Paolo Curtaz,"In deserto"

Commento al Vangelo di domenica 5 Marzo 2017 - Paolo Curtaz
In deserto
Un po’ di deserto, finalmente.
Almeno ci proviamo. Per fare argine, per cercare di guardare in alto. Per fare in modo che la nostra
anima ci raggiunga. Ci proviamo, perché nel deserto ci stiamo tutti i santi giorni della vita. E sappiamo bene cosa significa avere fame.
Di soldi, di sicurezze, di luce, di pace, di amore.
Una gran fame, ad essere onesti.
E sappiamo anche cosa significa scegliere. E sbagliare. E farci trascinare dall’onda di quello che gli altri pensano e vogliono per noi.
Nessuno osa più chiamarle tentazioni, le scelte che dobbiamo fare.
Perché questa parola, tentazioni, richiama ammiccanti e usurate immagini patinate degli anni ’70, in cui anche la sessualità aveva un qualche pudore e la trasgressione era innocente.
Allora perché facciamo quaresima?
Se siamo già nel deserto, se siamo costantemente messi alla prova, a cosa ci servono questi quaranta giorni? In cosa si distinguono dalla solita, massacrante, inutile quotidianità?
Per due ragioni.
Non siamo soli ad entrare nel deserto. C’è con noi il nuovo Adamo, il Signore Gesù.
Ed è lo Spirito a spingerci, non gli eventi della vita.
Vogliamo fare deserto.

In solitudine
Chi studia i vangeli ci dice che questa è una pagina riassuntiva di tutta la vita di Gesù. Come se l’evangelista Matteo avesse voluto concentrare qui la lotta e il discernimento che, continuamente, il Signore ha dovuto affrontare lungo tutta la sua vita.
Come se l’evangelista volesse riordinare le diverse tentazioni cui siamo sottoposti. E riaffermare alcune cose essenziali.
La prima è che non siamo soli nel deserto della vita.
Gesù è solidale, è con noi, si spinge nel deserto. Lo fa come scelta, sospinto dallo Spirito.
Perché il deserto può essere un abisso di solitudine. O il luogo per ritrovare se stessi.
Un inferno. O un paradiso.
È lo Spirito che stabilisce in noi lo spirito con cui viviamo.
Possiamo vivere gli eventi della vita con uno sguardo radicalmente diverso.
Positivo o negativo. Come condanna o come opportunità.
Gesù ci insegna a fare della fatica una grazia.
E ad affrontare le tentazioni.

Diabolos
Vorrei parlare subito delle tentazioni ma, ahimè, mi tocca parlare del diavolo.
Perché oggi è difficile parlarne con un linguaggio comune condiviso, evangelico, chiaro, semplice.
Il nostro è un mondo che irride certe cose. E poi ci costruisce sopra i film horror. E anche fra i cristiani fatico a parlare di lui, perché molti sono spaventati o ossessionati e vedono il diavolo ovunque, mettendolo al centro della loro fede.
Là dove al centro c’è il vittorioso, Cristo.
Voglio essere chiaro, allora, ed evangelico.
Esiste il diavolo, ed agisce.
Opera nelle tenebre, ci vuole allontanare da Dio e da noi stessi.
Ma non lo fa, salvo casi eccezionali e sporadici, invasando le persone. La sua è una proposta suadente, ragionevole, continua. Non ama le tinte forti, preferisce i grigi. E le nebbie, in cui anche il male appare accettabile, una scelta minore.
E fa il suo mestiere di diabolos, colui che divide.
Ci divide da Dio. Ci divide da noi stessi. Ci divide dalla luce.

Le tentazioni
Matteo riassume in tre grandi temi le tentazioni e le scelte che ogni discepolo è chiamato a fare nella sua vita.
La tentazione del pane, quella di lasciare che le preoccupazioni del quotidiano, gli affanni – ricordate? – occupino tutto il nostro tempo e la nostra vita. E cose come il lavoro, il mutuo, la casa, da oggetti diventano idoli e ci tolgano il sonno.
Siamo chiamati ad essere realisti, ma ricordandoci di cercare prima il Regno e tutto il resto ci verrà donato in sovrappiù.
La tentazione di un messianismo d’effetto, travolgente, la fede in un Dio interventista, che fa miracoli, che stupisce, che abbaglia. Così tanto cercato, purtroppo, anche da molti fra noi che cercano il Dio dei prodigi senza vedere il Dio incarnato delle piccole cose.
La tentazione del compromesso col potere, con ogni potere. La via di mezzo come prassi per annacquare il vangelo, per renderlo innocuo, per affossarlo.
Ed è abile, il diabolos, ragionevole. Cita la Parola, che conosce!, propone a Gesù cose ragionevoli, plausibili. Certo: curarsi del proprio corpo, stupire le persone con i miracoli, fare qualche accordo con i potenti, religiosi e politici, del tempo, avrebbe sortito qualche effetto maggiore di quel fuoco di paglia che è stata la sua vita pubblica.
Gesù ha scelto. Non ha la Parola sulle labbra, ma nel cuore.
Il suo sarà un messianismo libero dai compromessi, che vola alto, che entra nel cuore e nell’anima.
Povero illuso.

Quaranta giorni
Israele, nel deserto, imparò a diventare popolo.
Liberato ma non ancora libero, sperimentò il proprio limite a partire dal deserto.
Gesù, spinto dallo Spirito, ha usato quel tempo per decidere che tipo di Messia diventare.
Noi, adesso, ora, qui, per guardare a che uomini e a che donne siamo diventati.

Fonte:http://www.tiraccontolaparola.it/



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