno dei cieli e la sua giustizia. Il regno dei cieli che si stabilisce dentro di noi, se lo vogliamo accogliere. Il regno di Dio che è tra noi, in mezzo a noi (Lc 17,21), stabilito in una giustizia che ha come anima l'amore verso Dio e verso i fratelli.
Tanto più i popoli si scoprono interdipendenti, tanto più hanno bisogno di cercare il regno dei cieli e la sua giustizia, e devono domandare al Padre: “Venga il tuo regno”.
L'uomo d'oggi quando pensa al domani pensa al domani tecnologico, ma non a quello che sarà di lui in quanto uomo. Il futuro del suo domani è la tecnologia e non vuole andare oltre tale domani, oltre il domani terreno.
Una vera frenesia per il domani che dimentica l'oggi. Dimenticare l'oggi è drammatico perché significa non riflettere, non rispondere agli interrogativi profondi del cuore, significa eludere le voci della misericordia divina. “A ciascun giorno basta la sua pena” ci dice Gesù, mentre accolliamo ad ogni giorno tutte le paure per il futuro, e così l'oggi ci diventa insostenibile e lo fuggiamo ricorrendo al sogno di un domani che fugge, che fugge dopo averci dato i suoi sorrisi ingannatori.
Gesù ci dice di avere la saggezza di vivere l'oggi, nella fiducia che Dio ci aiuterà sempre e che il vero nostro domani sarà nel cielo.
Israele sottoposto alla sferza dell'esilio a Babilonia per non avere pensato di vivere bene l'oggi, ed essersi ossessionato per il domani disse: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”, ma Dio non abbandona mai. Dio non rinuncia mai alla sua opera di salvezza dell'uomo. Mai sarà lecito ad alcuno dire: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Fonte:http://www.perfettaletizia.it

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