di p. José María CASTILLO"ANDO’, SI LAVO’ E TORNO’ CHE CI VEDEVA"

Commento al Vangelo
ANDO’, SI LAVO’ E TORNO’ CHE CI VEDEVA
di p. José María CASTILLO
Gv 9,1-41
[In quel tempo Gesù] passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono:
«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi.
Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
Questo racconto, lungo e minuzioso nei dettagli, è pensato e redatto per sfociare nel momento finale e culminante: l’atto di fede che fa il cieco da poco curato quando si prostra davanti a Gesù, un atto di fede che non è fede in Dio o nel Figlio di Dio, ma fede nel Figlio dell’Uomo (Gv 9, 35.38). L’espressione “Figlio dell’Uomo” nei vangeli è usata solo da Gesù, da nessuno più. È stata una novità introdotta da Gesù in quella cultura. Si tratta di un’espressione semitica, “bar ‘adam”, “figlio di Adamo”; o il suo equivalente “bar nasa”, “figlio di uomo”. “Adamo” è lo stesso che “uomo” (Gen 4,25; 5,1.3-5; 1Cr 1,1; Tb 8,6; Sir 49,16), il collettivo umano (Gb 14,1; Sal 8,5; 104,14) (X. Léon-Dufour). Dire, quindi, “figlio di Adamo” è lo stesso che dire “l’uomo”, l’”essere umano” (Is 51,12; 52,14; Sal 8,5; 45,3…) (L. Alonso Schökel, J. Mateos, V. Hampel, J.D.G. Dunn). Quindi il vangelo di Giovanni racconta un percorso molto difficile, che ha come epilogo finale e conclusione la fede nell’uomo.
Il percorso è terribile. L’iniziativa è di Gesù, poiché non si fa neanche cenno al fatto che il cieco possa essere curato (Gv 9,6 s). E, non appena incomincia a vedere, incominciano anche le difficoltà: i vicini dubitano (Gv 9, 8-10), i suoi genitori lo abbandonano e non prendono le sue parti (Gv 9, 20-21), i capi religiosi lo insultano (Gv 9,28) ed alla fine lo scomunicano come uno “nato tutto tra i peccati” (Gv 9,34). Si tratta, quindi, di un percorso di crescente solitudine: lo abbandona la società, lo lascia solo la famiglia e lo scomunica la religione.
Bisogna passare per tutto questo per credere veramente. Ma credere in cosa? In chi? In Dio? No. Nel Figlio di Dio? Neanche. Si tratta di credere nell’uomo. Questa è la cosa più difficile. Perché questo richiede un percorso di spoliazione da tutto quello che ci impedisce di essere in piena sintonia con l’umano, di credere nell’umano. Noi uomini siamo disposti a porre la nostra fede nel potere, nell’onore, nel denaro, nella scienza, nell’esoterico ed in ciò che è strano. Crediamo nelle divinità, nei miracoli, nei riti, nei santi e nei guaritori. In quello che sia. La rovina dell’umanità è che non crediamo nell’uomo, nell’essere umano. Per questo non lo rispettiamo, non lo trattiamo come merita, non lo amiamo, chiunque sia e comunque si comporti. Siamo ciechi. Ed i fanatici della religione sono i più duri nemici dell’umanizzazione dell’essere umano. Si trovano più a loro agio nella loro cecità ed nell’alimentare la cecità di tutti noi che non riusciamo a prendere sul serio la fede nell’essere umano. E questo è l’aspetto decisivo. Non solo per quello che è in sé l’essere umano. Oltre a ciò, perché nell’essere umano si è incarnato Dio (Gv 1,14) ed in lui prima di tutto incontriamo Dio. Secondo il Vangelo, non possiamo credere nel Dio di Gesù se non crediamo nell’essere umano. Non possiamo rivolgere la nostra attenzione a Dio se non rivolgiamo la nostra attenzione all’”essere umano”.

Fonte:http://www.ildialogo.org

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