D. Gianni Mazzali SDB, "La SETE DEL MONDO"

26 marzo 2017 | 4a Domenica di Quaresima - A | Omelia
La SETE DEL MONDO

Percepiamo oggi un diffuso e da più parti riconosciuto bisogno di guide, di uomini carismatici che, ricchi di visione e di ideali, rappresentino un punto di riferimento forte e rassicurante. Appaiono
sempre più precari e inaffidabili i curricoli, i titoli ufficiali di candidati che, alla prova dei fatti, rivelano orizzonti miopi, generano insicurezza e più spesso seminano sconcerto e delusione. Il tessuto sociale e civile si lacera, si moltiplicano profeti minori che si presentano come liberatori e innovatori e lo sconcerto generale polverizza e frantuma le giuste aspettative della gente. Ci si sente assaliti da una miriade di proposte che, alla prova dei fatti, generano sfiducia. Ci sentiamo in qualche modo rappresentati dal cieco nato e vorremmo poter dire con lui: "Ero cieco ed ora ci vedo". Per lui è stato determinante l'incontro con un uomo, una guida autorevole, osteggiata dal potere ufficiale, da cui ha ricevuto il dono della luce. E' una luce che viene donata, una luce sfolgorante che viene dal cuore.

OLTRE LE APPARENZE

La dialettica tra ciò che appare esternamente e ciò che è vero al di là delle apparenze è al centro del brano dal primo libro di Samuele che viene letto oggi: "Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l'ho scartato, perché non conta quel che vede l'uomo: infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore". Sono le parole di Dio in riferimento a colui che dovrà essere re di Israele. Lo sguardo di Dio raggiunge la sostanza profonda della persona e non viene deviato dagli accidenti, da ciò che si vede e si constata con chiarezza dall'esterno. Lo sguardo di Dio mira al profondo, ci raggiunge nell'intimo della nostra mente e del nostro cuore e non è possibile deviarlo, impedendogli di svelare noi stessi a noi stessi.
Possiamo leggere nelle parole di Dio una salutare provocazione e un pressante e rassicurante invito. La provocazione mira a denunciare la banalità e i luoghi comuni che determinano una sorte di luce amorfa che tende ad avvolgere tutti: la preoccupazione spasmodica per la propria immagine, la convinzione pragmatica che ad ognuno basta la sua verità, l'insistenza patologica sul proprio benessere e la propria autorealizzazione. E così si smorzano i guizzi, i bagliori, la luce piena con tutta la sua penetrante energia. Le apparenze, le convenienze, i bisogni indotti, occultano il cuore, lo comprimono e rischiano di atrofizzarlo. La Parola contiene oggi un invito forte, forse anche accorato, a non accontentarsi di una luce grigia, ma di puntare ad uno sguardo profondo, penetrante come l'occhio di Balaam, che ci aiuti a raggiungere e a sbaragliare le nostre oscurità, addirittura la nostra cecità.

VEDERE E NON VEDERE

La dettagliata narrazione della guarigione del cieco nato del capitolo 9 di Giovanni va tuttavia considerata nel suo insieme per poterne raggiungere il nucleo più profondo. Giovanni sviluppa, con il suo stile a cerchi concentrici proponendo e poi riprendendo il tema, la dialettica tra il vedere e il non vedere. In questo siamo nella stessa linea del brano del libro di Samuele: vedere e credere di vedere. Possiamo anche individuare, senza forzare troppo il testo, una sorta di "nobile ironia": un cieco che ci vede davvero e tanti vedenti che sono ciechi e tali vogliono rimanere. Un cieco che evidentemente riconosce un handicap che lo condiziona dalla nascita e i sapienti ufficiali che non riescono a vedere al di là della loro posizione sociale, del loro potere, dei loro privilegi. Giovanni ci propone la buona notizia di Gesù che dona la vista vera, ribadendo in tanti modi i due livelli di lettura: quello del vedere fisico e quello del non vedere spirituale. Ecco i due atteggiamenti: "Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla" e "Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?".
Consentiamo che la dialettica di Giovanni ci raggiunga e ci faccia riflettere sul nostro vedere e non vedere. Il cieco sa di non vedere e apprezza il dono ricevuto e chi gliel'ha fatto. I Farisei si trincerano nella loro rassicurante verità e sfuggono a ciò che è palese, negando l'evidenza. Emotivamente siamo tutti per il cieco nato, ma, alla prova dei fatti, più spesso siamo rappresentati dalla sicumera e dalla sfrontatezza dei Farisei. Possiamo ricevere un dono soltanto se lo riconosciamo come tale e lo apprezziamo. E di una luce che illumini e riscaldi il cuore e la mente certamente sentiamo tutti il bisogno!

FIGLI DELLA LUCE

Nelle parole di Paolo cogliamo una conferma dell'invito pressante che abbiamo percepito e analizzato: "Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità".
Paolo in fondo sillaba e svela allo stesso tempo i miracoli che la luce di Dio può operare in noi se non ci avvitiamo su noi stessi, applicando a noi il monito accorato di Gesù: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane".
Vale la pena affidarci alla rassicurazione di Paolo: "Cristo ti illuminerà".

"La vita è una grande avventura
verso la luce".

(Paul Claudel)
Don Gianni MAZZALI sdb
Fonte:http://www.donbosco-torino.it/