Don Marco Ceccarelli, Commento II Domenica Quaresima “A”

II Domenica Quaresima “A” – 12 Marzo 2017
I lettura: Gen 12,1-4
II lettura: 2Tm 1,8-10
Vangelo: Mt 17,1-9
- Testi di riferimento: Gen 22,18; 26,4; Es 24,15-16; Dt 18,15; Sal 2,7; 72,17; 104,2; Sir 44,21; Ger
4,2; 7,23; Ez 1,28; Mt 3,17; 26,30.36-46; Mc 16,12; At At 3,22-23; 6,15; Rm 6,6; 8,17.29; 12,2;
1Cor 15,49-53; 2Cor 3,18; 4,6.16-18; Gal 3,8.14-16; Ef 4,22-24; Fil 3,10.20-21; Col 3,9-10; Eb 2,9-
20; 1Pt 4,13; 2Pt 1,16-18; Ap 1,16-17
1. Prima lettura. La chiamata di Abramo e la sua obbedienza a tale chiamata segnano l’inizio di una
nuova fase per l’umanità. Quell’umanità che a partire da Gen 3 era stata descritta sempre più in separazione
da Dio, conseguenza della disobbedienza a Lui, ora trova in Abramo la possibilità di ribaltare

la maledizione causata dal peccato. Con Abramo appare sulla terra la “conversione”. La
conversione si manifesta nella rinuncia a seguire la propria volontà per obbedire a Dio. Con Abramo
la creatura ritorna ad essere quello che è, una creatura che dipende dal Creatore. Con Abramo
appare sulla terra qualcuno che si fida di Dio e che è disposto ad obbedire anche contro le apparenze,
contro ogni speranza. Grazie all’obbedienza di Abramo la benedizione può arrivare a tutta l’umanità.
Questo ovviamente non va inteso come qualcosa di magico, ma nel senso che i figli di
Abramo dovranno essere un segno in mezzo alle nazioni della bontà di Dio e del fatto che si può e
si deve fidarsi di Lui. Quello che Abramo ha fatto dovranno continuare a farlo i suoi discendenti.
Non solo in Abramo, ma anche (e soprattutto) nella sua discendenza saranno benedette tutte le nazioni
della terra (Gen 22,18; 26,4; 28,14; At 3,25). Per san Paolo tale discendenza è Cristo (Gal
3,16). È nella fede in lui che le genti riceveranno la benedizione. Cristo come nuovo Abramo ha testimoniato
la bontà di Dio anche contro le apparenze, non accettando l’inganno del demonio, facendo
la volontà del Padre. I cristiani, come figli di Abramo per la fede, in mezzo alle genti danno testimonianza
alla bontà di Dio, nella misura in cui, come Cristo, rimangono saldi di fronte alle tentazioni.
2. Il Vangelo della trasfigurazione (alcuni aspetti).
- Ogni seconda domenica di quaresima è dedicata all’episodio della trasfigurazione di Gesù. Viene
dunque spontaneo chiedersi perché, come tale episodio sia relazionato a questo tempo liturgico. La
Colletta (la preghiera iniziale) della domenica precedente indicava la quaresima come il “segno sacramentale
della nostra conversione”. Essa vuole presentare la necessità di una trasformazione, di
un cambiamento che deve avvenire nella nostra realtà. È il dinamismo della salvezza. La salvezza
produce un cambio sostanziale. Produce il passaggio dalla schiavitù alla libertà, da una condizione
di miseria ad un’altra di felicità, da uno stato di tristezza ad uno di gioia. La salvezza cambia qualcosa
in me e non solo fuori di me. Così la conversione consiste in una trasformazione, nel passaggio
da una realtà ad un’altra [i brani evangelici delle prossime tre domeniche metteranno in evidenza
questo aspetto].
- Gesù è la piena rivelazione di Dio. Il “monte alto” (v. 1) rappresenta simbolicamente il Sinai, dove
Mosè e Elia hanno ricevuto una rivelazione da Dio e hanno conversato con Lui. Essi sono i due più
grandi rivelatori di Dio dell’Antico Testamento, soprattutto per quanto riguarda la difesa del culto
all’unico Signore. Ora, Dio conversa con loro – su di un monte alto, simbolo del Sinai – nella persona
del suo Figlio diletto (v. 3). In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 3,9).
Gesù non è soltanto uno dei rivelatori di Dio, un profeta come Elia, un legislatore come Mosè. Lui è
Dio stesso; chi vede lui vede il Padre (Gv 14,9). E in lui Dio si rende accessibile perché, nonostante
la sua insostenibile gloria, si è abbassato, si è conformato agli uomini, perché gli uomini potessero
conformarsi a Dio e conversare con lui. Allo stesso tempo la conversazione con Mosè ed Elia sta a
confermare tutto quanto essi hanno rivelato. Gesù non annulla niente della Legge e i Profeti (sicco-
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me è Dio stesso sarebbe contraddire se stesso), ma al contrario li compie pienamente (Mt 5,17).
D’ora in poi non c’è altri da ascoltare che lui (v. 5).
- L’episodio della Trasfigurazione sta in parallelo con quello del monte degli ulivi, dove ritroviamo
diversi elementi; anche lì appare un “monte”, la presenza degli stessi tre discepoli, la loro difficoltà
a restare svegli, la presenza del “Padre”, la solitudine di Gesù. I due momenti si richiamano a vicenda
e costituiscono come i due estremi della vita pubblica di Gesù, la manifestazione della sua
gloria divina e la sua massima prostrazione umana. E in un certo senso questi due estremi si toccano
e combaciano. «Dopo questo “punto alto” sulla montagna i discepoli appariranno insieme in seguito
nella scena del Getsemani, cioè nell’assoluto “punto basso” della storia di Gesù» (cit.).
- “E fu trasfigurato (metamorphoo)”. Nell’episodio della Trasfigurazione Cristo mostra quello che
avverrà in lui attraverso il suo mistero pasquale. Anche la natura umana di Cristo per entrare nella
gloria celeste ha dovuto essere trasformata. Infatti è a causa della sofferenza della morte che ora
possiamo vedere Gesù coronato di gloria (Eb 2,9). Cristo dopo la sua risurrezione ha un corpo trasfigurato,
glorificato (Mc 16,12). L’episodio della trasfigurazione annuncia così il mistero pasquale
che si compirà in Cristo. La trasfigurazione che Gesù mostra agli apostoli come un riflesso della sua
gloria divina, è anche un anticipo di ciò che avviene con il mistero pasquale per ciascuno di noi. Dio
ci ha predestinato a divenire “conformi” all’immagine del Figlio suo (Rm 8,29); ci ha chiamato ad
“essere trasfigurati” (metamorphoo: Rm 12,2; 2Cor 3,18) in quell’immagine, finché saremo completamente
trasformati in lui nella gloria (Fil 3,21). Durante la nostra vita terrena, che è una preparazione
alla vita celeste, si deve compiere questo “passaggio” dall’uomo di terra all’uomo celeste, di
cui Cristo è il prototipo e la primizia. La forza della redenzione di Cristo opera in noi una trasformazione,
un passaggio, una pasqua, che in qualche modo ci assimila, ci assomiglia a Cristo. Per la
sua sofferenza egli può condurre molti figli alla gloria (Eb 2,10).
- Possiamo chiederci: in che modo si realizza questa trasformazione, con quali mezzi? Nello stesso
modo in cui lo ha realizzato Cristo: entrando nella croce in obbedienza al Padre. È l’obbedienza di
Gesù al Padre che lo costituisce benedizione per tutti i popoli. È l’obbedienza al Padre che rende la
croce di Cristo quel “battesimo” che anche noi dobbiamo ricevere (Mc 10,39). Nell’obbedienza –
come abbiamo visto per Abramo – si attua la conversione, la trasformazione, l’inizio dell’uomo
nuovo. Perché appaia l’uomo nuovo, il vecchio deve morire (Col 3,9-10). Perché questo avvenga il
Signore ha predisposto anche per noi un battesimo, una immersione nella morte di Cristo, attraverso
le nostre croci (Mc 10,38-39). L’uomo terrestre, l’uomo di carne che vive in noi, viene distrutto poco
alla volta attraverso un cammino di immersione continua nella morte di Cristo (Rm 6,4ss.). Partecipando
alle sofferenze di Cristo diventeremo partecipi anche della sua gloria cioè della sua vita
divina (Rm 8,17). Siamo chiamati a riflettere in noi questa gloria (2Cor 3,18). Portando nel nostro
corpo il morire di Gesù si manifesta la sua vita divina; 2Cor 4,16-17:
16Perciò non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore
si rinnova di giorno in giorno. 17Infatti la momentanea leggera nostra tribolazione opera in noi
un eccezionale eterno peso di gloria.
La nostra tribolazione, la croce di Cristo vissuta in noi, opera in noi una gloria eterna, affinché il
nostro corpo giunga alla conformazione del corpo glorioso di Cristo (Fil 3,20-21).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it

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