padre Gian Franco Scarpitta"Salita ripida, discesa facile"

Salita ripida, discesa facile
padre Gian Franco Scarpitta  
II Domenica di Quaresima (Anno A) (12/03/2017)
Vangelo: Mt 17,1-9 
Il tempo di Quaresima che precede la celebrazione della Pasqua non è solamente un periodo liturgico,
ma anche il riflesso della vita quaresimale che costantemente siamo sospinti a condurre nella nostra vita. La quotidianità è infatti caratterizzata da una sfibrante salita sul monte alla quale fa seguito un'immediata discesa (parole di Benedetto XVI), in un continuo alternarsi fra la fatica e il riposo, la preoccupazione e il sollievo, la sconfitta e la vittoria, l'umiliazione e la ricompensa raggiunta. La vita è un continuo altalenarsi fra un salire affannosamente e un discendere rapido e facilitato nella molteplicità degli aspetti negativi a cui fanno seguito positivi risvolti. La salita riguarda tante volte gli ostacoli da superare le umiliazioni a cui sottostare, le pene che siamo costretti a patire, le rinunce da sopportare. La discesa che ne consegue è caratterizzata dai successi e dalle gioie proporzionate alle fatiche affrontate, che facilitano il cammino, rianimano e infondono fiducia, ma inevitabilmente ci preordinano ad affrontare altre arrampicature. Il percorso della quaresima liturgica è di tutto questo una rappresentazione, che trova il compendio in due concetti appropriati: la croce e la risurrezione. Anche se nel contesto laico o non credente assume altre denominazioni o ci si propone sotto altri concetti, la croce resta sempre la dimensione irrinunciabile per tutti: non la si può bandire dalla nostra vita a meno di rinunciare ai nostri obiettivi e agli ideali che ci siamo prefissati. Il famoso testo di Tomas de Kempis, l'Imitazione di Cristo, spiega chiaramente che per quanto noi vogliamo scrollarcela di dosso, la croce tornerà sempre a gravare sulle nostre spalle e non di rado quando si voglia evitarne una leggera se subentra puntualmente anche una più pesante ed è per questo che, seppure sotto concetti o terminologie differenti, la croce è una realtà ineluttabile anche nel mondo laico e non credente: volenti o nolenti tutti la si affronta anche se differenti ne sono le interpretazioni. Croce e risurrezione sono tappe della continua "ascesa" sul monte che accanto alla "discesa" interessa tutti quanti, nessuno escluso. Da parte nostra vi si attribuisce valore nella sola ottica della fede e nell'orientamento verso il Crocifisso, che è Risorto affinché anche noi potessimo risorgere con lui. E per l'appunto le si interpreta come tappe irrinunciabili della nostra quaresima continua.
La scorsa settimana osservavamo che la quaresima è il tempo dell'imprevisto e della sfida: il cammino di conversione avente l'obiettivo del primato di Dio e della comunione con lui, la rinuncia al peccato e alla vanità, la fuga dall'effimero in vista della virtù conoscono le trappole e le insidie del Nemico, che sfruttando la nostra debolezza ci induce a cedere e a desistere dai buoni propositi. In qualsiasi itinerario di perfezione la tentazione è sempre in agguato. La salita affannosa sul monte di cui si parlava poc'anzi è quindi caratterizzata anche dalle seduzioni allettanti di chi vuole orientarci in senso opposto. E del resto ciò entra nel computo della fedeltà stessa a Dio: "Figlio, se ti presenti per servire il Signore preparati dalla tentazione."(Sir 2, 1) e daldronde in ogni prova o tentazione si celano grandi opportunità per temprare lo spirito e fortificare noi stessi. L'esercizio della virtù è possibile quando vi siano sfide e banchi di prova che la identifichino come tale. Non si è uomini senza battaglie e non si è cristiani senza prove e tentazioni.
Nel suo spirito intenzionalmente filantropico e amichevole, anche Pietro era stato colto da una grande tentazione nei riguardi di Gesù: aveva voluto distogliere il suo maestro dal recarsi a Gerusalemme, luogo in cui questi avrebbe subito inopinatamente la cattura e la condanna sul patibolo. In quella circostanza avveniva che in Pietro l'umano prevaleva sul divino, o meglio i progetti tipici del comune pensiero terreno volevano prendere il sopravvento sui propositi divini di salvezza, che il Padre intendeva realizzare su Gesù. Sotto le apparenze di premurosa amicizia e di sincero interessamento per le sorti del Signore, il Maligno rendeva Pietro strumento di dissuasione, perché Gesù desistesse dal percorrere le tappe necessarie alla nostra redenzione e alla nostra salvezza, cioè la morte e la risurrezione. Se Gesù non avesse affrontato le aberrazioni degli aguzzini e i chiodi della crocifissione, non si sarebbe realizzata la nostra giustificazione, quindi qualsiasi alternativa al cammino verso Gerusalemme avrebbe sconvolto i piani di amore del Padre nei nostri confronti. "Vai dietro a me, Satana", aveva risposto Gesù in quella circostanza, invitando il diavolo (secondo la vera traduzione corretta del testo) a mantenere il suo posto di subordinazione e di sottomissione al Figlio di Dio e a non voler emergere su Colui che, accanto al Padre, domina e governa gli eventi. Ma come per Gesù l'arrivo a Gerusalemme e la morte di croce costituivano la "salita" erta, difficoltosa, atroce eppure necessaria, anche per Pietro quella tentazione demoniaca doveva essere stata un arrampicarsi dispendioso sull'inverosimile della sua precarietà spirituale; doveva aver costituito un'occasione di deplorazione interiore e forse anche di vergogna per non essersi saputo immedesimare nel mistero che Gesù racchiudeva in sé, per non aver concepito nulla al di là dell'umano superficiale.
Adesso in questo affascinante spettacolo della presentazione della gloria di Gesù sul monte definito Tabor, per volere dello stesso Signore che lo ha chiamato appositamente ad assistere accanto a Giacomo e Giovanni, Pietro sta capacitandosi di ogni cosa prima per lui strana e inverosimile: capisce tutto. Nelle fulgide vesti che baluginano alla sua vista infondendogli gioia indescrivibile, rileva che per il suo maestro il supplizio è necessario per il conseguimento della gloria e per il successivo innalzamento. Gesù è destinato a Gerusalemme luogo della sconfitta che è solo momentanea, ma chi affronterà la croce è comunque il Dio invitto e magnificente, che deliberatamente accetta l'estrema umiliazione del patibolo perché solo questa è la tappa irrinunciabile. Sul monte prende forma per Pietro, Giacomo e Giovanni l'incentivo a camminare instancabilmente nonostante le continue sfide del Nemico; così anche per noi è un'incitazione al coraggio e alla perseveranza perché procediamo senza distogliere l'attenzione dalla meta che ci siamo prefissi. Il percorso è certamente tortuoso e a tratti anche ostile e refrattario, non di rado le tentazioni alla resa e alla sconfitta ci fanno soccombere e le subdole e allettanti proposte dell'Avversario costituiscono una prova costante, una tentazione seducente alla quale molti cedono volentieri, anche perché sedotti dal suo vantaggio apparente e momentaneo. Ma nelle asperità di questo itinerario ci viene in aiuto lo stesso Signore, che ci offre un preludio della ricompensa futura, una prefigurazione della gioia e dell'esultanza gloriosa che racchiude l'obiettivo della Pasqua. Il salire del Tabor è coronato dal successo della trasfigurazione, che facilita la discesa e la ripresa del cammino.
Fonte:http://www.qumran2.net

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