CARLA SPRINZELES, "Vedi quanto ama!"

Commento su Giovanni 11,1-45
Carla Sprinzeles  
V Domenica di Quaresima (Anno A) (02/04/2017)
Vangelo: Gv 11,1-45 
Il messaggio che ci viene dato in questa domenica di quaresima è un messaggio di concretezza
straordinaria, perché indica con chiarezza il coinvolgimento profondo di Gesù nell'amicizia con Marta Maria e Lazzaro. Giovanni insiste molto su questo aspetto: "Gesù amava molto Marta, Maria e Lazzaro", poi sottolinea la commozione di Gesù, quando dice che scoppiò in un pianto dirotto. E dice ancora, quando andò nel sepolcro, che era: "ancora profondamente commosso". Gesù non aveva la scienza infusa, seguiva un cammino reale, umano. Gesù era giunto a un tipo di amore maturo, oblativo, radicalmente gratuito e creatore. Vedendo il suo pianto e la sua tenerezza nei confronti di Marta e Maria, dicono: "Vedi quanto ama!"
Il segno distintivo dei cristiani dovrebbe essere questo. Gli altri dovrebbero dire di noi: "Vedete come si amano!" Noi spesso siamo aggrappati a noi stessi, al nostro modo di vedere le cose, chiusi in noi stessi, che è l'espressione di una incapacità di amare!
Un altro messaggio di oggi è che l'azione di Dio è in grado di annullare la potenza di morte: Gesù ha messo in moto per Lazzaro la sua forza di amore ed è riuscito a renderlo un evento "per la gloria di Dio". Anche nella nostra vita ci sono situazioni di morte, non possiamo evitarle: quello che è necessario è riconoscerle e renderle situazioni vissute per la gloria di Dio. Accogliere lo Spirito di Gesù, da diventare viventi, da ritornare nel cammino della vita, da donare la vita agli altri.
EZECHIELE 37, 12-14
La prima lettura è tratta dal libro di Ezechiele, indica la promessa di Dio: "Aprirò le vostre tombe", questa è l'opera dello Spirito di Dio. La vera rinascita dell'uomo avviene perché Dio comunica a noi il suo Spirito.
Il profeta Ezechiele, dopo aver proposto la visione delle ossa aride, che per intervento dello Spirito di Dio riprendono vita, riferisce il lamento dei deportati in Babilonia, i quali ossessivamente ripetono: "Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti". Sembra che i lamenti degli esuli tolgano forza alla vigorosa visione della risurrezione delle ossa aride. Non è così. La parola divina interviene con il comando rivolto al profeta Ezechiele perché trasmetta agli esuli il messaggio della visione ricevuta.
L'immagine del cimitero con le tombe sigillate, che vengono scoperchiate e i morti sorgono da queste tombe si riferisce al ritorno dei deportati nella loro terra. Il profeta vuol dire che questo ritorno non è una semplice conseguenza di circostanze storiche, ma una manifestazione prodigiosa dell'amore del Signore per il suo popolo.
La spiegazione della visione prosegue nel riposo nella terra e nel dono dello Spirito di vita. Ancora una volta riappare la formula di riconoscimento della sovranità potente di Yahwhè, il quale non si limita a parlare, ma con la parola realizza efficacemente quanto promette: "Saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò".
Ezechiele, da portavoce dell'impotenza umana, diventa messaggero dell'onnipotenza divina, che fa di un popolo desolato, preda del potere ossessivo della morte, una comunità ricca di speranza.
Il linguaggio di Ezechiele inaugura un linguaggio davvero nuovo, le cui potenzialità si svilupperanno nel tempo, si esplicheranno in situazioni in cui la risurrezione dei morti apparirà come la vera risposta di Dio alla sofferenza dei giusti e dei martiri. Si fa largo la speranza della vittoria sulla morte, la restituzione dell'uomo all'integrità del suo essere, fatto non solo di spirito ma anche di corpo.
GIOVANNI 11, 1-45
Il passo del Vangelo di oggi, come avete sentito ci parla del "segno" di Lazzaro, amico di Gesù, richiamato alla vita. Gesù dice: "Questa malattia non è per la morte ma per la gloria di Dio". Tutto quello che succede, anche l'irreparabile come la morte, nasconde un bene più grande di quello perso. Come per le sorelle di Lazzaro, è più comodo fermarsi alla situazione immediata: "Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto". Si trovano sempre dei "se.., non sarebbe capitato", come se si potesse tornare indietro e ridistribuire le carte. La vita invece è sempre davanti, ricca d'inedito per chi, nel presente, non si ferma a rimpiangere il passato.
In questa presentazione della morte di Lazzaro sono raccontate, a livello simbolico, tutte le malattie dell'uomo, nonché il percorso che il malato deve fare per arrivare alla guarigione. E non solo lui, "l'infermo", ma anche tutti coloro che custodiscono la sua malattia, che a loro insaputa coltivano un senso d'onnipotenza, o almeno di potere, su di lui che ha bisogno di cure, di consolazioni. Quanti bambini contraggono tutte le malattie solo perché la madre ha bisogno di sentirsi buona e riesce ad esserlo solo quando i figli sono bisognosi delle sue cure!
In questo testo sono descritti tutti i comportamenti possibili di fronte alla sciagura: c'è chi piange, non esce di casa, fa il lamento, chi invece esce fuori di corsa, si agita, chi infine rimprovera Dio. C'è anche forse il turbamento di chi attribuisce la sciagura al proprio peccato: se Dio non interviene, è perché non me lo merito. Come se le umane resistenze al bene potessero porre un limite alla tenerezza dell'Amore.
Tutti questi atteggiamenti sono distrazioni con il vero essere messo di fronte ll'imprevisto, alla contrarietà, all'insicurezza, alla radicale solitudine ontologica. Per essere vita, l'esistenza deve poter essere una successione di morti. Gli antichi raffiguravano la morte come un fiume da passare. Talvolta però il ponte sembra non esserci. Bisogna avventurarsi ma il passaggio fa paura. Si rimane fermi sulla riva. Disperarsi, agitarsi, lamentarsi sono tutti modi per evitare di mettersi in piedi nell'acqua, che significherebbe perdere le sicurezze.
E' facile accusare Dio. La sua apparente assenza dalla storia, diventa pretesto per un ateismo pratico anche da parte di chi si ritiene credente. Di fronte al male, alla morte sentita come irrimediabile sconfitta della vita, c'è la risposta del buon cristiano che conosce il catechismo: "So che risusciterà nell'ultimo giorno" e intanto piange.
Gesù fa passare Marta da una fede di testa a una fiducia viscerale nella vita: "Io sono la resurrezione e la vita", ma senza ottenere da lei che percepisca il senso profondo di quello che sta avvenendo. Prima che Lazzaro morisse, né lui né le sorelle erano viventi. Ora, la gloria di Dio è l'uomo vivente, non solo perché è il Dio della vita - che è ancora un modo di dire per estrometterlo dal nostro mondo, dalla nostra esistenza - ma perché è la Vita che si manifesta come tale in ogni vivente.
Crederci è accettare di non fuggire per cogliere il più che è offerto. E' capire che la realtà tangibile, qualsiasi avvenimento, persino qualsiasi sofferenza, sono metafore della vera vita nascosta alla radice di ogni esistenza. "Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate" che la vita è, che la morte è solo un'altra forma dell'essere. Se il sole è offuscato dallo smog, perde per questo il suo fulgore? "Lazzaro, vieni fuori...scioglietelo e lasciatelo andare!"
Amici, l'uomo è chiamato a venire fuori da tutte le sue morti, il Signore della vita chiama tutti a libertà. Ogni situazione negativa nasconde un bene più grande di quello perso. Questa settimana riflettiamo e viviamo questa realtà.

Fonte:http://www.qumran2.net