padre Gian Franco Scarpitta, "Cristo Luce e vita"

Cristo Luce e vita
padre Gian Franco Scarpitta  
IV Domenica di Quaresima - Laetare (Anno A) (26/03/2017)
Vangelo: Gv 9,1-41 
Ancora una ricca pedagogia della vita e ancora una proclamazione di Gesù Cristo nostro Signore Via,
Verità e Vita. Questa volta il termine di paragone ci viene dato dalla "luce", anch'essa associata alla vita e alla sussistenza dell'uomo, così come lo è l'acqua. Anche la luce è sinonimo di vita e il suo ricorrente contrasto con la realtà delle tenebre, nella Scrittura, suggerisce che essa si configuri come elemento caratterizzante il vivere in contrasto con il morire. Dio, che la volta scorsa abbiamo visto delineato come "acqua" e verità, nella persona di Gesù Cristo ci si presenta adesso come "luce" che taglia le tenebre, illumina le oscurità, penetra nelle profondità del male e del peccato per averne finalmente ragione. E poiché il sinonimo del peccato è la morte, Cristo è la luce cioè la vita che vince la morte. Lo si vedrà soprattutto nell'ora estrema in cui egli si concede ai crocifissori per essere immolato e deposto nel sepolcro: in quella circostanza Cristo affronta il "buio" profondo non soltanto del sepolcro materiale ma anche della morte effettiva dalla quale però si ergerà glorificato e radioso, apportatore di luce, cioè di vita eterna per chiunque crede in lui. In questa pagina del Vangelo però di questa luce rifulgente per l'eternità Gesù vuole dare un saggio nell'episodio particolare dell'intervento "oftalmologico" sul non vedente che è tale sin dalla nascita. Non si tratta in effetti di una malattia, poiché se questo (presumibilmente) giovane è cieco sin dal giorno in cui è nato non ha subito il danno nel corso della sua vita, non è rimasto colpito cioè da un'infermità fisica che è subentrata in un certo momento. Semplicemente sin dal giorno in cui è venuto al mondo vive quella defezione, che certamente è spiacevole e sconcertante, ma alla quale in un certo qual modo si è abituato. E neppure questo fenomeno di cecità è da ascriversi ad un peccato commesso dallo stesso soggetto o da qualcuno dei suoi progenitori, secondo la mentalità corrente (chi soffriva di un grosso disturbo si era macchiato di colpa grave). Dice Gesù: "E' perché in lui siano manifestate le opere di Dio." E poi "Io sono la luce del mondo". E ancora: "Bisogna agire finché è giorno e non è notte". In questo sventurato soggetto che gli capita davanti non vedente, è allora chiaro il senso dell'intervento di Gesù: questi compie le opere di Dio, cioè quelle della salvezza e della vita. Concedendo le facoltà ottiche a questo no vedente si mostra come il "giorno", cioè come la luce senza la quale è impossibile procedere; egli è infatti la luce della vita e della salvezza che la ha meglio sulla "notte" del male e del peccato che conduce alla morte. Finché è presente il Figlio di Dio, c'è la luce del giorno e tutto si connota di gioia e di salvezza, il bene vince sul male, l'odio soccombe all'amore, la giustizia trionfa sulla perversità, in sintesi la luce trionfa sulle tenebre. Quando Cristo è assente dalla vita dell'uomo, quando questi vuole estrometterlo o considerarlo secondariamente e senza particolare rilevanza, quando al Cristo si preferiscono altre alternative non può che esservi l'oscurità delle tenebre. Ebbene Cristo, che si definisce "luce del mondo", dona la vista al cieco e lo rende partecipe del trionfo della vita sulla morte. Osserviamo infatti come agisce: realizza una commistione di terra e saliva e gliela applica sugli occhi. Tale gesto richiama il famoso episodio della creazione dell'uomo, quando Dio (simbolicamente) trae Adamo dalla terra e lo chiama alla vita. Gesù quindi, mentre dona la vista al cieco, gli concede anche la vita e per ciò stesso gli si manifesta come verità assoluta, unica, alla quale prestare fede. Sarà infatti un coraggioso e conclamato atto di abbandono alla Messianicità di Gesù la prima reazione del cieco non appena guarito: questi affronta perfino le ostilità di scribi e farisei pur di professare la sua nuova fede radicata nel Messia e Salvatore. Ai suoi ostinati interlocutori infatti egli non dice: "Credo in lui perché mi ha concesso di vedere" ma "Nessun peccatore può mai fare ciò che lui ha appena fatto." "Nessuno fra i peccatori sarebbe in grado di ridare la vista a un non vedente" e con questi ragionamenti manifesta radicale convinzione in Colui che doveva essere qualcosa in più che un semplice soggetto guaritore. Gli manifesta fede, adesione e abbandono libero e incondizionato. Vuole vedere non solamente in senso ottico, ma anche nella profondità della fede. Chi invece si ostina al peccato deliberatamente sceglie di restare cieco, o meglio accecato dalla presunzione e dal falso orgoglio.
Cristo è luce del mondo e illumina interiormente ogni uomo ed esteriormente lo orienta e lo conduce, anche nelle sue scelte e nelle distinzioni. Non basta ricevere la luce di Cristo, ma occorre esserne anche latori agli altri e sopratutto non è sufficiente aver ricevuto codesta luce quando non si vuol vivere orientati da essa e muoversi secondo la sua luminosità. Anche nella vita di tutti i giorni, nelle scelte vocazionali o nei progetti a lungo o a breve termine siamo chiamati a saper "vedere", valutare e soppesare nell'ottica del discernimento a cui lo Spirito ci educa, saper quindi operare scelte pertinenti secondo il "cuore", ossia spronati dalla fede e dalla speranza nel Dio che guida e illumina i nostri passi. E' infatti secondo criteri divini (e non prettamente umani) che Samuele viene orientato nella scelta del giovane Davide come re e il discernimento secondo il Signore evince la radicale differenza fra l'agire di Dio e quello dell'uomo.
E' nello Spirito Santo che Dio suggerisce e guida l'uomo nell'intraprendere o nello smettere determinate cose e sempre lo Spirito con i suoi dono favorisce scelte sempre migliori e convenienti. Quelle relative alla luce che vince e dirada le nostre tenebre erronee.

Fonte:http://www.qumran2.net