mons. Andrea Lonardo Commento Seconda Domenica di Quaresima - A

12 Marzo 2017
Seconda Domenica di Quaresima - A
(commento di mons. Andrea Lonardo)
Nell’arte cristiana medioevale – ma anche rinascimentale – non mancano mai Adamo ed Eva e il
peccato d’origine, da un lato, e Gesù Cristo, dall’altro. Nella Cappella Sistina è evidente che il giudizio, fatto di giustizia e di misericordia, è nelle mani del Figlio (parete di fondo del Giudizio Universale di Michelangelo), ma l’origine che segna la storia umana, l’origine fatta di creazione e caduta, è affrescata, sempre da Michelangelo – alcuni decenni prima del Giudizio – nella volta della Cappella. La domenica scorsa, I di Quaresima, la liturgia della Chiesa ci ha mostrato il dubbio che il serpente antico vuole insinuare su Dio. L’antico tentatore sa che Dio esiste, ma vuole che l’uomo creda che di Dio non ci si può fidare - «Tu credi in un Dio solo? Fai bene: anche i demoni lo credono e tremano» (Gc 2, 19). Non sarà che Dio è il nemico dell’uomo? Non sarà che è per un secondo fine nascosto che Dio si rivolge all’uomo? Non vuole forse anche Dio – come spesso fanno gli uomini fra di loro – servirsi dell’uomo come di una pedina, usarlo, non permettendogli di diventare come lui? Ma, nella risposta alle tentazioni, alla prova della vita, Gesù, condotto dallo Spirito e insieme tentato dal diavolo, non mette in dubbio il suo essere Figlio di Dio, il suo essere “il Figlio di Dio”. Ripetuta è l’ipotesi del demonio – la stessa del serpente – “Se sei Figlio di Dio”, cioè: “Ma sei proprio sicuro di essere Figlio, sei proprio sicuro che il Padre ti ami, che la volontà del Padre sia il bene?”
La prova, affrontata e vinta da Gesù nel deserto, ha tre aspetti, ma una sola verità di fondo: sa di essere il Figlio, sa che il Padre è la roccia, la difesa, la bontà. Sa che il Padre è il Padre e nessuno è più grande di lui, più buono di lui, più sapiente di lui.

Il vangelo della Trasfigurazione è la stessa verità, vista con gli occhi del Padre. “Questi è il mio Figlio prediletto”. È veramente lui il Figlio che amo, non ho altri che lui. Veramente sono il Padre suo, «Io e lui siamo una cosa sola».

Come sottolineava un decennio fa una bellissima meditazione di don Umberto Neri sulla Trasfigurazione, Cristo è la “Luce”. Essendo il Figlio, generato dall’eternità, essendo Dio, essendo “luce da luce”, egli non è un “illuminato”, non è uno che riceve luce come la luna brilla dello splendore del sole, come una luce riflessa. «Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». È la manifestazione dell’identità divina del Figlio. Ma è l’identità divina portata nella sua “carne”, nel suo volto, nelle sue vesti, nella sua storia. Egli è, infatti, anche «il Figlio dell’Uomo che deve risorgere dai morti» e morire pertanto in precedenza.

L’uomo è come strappato da sé, dinanzi a questo. È strappato da sé dinanzi all’alterità di Cristo. È strappato da sé per ascoltare il comando: «Ascoltatelo». È nella conoscenza e nell’amore della storia del Cristo che l’uomo potrà finalmente “essere come Dio”, scoprire quella figliolanza che il Padre anche per lui ha pensato. E’ lì e solo lì che l’uomo potrà trovare se stesso. Come il Cristo tentato nel deserto, l’uomo potrà scoprire che ciò di cui, in apparenza, potrebbe dubitare maggiormente, l’essere figlio, è in realtà la verità più salda e importante che vive.

Un autore moderno ha descritto, semplificando al massimo, ma con vera acutezza, il cammino dell’uomo dinanzi a Dio individuando tre tappe. Ha descritto queste tre tappe come se fossero tre preghiere. All’inizio: “Sia fatta la mia volontà”. Poi: “Sia fatta la mia volontà con l’aiuto di Dio”. Infine: “Padre, sia fatta la tua volontà”.
La prima espressione – “Sia fatta la mia volontà” – caratterizza la religiosità infantile. Il bambino ha bisogno, per crescere in sicurezza, di sentirsi il centro del mondo, anzi l’unico centro attivo e pulsante dell’universo. Egli è il più bello, anzi l’unico – la sua paura è proprio di non essere “unico”, esposto com’è alla debolezza della sua condizione infantile. Il suo atteggiamento verso la vita è veramente l’impellente e sempre emergente bisogno che ogni suo problema sia risolto, ogni suo pallino esaudito, ogni sua fame immediatamente saziata. Non sa interporre tempo fra il sorgere del bisogno e l’esaudimento. Piange, finché non sia fatta la sua stessa propria volontà.
Il crescere e la grande cura del tempo dovrebbero insegnargli, se riceve e accoglie una vera educazione, che non è in grado di realizzare la sua volontà. Che ha bisogno di un altro perché il suo bisogno sia saziato. Ha bisogno della madre, che crescendo percepisce sempre più come diversa da sé, ha bisogno del padre, degli amici, degli altri. Infine ha bisogno di Dio. Nella prova della vita, non può darsi da sé né salute, né immortalità. Senza l’aiuto di Colui che è più grande non può realizzare i suoi progetti. È un grande passo in avanti nella comprensione di chi è veramente e nella scoperta della sua debolezza, ma insieme nella fiducia che comincia a nascere verso il Signore. Ma ancora, a questo livello, è il suo progetto a essere centrale. Non capirebbe parole come il comando e invito «Ascoltate il mio Figlio Gesù». Molti uomini credenti sono, a volte, fermi a questo stadio. Pregano continuamente, ma la loro preghiera è sempre e solo un parlare, un chiedere. Non che non abbiano una fede in Dio, ma la loro fede è ancora quella di un infante che ha scoperto la sua propria realtà di essere incapace a realizzare da solo alcunché. Può addirittura capitare che tali persone pretendano che ognuno si comporti come loro, preghi come loro, con la stessa insistenza e ripetizione. Non hanno però mai detto, veramente: «Sia fatta la tua volontà». Questa preghiera, che sola è la preghiera matura, nasce non da noi, ma da Cristo stesso. È solo il Figlio che non dubita del Padre, che conosce l’amore del Padre, che sa che il comando del Padre, per quanto esigente, è il sommo bene, la somma gioia, la somma pienezza che può insegnare all’uomo la preghiera del Padre nostro: «Sia fatta la tua volontà».
Ecco che non esiste allora realtà più chiara ed evidente della parola del Padre: «Ascoltatelo». La preghiera non è più solo intercessione, invocazione, ma si fa silenzio di chi riconosce che la volontà del Padre è l’unica realtà da cercare, l’unica realtà di cui non dubitare, quando, invece, ogni progetto dell’uomo è destinato, presto o tardi, a naufragare. La preghiera diviene allora amore al Vangelo, diviene silenziosa ricerca del senso delle Scritture, diviene vero affidamento delle proprie scelte a Dio.

Tale è anche il senso più profondo dell’essere Abramo «nostro padre nella fede». Nella prima lettura, dal libro della Genesi, incontriamo la sua disponibilità assoluta alla chiamata di Dio. Certo, come dicono i versetti precedenti, egli sta già andando verso la terra di Israele. Ma la chiamata di Dio non indica una meta. Il paese sarà indicato dopo. La fede non è obbedienza a Dio, a condizione che prima Dio chiarisca le sue intenzioni e l’uomo dia il suo assenso, dopo aver riflettuto se il progetto di Dio merita di essere seguito. La fede è obbedienza a Dio stesso, prima che Dio indichi la sua volontà. È la disponibilità dell’uomo che, prima di decidere e non dopo aver deciso il cammino da percorrere, intreccia la ricerca di questo cammino con la Parola di Dio. Ci sembra, a questo proposito, che anche il tema vocazionale vada così proposto. Ogni cristiano è chiamato a dare a Dio la disponibilità a una consacrazione particolare. È chiamato a dare questa disponibilità anche se Dio forse non la accoglierà. Solo sulla base di una vera e totale disponibilità Dio può poi chiamare concretamente. Ma non esiste fede che precluda a Dio la possibilità di fare della nostra vita secondo la sua volontà. Questa obbedienza non è tuttavia cieca. Ma non nel senso di un previo controllo di ciò che Dio ci chiederà. Piuttosto nella luce della Trasfigurazione che sa che la proposta di Dio sarà infinitamente migliore di ciò che la nostra mente può concepire, perché nascerà dal suo infinito amore di Padre. Anche il salire sul monte di Abramo, con il figlio Isacco, avviene nella certezza che Dio salverà il figlio. «Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è la vittima per l’olocausto?» domanderà Isacco. E Abramo, non mentendo, ma certo per la fede nella bontà del suo Signore, risponderà: «Il Signore provvederà la vittima». Egli non sa ancora come sarà salvata la vita del figlio e da dove e quando Dio darà la vittima, ma la fede ha dato a lui la certezza che «io e il ragazzo andremo lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi».

Questa disponibilità totale è la realtà che sostiene la nostra disponibilità ad ascoltare Dio durante la Quaresima, nella certezza che ogni passo che ci chiederà sarà nuova occasione di crescita di comunione con Lui e con i nostri fratelli.
Fonte:http://www.ufficioliturgicoroma.it