Don Marco Ceccarelli, “Lazzaro vieni fuori”

V Quaresima “A” – 2 Aprile 2017
I lettura: Ez 37,12-14
II lettura: Rm 8,8-11
Vangelo: Gv 11,1-45
- Testi di riferimento: Gen 2,7; Sal 88,11; Is 25,8; 26,19; Ez 11,19; 36,27; Mc 5,36-42; Gv 3,34;
5,21.24-29; 6,39-40.44.54.63; 8,51; 14,6.19; Rm 4,17; 1Cor 15,21-22.45; Gal 4,6; 5,24; 6,15; Ef
2,5-6; Col 3,1; Tt 3,5-6; 1Pt 3,18; 1Gv 1,1-2; 3,14; 5,11-12; Ap 1,18; 20,5-6
1. Il cammino verso la Pasqua segue in questo anno “A” lo stesso cammino di Cristo e del Vangelo

di Giovanni. Con la sua Pasqua Gesù va a “portare alla luce la vita e l’immortalità” (2Tm 1,10).
Prepararsi per la Pasqua durante il tempo di quaresima significa percorrere il cammino della fede
per giungere a credere che in Cristo si trova la vita in pienezza. Così con il brano evangelico odierno
il tema della vita che si riceve attraverso la fede in Cristo raggiunge il suo culmine con il ritorno
in vita di Lazzaro e la proclamazione di Gesù riguardo a se stesso come la vita e la risurrezione. Gesù
compie un segno con il quale mostra il suo potere di strappare gli uomini alla morte. E di strapparli
definitivamente. Certamente Lazzaro è tornato a morire. Ma, appunto, quel miracolo era soltanto
un segno di qualcosa di più grande, qualcosa che Gesù esprime nel suo dialogo con Marta.
2. La morte.
- Va tenuto presente che per la mentalità biblica la morte non è soltanto quel punto che si trova
all’orizzonte della nostra vita, al quale arriveremo quando la nostra esistenza terrena sarà conclusa.
L’uomo biblico è consapevole che la morte è una realtà che ha a che fare con la vita quotidiana, con
l’oggi della nostra esistenza. C’è una morte che è presente già nella mia esistenza attuale e ne compromette
la riuscita. Alcuni esempi. In Sap 2,24 si afferma: «Per invidia del diavolo la morte è entrata
nel mondo e ne fanno esperienza quelli che appartengono a lui». Vale a dire: tutti subiscono la
morte fisica, ma c’è una morte che è già sperimentata da quelli che appartengono al diavolo. Gesù
dice: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Mt 8,22), intendendo che ci sono persone vive
che tuttavia sono morte. In Ef 2,5-6 si ricorda che «noi eravamo morti per i nostri peccati», ma che
ora siamo stati risuscitati. E da 1Gv 3,14 sappiamo che «siamo passati dalla morte alla vita perché
amiamo i fratelli: chi non ama è nella morte». Dunque esiste una morte che è presente già nella nostra
esistenza terrena, che possiamo chiamare “esistenziale”; una morte così reale e così insopportabile
che per alcuni è preferibile quella fisica. Questa morte consiste nell’incapacità di amare (1Gv
3,14); e tale incapacità deriva dal peccato che abita in noi (Rm 7,17). La Risurrezione di cui parla
Gesù ha a che fare dunque non soltanto con quella dei corpi, alla fine dei tempi, ma anche e innanzitutto
con quella che mi attanaglia ora e mi impedisce di vivere veramente, in pienezza.
- La fine di ogni speranza. La morte rappresenta la fine di ogni speranza. Noi diciamo “finché c’è
vita c’è speranza”, nel senso che nel momento in cui sopraggiunge la morte ogni speranza svanisce,
anche quella relativa ad un possibile intervento divino. Finché c’è vita, anche in una situazione
umanamente insolubile, si può ancora sperare in un miracolo. Ma nel momento in cui la morte sopraggiunge
nemmeno Dio – pensiamo noi – può fare più nulla. In fondo riteniamo la morte più forte
di Dio. Nonostante tutta la nostra supposta fede in una vita ultraterrena, in realtà consideriamo la
morte come la fine di tutto. Anche per i cosiddetti credenti la morte si presenta come una realtà invincibile.
E anche per tanti morti esistenziali, per tante persone che si trovano in situazioni “disperate”,
possiamo pensare che ormai non ci sia più nulla da fare. Di fatto esistono situazioni che riteniamo
impossibili da cambiare anche per Dio: «Compi tu forse prodigi per i morti?» (Sal 88,11).
Eppure niente è impossibile per Dio (Lc 1,37). La potenza di Dio si manifesta pienamente nel ridare
la vita ai morti (Mc 12,24). Per questo Gesù aspetta che Lazzaro si “addormenti” prima di andare da
lui, per manifestare la gloria di Dio (v. 4).
3. Parallelo con Gv 5,19-30.
- Il Vangelo odierno riceve luce da Gv 5,19-30. Senza entrare in tanti particolari, possiamo notare
che in entrambi i testi si parla del rapporto di Gesù con il Padre, del quale egli compie le opere. E
come il Padre dà la vita ai morti, così anche il Figlio. In Gv 11 Gesù dimostra questo potere suo e
del Padre. Inoltre in entrambi i testi si sottolinea il potere della parola di Gesù. Egli afferma che
«chi ascolta la mia parola e crede a Colui che mi ha mandato ha la vita eterna» (5,24), e che i morti
ascolteranno la sua voce e vivranno (5,25). In Gv 11 è proprio la voce di Cristo (“Lazzaro vieni fuori”),
che chiama alla vita il morto. La parola di Cristo ha il potere di dare la vita e di mantenere in
vita: «Chi osserva la mia parola non vedrà mai la morte» (Gv 8,51). Dunque la vita che Cristo ha il
potere di comunicare si riceve attraverso la fede in lui e nella sua parola.
- Due vite e due morti. Anche in Gv 5 si parla di due tipi di vita che scaturiscono da Cristo: una
nuova vita che riceveranno i morti alla risurrezione finale (v. 28), e una vita che ricevono i morti
ora, per la fede in Cristo. In Gv 5,25 infatti si dice che «i morti ascolteranno la voce di Figlio di Dio
e quelli che l’avranno ascoltata (sottinteso “con fede”) vivranno». In questo caso si tratta ovviamente
di una morte non fisica, perché i morti che stanno al cimitero non possono ascoltare nulla. È
appunto quel tipo di morte che sopra abbiamo chiamato “esistenziale”. E sembra che sia questo tipo
di morte a cui Cristo interessa innanzitutto porre rimedio. Parafrasando il libro dell’Apocalisse potremmo
dire che chi ha ricevuto la prima risurrezione non andrà incontro alla seconda morte (Ap
20,5-6). La stessa idea appare in Gv 11. Nei versetti 23-26 Gesù parla della risurrezione e riceve da
Marta una professione di fede relativa alla risurrezione finale. Ma Gesù approfondisce il senso delle
sue parole dicendo che chi crede in lui «non morirà in eterno». L’associazione “non … in eterno”
significa semplicemente “mai”; vale a dire: chi vive credendo in Cristo “non morirà mai”.
L’affermazione ha dell’incredibile, ma ovviamente va intesa nello stesso senso di Gv 5,25. C’è una
vita che si ottiene per la fede in Cristo che non verrà mai interrotta. Quella morte esistenziale presente
all’interno della nostra vita terrena viene definitivamente sconfitta dalla vita nuova che Cristo
ci dona. Cristo non è soltanto colui che ci risusciterà nell’ultimo giorno (Gv 6,39.40.44.54); egli è la
risurrezione e la vita. Ciò significa che chi ha Cristo in sé possiede fin d’ora un principio di vita
eterna (Gv 5,24; 10,28) che gli permette di non morire mai. Ha fin d’ora un anticipo della risurrezione
finale. Gesù è venuto per dare la vita agli uomini e darla in abbondanza (Gv 10,10).
- Chi ha Cristo in sé ha un principio di vita eterna ed è già passato dalla morte alla vita (Gv 5,24), ha
già fatto pasqua. Così che può dire con san Cipriano: «Colui che ha vinto una volta la morte per noi
la vince sempre in noi». Quelle innumerevoli paure che condizionano la nostra esistenza quotidiana
e ci impediscono di essere veramente felici, sono annullate dalla presenza della vita interminabile
che ci viene dalla presenza di Cristo risorto in noi. E anche se dovremo comunque subire la morte
fisica («a causa del peccato»: Rm 8,10), chi ha ricevuto questo principio di vita eterna va incontro
ad essa come un “addormentarsi” (Gv 11,11), in attesa che Cristo ci risvegli.
4. È lo Spirito che dà la vita. Le prime due letture mettono in risalto l’importanza dello Spirito nel
dare la vita. La presenza di Cristo risorto in noi, e con lui la risurrezione e la vita, ci viene dallo Spirito
Santo. Come si dice nella seconda lettura: «Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Cristo dai
morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali,
per mezzo dello Spirito che abita in voi» (Rm 8,11). Per mezzo dello Spirito la vita di Cristo risorto
viene comunicata ai credenti in lui. Dopo la sua risurrezione Gesù è stato costituito “Spirito datore
di vita” (1Cor 15,45). Gli apostoli hanno sperimentato l’efficacia di questa nuova vita che hanno ricevuto
dallo Spirito il giorno di Pentecoste, perché hanno potuto vincere la paura della morte che
prima aveva loro impedito di seguire Cristo. Se in noi entra la vita eterna, la risurrezione in persona,
allora la nostra morte, come le tenebre di fronte alla luce, scompare. La risurrezione è la persona
stessa di Cristo risorto che appare in rimane in mezzo ai suoi, per mezzo del suo Spirito, e cambia,
come nel giorno di Pasqua per i discepoli, la paura in gioia, la morte in vita (Gv 20,19-23). Nessuna
realtà umana può dare all’uomo questa vita vera, eterna, abbondante, che supera la barriera della
morte. Per questa la carne non giova a nulla; è lo Spirito che dà la vita. Le parole di Cristo sono spirito
e vita (Gv 6,63).

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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