Abbazia Santa Maria di Pulsano, Lectio Domenica «di Emmaus»

Domenica «di Emmaus»
III Dom. di Pasqua A
Lc 24,13-35;  At 2,14.22-33;  Sal 15;  1Pt 1,17-21

Nelle pericopi pasquali l'incredulità sembra trionfare nei riguardi di Gesù, inviato di Dio. In lui infatti
si compie la profezia concernente il servo di Iahvé: : «Chi ha creduto alla nostra parola?» (Is 53,1; Gv 12,38; Rom 10,16). L'incarnazione del Figlio di Dio e la sua opera redentrice vengono rifiutate (Mt 11,20-24; 23,37-38; ecc.). Anche nel gruppo dei discepoli l'incredulità trova posto: alcuni di essi si rivelano «uomini di poca fede»; così quando hanno paura della tempesta (Mt 8,26) o dei flutti del lago (14,31), o quando si preoccupano del pane che manca (16,8).
L'incredulità raggiunge il suo vertice quando l'uomo si trova davanti alla sapienza divina che sceglie la croce come via alla gloria (1 Cor 1,21-24). All'annuncio della sorte dolorosa che attende Gesù, Pietro non è più capace di seguire il Maestro (Mt 16,23); e quando giunge l'ora, lo rinnega, scandalizzato, come Gesù aveva preannunciato (26,31.35.69.75).
In presenza del mistero pasquale, dunque, la reazione spontanea dell'uomo è l'incomprensione, l'incredulità. Gli stessi discepoli non sospettano neppure lontanamente la realtà della risurrezione, tanto questa è poco credibile (cf. Atti 26,8) e tanto l'incredulità è radicata nel cuore dell'uomo (cf. Mt. 28,17). «Udito che (Gesù) era vivo ed era stato visto... — dice Marco —, non vollero credere» (Mc 16,11.13.14).
I due pellegrini di Emmaus sono l'esempio tipico di questa mancanza di intelligenza e durezza di cuore. Essi, che tante volte avevano visto e ascoltato il Maestro, ora non sono in grado di riconoscerlo accanto a loro. La tristezza e lo sconforto hanno invaso il loro cuore. La delusione ha preso il posto della speranza: «Noi speravamo... ma è ormai il terzo giorno dacché sono accadute queste cose...».

Antifona d'Ingresso Sal 65,1-2
Acclamate al Signore da tutta la terra,
cantate un inno al suo nome,
rendetegli gloria, elevate la lode. Alleluia.

Nel sal 65 l'Orante vuole cantare al Signore per tutti i benefici di cui fu gratificato. Il Salmo nella versione greca e nella Volgata ha un titolo molto singolare: «canto del Salmo di resurrezione» è detto (v. la). Di fatto il poema parla delle prove di morte subite, e insieme dell'intervento onnipotente del Signore, che libera e dona la sua pace ai suoi fedeli. L'applicazione alla Resurrezione è conseguente. Perciò l'Orante, nel tempo della salvezza, tempo benedetto, con un imperativo innico investe la terra intera affinché "giubili" festosamente in Dio (v. lb; anche Sal 80,2; 94,1; 97,4; 99,1). La Redenzione è avvenuta (Is 44,23).
Non esiste motivo più grande dell'opera massima della Redenzione avvenuta, la Resurrezione di Cristo.

Canto all’Evangelo Cf Lc 24,32
Alleluia, alleluia.
Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;
arde il nostro cuore mentre ci parli.
Alleluia.

Nell’alleluia all'Evangelo: Lc 24,32, adattato, si accentua la proclamazione dell'Evangelo di oggi con la riproposizione del nucleo sostanziale del fatto avvenuto ad Emmaus. Lì il Signore Risorto aprì le Scritture con tutto il loro significato, come poi ripetè ancora ai discepoli nel cenacolo (v. 45), e riempì il cuore dei due fuggitivi con il Fuoco bruciante dello Spirito Santo (Sal 38,4; Ger 20,9). Il testo qui è usato in forma epicletica, per chiedere al Signore stesso di ripetere, ancora e sempre questi fatti benedetti per i fedeli qui presenti oggi.

II Colletta:
O Dio, che in questo giorno
memoriale della Pasqua
raccogli la tua Chiesa
pellegrina nel mondo,
donaci il tuo Spirito,
perché nella celebrazione
del mistero eucaristico
riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto
che apre il nostro cuore
all'intelligenza delle Scritture,
e si rivela a noi nell'atto di spezzare il pane.
Egli è Dio...

Le letture bibliche di questa III Dom. di Pasqua concorrono nel dirci come, in forza della sua resurrezione, il Signore Gesù ha veramente realizzato la liberazione del suo popolo (cf II colletta): restando presente e facendosi riconoscere nei segni sacramentali (Evangelo); dimostrandosi presente e attivo con la forza dello Spirito Santo nei suoi discepoli (I lettura); rendendo salde e fisse in Dio Padre la fede e la speranza dei cristiani (II lettura).

I lettura: At 2,14.22-33

La prima lettura odierna ci offre un estratto del discorso tenuto da Pietro nel giorno della pentecoste. Gli Atti non ci danno una riproduzione stenografica di quel discorso: la tradizione primitiva e lo stesso Luca hanno apportato alcuni ritocchi al testo primitivo, allo scopo di farne un esempio tipico della predicazione ai giudei. Si trattava di dare ai predicatori cristiani che percorrevano la Palestina uno schema completo delle testimonianze e delle idee da diffondere.
[Il primo annuncio o kèrygma della Chiesa, la mattina stessa di Pentecoste, a Gerusalemme, per bocca di Pietro, capo e «corifeo degli Apostoli», si estende in At 2,14-36, letti in parte questa Domenica III e poi nella Domenica IV, a cui si rimanda.
Pietro, riempito di Spinto Santo, prende la parola, con la formula dichiarativa solenne: «Uomini ebrei e tutti quelli che abitate in Gerusalemme, questo a voi noto sia, e date orecchio alle parole mie» (v. 14b), «ascoltate queste parole (o discorsi)» (v. 22a). La mente corre subito all'antecedente più prestigioso, 1'«Ascolta, Israele!» di Dt 6,4. Con tali formule il popolo è costituito in giudizio, poiché dopo le parole che seguono ciascuno deve assumersi la decisione finale per sempre.
Pietro perciò esordisce subito sui contenuti. Anzitutto pone avanti il nome, «Gesù il Nazareno», poi richiama quanto gli ascoltatori stessi già sanno, come dirà la conclusione di questo v. 22, sull'Uomo approvato (Lc 24,19!), autorizzato da Dio in favore degli ascoltatori presenti (Gv 3,2), per così dire testimoniato da Dio in forza di «potenze e prodigi e segni». Questa è la formula ricorrente nell'A. T. per ricordare quanto Dio operò dall'Egitto all'ingresso nella terra promessa (ad es. Dt 6,22-23). Tale tratto di Gesù era noto ai due di Emmaus (Lc 24,19, vedi sopra), e Pietro in altro contesto, nel discorso a Cornelio, lo darà come caratteristico del Signore (10,38). Ora però, Dio stesso mediante Gesù operò quei fatti, proprio in mezzo ai presenti, come appunto essi sanno (Mt 12,28). Stava infatti in azione la Potenza di Dio, lo Spirito Santo in Gesù il Nazareno.
Il Consiglio divino immutabile, la sua Prescienza onnipotente dall'eternità aveva decretato che Gesù fosse consegnato nelle mani degli iniqui, i Romani senza la Legge divina; ma tutti i presenti, e qui come rappresentanti di tutti gli uomini peccatori, Lo "affissero", verbo che allude alla Croce, e così Lo uccisero (3,13; 5,30). Si ha qui una vertiginosa teologia della storia, provocata dall'Eternità che irrompe nello spazio tempo dell'iniquità e della rovina di tutti gli uomini. Il Disegno divino è eterno (Lc 22,22; At 3,18; 4,28), è Disegno sapienziale, e quindi predestinante con onniscienza (1 Pt 1,2 e 20). Corre alla conclusione prefissata, non trova ostacoli, travolge Gesù stesso, in apparenza solo vittima predestinata (v. 23). Ma questo è in realtà solo l'inizio del divino Disegno.
Viene inevitabilmente il culmine: «Dio Lo resuscitò». E il centro del kèrygma di Pietro, degli Apostoli, della Chiesa. Ricorre immutabile, e insieme con infinite variazioni, per tutto il N. T, e qui è imbarazzante rinviare ai testi (alcuni sono: At 2,32; 3,15; 4,10; 10,40; 13,30.33.34.37; 17,31; Rom 4,24; 10,9; 1 Cor 6,14; 15,3-8.15.20; 2 Cor 4,14; Gal 1,1; Ef 1,20; 2,5; Col 2,12; 1 Tess 1,9-10; Ebr 13,20; 1 Pt 1,21...).
Per ottenere questo, Dio «dissolse le doglie della morte» (Sal 17,9; 114,3), le «sofferenze messianiche» (heble ha-Mašîah), i terrificanti i dolori del «parto messianico» attesi all'ultimo dei tempi per il Re consacrato dallo Spinto del Signore, il Servo. Egli apparirà come il Figlio dell'uomo glorioso solo dopo la missione presso gli uomini ai quali è inviato. E stando Egli nel pieno possesso dello Spirito del Signore, era impossibile che la Morte (personificazione) potesse dominarlo per sempre (Gv 10,18; 2 Tim 1,10; Ebr 2,14; 1 Pt 3,21), Lo Spinto della Vita divina è onnipotente e irresistibile (v. 24). Come era stato già annunciato, e doveva essere conosciuto da ogni Ebreo fedele.
Infatti David parla di Lui, quando nel Sal 15,8-11 aveva cantato:
Io preponevo il Signore davanti a me sempre,
poiché Egli sta alla destra mia, affinché io non sia scosso.
Perciò gioì il cuore mio e si allietò la bocca mia
e in più anche la carne mia abiterà nella speranza,
poiché Tu non lascerai l'anima mia all'Inferno
né darai che il Santo tuo veda la corruzione.
Tu facesti note a me le vie della Vita,
mi riempirai di gioia con il Volto tuo
(vv. 25-28). Gesù il Nazareno aveva cantato questo Salmo fin da bambino, era cresciuto nella sua consapevolezza, era la norma della sua esistenza dedicata al Padre e agli uomini con lo Spirito Santo, era la sua fede irremovibile e la sua speranza incrollabile. Il fine della sua vita, adempiuto il Disegno eterno, era perciò la visione eterna del Volto del Padre, la beatitudine eterna che con la Croce e la Resurrezione Egli ha procurato a sé e a tutti i suoi fedeli. E se la corruzione orribile della Morte, la Nemica di Dio, l'ultima Nemica, (1 Cor 15,26; 2 Tim 1,10; Ap 20,14; 21,4), nulla potè contro il Santo di Dio (Ebr 7,26; Sal 88,49; Lc 2,26; Gv 8,51; Ebr 11,5), nulla potrà contro i redenti da Lui.
Pietro adesso ai fratelli che l'ascoltano si rivolge «con franchezza» (la divina parrhèsià; anche 4,13.29-30, 9,27-28; 13,46; 14,3; 18,26; 15,8; 26,26), che è spinta dalla divina Verità. E parla di David, «il patriarca», il padre della nazione. Il Salmo non si riferisce a lui, che invece morì (1 Re 2,10; Esr 3,16) e fu sepolto per sempre, tanto che la sua tomba è ancora visibile (probabilmente presso la fonte di Siloè), testimonianza irrefragabile (v. 29). Ma come profeta (2 Sam 23,2; Mt 22,43; Ebr 11,32; Gv 11,50-51), che parlava nello Spinto Santo (Mc 12,36), sapeva bene che con fedele promessa, sigillata da giuramento divino, Dio gli aveva preannunciato che un suo Discendente si sarebbe seduto sul trono della sua regalità (2 Sam 7,12-13; Sal 88,4-5; Lc 1,32), in eterno (v. 30). Profeticamente contemplando il futuro, egli parlò quindi solo della Resurrezione di Cristo, che realizzò l'intera predizione del Salmo (15,10), in quanto Dio non L'abbandonò all'Inferno, né la sua carne provò io sfacelo della corruzione (v. 31, e v, 27).
Così Pietro nello Spinto Santo può adesso testimoniare (1,22; 3,15; 4,33; 5,32; 10,39.41; 15,31; 1 Pt 5,1; Gv 15,27; 1 Cor 15,15) il centro di tutto l'Evento: «Questo Gesù, resuscitò Dio» (v. 32; e v. 24). Tale è la testimonianza di tutti i discepoli, corale, immediata, potente, nello Spirito Santo. E a questo è apposta la spiegazione, in un testo denso tra i più importanti del N. T. Dio con la sua Destra (Es 15,6; At 5,31; Ef 1,20), la Potenza dello Spirito Santo, «esaltò questo Gesù». E questi, avendo ricevuto dal Padre in eterno la Promessa, che è lo Spirito Santo (Gal 3,14; Lc 24,49), ha effuso questo Spirito a Pentecoste, quella stessa mattina (v. 17). Così il Risorto nella sua Umanità è stato costituito dal Padre in eterno come unica Fonte dello Spirito Santo. I testi fondamentali qui sono At 2,32-33, e 1 Cor 15,45: Egli infatti, come Uomo, divenne «Spirito vivificante», per tutti gli uomini.
La clausola finale è del tutto singolare. Pietro infatti afferma che i presenti «sia vedono sia ascoltano» questo Spirito (v. 33). È il "segno" della Rivelazione plenaria, che avviene sempre attraverso «la visione e l'ascolto», l'Icona e la Parola. Ora, dove lo Spirito Santo è visibile, dove ascoltatale? Egli che è l'Invisibile per natura, e il Silenzioso per essenza? È semplice. Nei discepoli del Risorto che sono pieni del Fuoco dello Spirito Santo, e sono rigenerati, i loro volti sono mutati, le loro parole sono "altre", nuove, straordinarie. Lo Spirito Santo è presente e parla in essi, da adesso fino al Ritorno del Signore.] (cf T. Federici, Cristo Signore Risorto amato e celebrato, Piana degli Albanesi, Palermo 2001)-

L'episodio di Emmaus, accennato anche da Mc 16,12-13, mostra le contraddizioni che i discepoli soffrono dopo la Resurrezione, un evento che li soverchia sino a quando non verrà il Risorto stesso con il suo Spirito a donare la fede.
Tra i discepoli alcuni restano insieme, spauriti e indecisi, altri fuggono; solo la Pentecoste segnerà la loro compatta unità, ed insieme il loro sciamare per il mondo non in fuga, ma per annunciare l’Evangelo della Resurrezione fino ai confini del mondo. La struttura del racconto è facilmente rilevabile:
a. vv. 13-24, il dialogo dei due discepoli con un «pellegrino» su un argomento di estrema attualità, ciò che è accaduto in Gerusalemme in quei giorni;
b. vv. 25-27, l'illustrazione delle Sacre Scritture da parte di Gesù;
c. vv. 28-32, l'apice del racconto, con il riconoscimento di Gesù da parte dei discepoli nel contesto della cena e con il riferimento al tema delle Scritture;
d. vv. 33-35, segue poi una notizia circa il loro ritorno a Gerusalemme.
Molti considerano questa pagina una delle più belle di Luca e di tutto il N.T.; valenti esegeti non esitano a qualificarla come un capolavoro, aiutandoci a cogliere le caratteristiche individuanti, o se si preferisce il genere letterario.
Ci sono certamente forti contatti tra questa pagina e le formule del Kérygma  apostolico: i più ovvi sono questi: v. 34 e 1 Cor 15,3-5; tra i vv. 19-20 e At 2,22s.
Ci sono sicuramente dei motivi di ordine apologetico: il loro dubbio insistente, il rimprovero di Gesù, il loro comportamento familiare con Gesù.
Vi è certamente una dimensione liturgico-sacramentale: l'allusione eucaristica nel fatto che i due discepoli riconoscono Gesù allo spezzar del pane (vv. 30-35: cf At 2,42.46; 20,7.11) e poi questo accenno alla cena, la prima del Signore risorto, dopo quella dell'istituzione dell'Eucaristia.
Infine vi è certamente l'influsso della catechesi biblica ed eucaristica della Chiesa primitiva (quella nella quale e per la quale Luca scriveva).
Tuttavia si deve notare che questi elementi non sono che una parte dell'episodio e che non è lecito insistere a tal punto da togliere al racconto ogni valore storico.
Per concludere: c'è forse del vero in tutte queste ipotesi, ma è necessario abbordare il testo con estrema semplicità. Si tratta, ovviamente, di un’apparizione del Risorto (aspetto storico), nella quale si arriva ad un riconoscimento e si ribadisce un messaggio (aspetto teologico), presentata allo scopo di aiutare la fede e la prassi dei lettori (aspetto catechetico-liturgico).

Esaminiamo il brano

V. 13 «Ed ecco»: il fatto è annunciato dalla formula solenne, che introduce le figure di «due », senza altra esplicitazione; certo sono discepoli, proprio quelli che il Signore aveva istruito per inviarli «a due a due», ma con ben altra missione (10,1).
«quello stesso giorno»: siamo sempre nel giorno della risurrezione di Gesù.
Questi discepoli pur avendo udito l'annunzio delle donne (24,9-11), se ne vanno, fuggono verso un villaggio distante 60 stadi (secondo altri manoscritti si parla di 160 stadi), approssimativamente a 11 Km (circa 26 Km nell'altra versione) da Gerusalemme, chiamato Emmaus.
Si discute ancora in archeologia sul sito, rivendicato da diverse località; Emmaus: forse dall’ebr. 'àmòs = fortezza (?) solo qui in Luca e in tutto il N.T.
v. 14 «conversavano»: (gr. Omileò = fare l'omelia) i due si intrattenevano sui fatti che pur non avendo capito tuttavia conservavano ancora nel loro cuore. Non potevano dimenticarli!
vv. 15-17 La discussione si fa animata, come sempre quando la passione prende il sopravvento, ma essi sono privi della fede, le loro conclusioni sono vaghe.
Gli occhi dei due sono trattenuti dal riconoscerlo, ma presto si apriranno (v. 31), Gesù è con loro. La visione del Risorto infatti è condizionata da due fattori, l'iniziativa del Risorto stesso, e la fede necessaria, ambedue doni grandi.
Notare come Luca (ed anche Giovanni), nel seguito della Resurrezione fa sempre intervenire «Gesù», il medesimo che i discepoli avevano visto da vivo; quando questi lo riconoscono, appare sempre come «il Signore» nello splendore pieno del suo significato.
v. 18 «Cleopa»: solo qui in Luca e in tutto il N.T., forse un vezzeggiativo di Kleopatros = gloria del padre; la citazione del nome di questa persona è garanzia di sicurezza storica. Secondo una tradizione testimoniata da Egesippo (II sec; cf Eusebio, Hist. Eccles. 111,32) Cleopa sarebbe un fratello di Giuseppe, e quindi zio di Gesù, e padre di Simone, vescovo di Gerusalemme dopo il 70 (succedette a Giacomo). Va ricordato anche che il nome “Cleopa” ricorre nell’evangelo di Giovanni dove si parla di una «Maria, madre di Cléopa» (Gv 19,25), dando come assodata la conoscenza di quest’ultimo da parte delle comunità delle origini. Questo il dato storico di cui ora vi offro due suggestive letture a partire dalla domanda «Chi era l’altro discepolo?»:
1. il fatto che l’altro discepolo resti anonimo permetterà ad ognuno, che ascolti con fede il racconto, di potersi riconoscere in lui e fare la medesimo esperienza.
2. qualche commentatore propone l’ipotesi che il discepolo senza nome di Emmaus possa essere una donna, quella Madre o moglie (come traduce la Bibbia di Gerusalemme cf Gv 19,25) di Cleopa. L’assenza del nome è forse dovuta alla presenza dell’uomo (come anche il silenzio, parla infatti solo l’uomo). Una probabile testimone, una di quelle donne che nel racconto evangelico della resurrezione sono una presenza mai sufficientemente valorizzata nel commento del testo evangelico e nella vita ecclesiale allora come oggi. Suggestiva anche l’ipotesi che il Risorto in Luca sia apparso prima alle donne , poi ad una coppia e poi ai discepoli compresi gli 11 apostoli. Una sollecitazione ad essere più umili: Dio chiama tutti al servizio dell’annuncio e non vi sono posti di prestigio o comando ma solo servizio nella sua Chiesa. I capi del popolo (sacerdoti, anziani ed… apostoli!) sono i più bisognosi della misericordia divina ed occore nella fedeltà alla sequela di Cristo ricordarlo sempre.
vv. 19-24 «Che cosa?»:Dopo aver preso l'iniziativa del dialogo, Gesù fa lo “gnorri”; in realtà è l'evangelista che si esibisce nella sua abilità letteraria. Il dialogo si fa serrato, tutto il racconto acquista in dinamismo.
Comincia l'antievangelo dei discepoli disperati; per comprenderlo bene occorre rileggerlo con la sintesi kerygmatica tracciata da Pietro a Cornelio, in At 10,34-43 (messa Giorno di Pasqua).
Si ha il negativo della non-fede, che doveva essere di molti discepoli anche dopo la Resurrezione, e fino alla Pentecoste, e si ha il positivo della proclamazione di Cristo e della Chiesa nei secoli. Il sunto di Cleopa: Gesù Nazareno era un «uomo» (cf anèr nel testo greco) semplicemente, benché profeta (7,16; 13,13; Mt 21,11), accreditato da Dio e dal popolo come potente in «parole ed opere» (At 2,22). Il suo fallimento disastroso fu la consegna alle autorità (At 2,23; 5,30; ecc.), la condanna a morte, e l'infamia terrificante della croce. La reazione dei discepoli a tutto questo è solo una: «Noi speravamo», allora, adesso non speriamo più.
Sono ormai passati «3 giorni »da quanto avvenuto, la promessa antica della resurrezione non si è verificata. Tutto è perduto.
Benché il corpo di lui sia scomparso e le donne dicano di aver assistito ad una scena strana, con visioni di Angeli, alcuni discepoli corsi al sepolcro, trovarono tutto come le donne avevano detto, ma non trovarono «lui».
Non lo videro, l'unica prova valida per loro; non lo videro come adesso «non lo vedono».
vv. 25-28 «Ed egli parlò ad essi»: Luca introduce adesso le parole dure del Signore; l'esordio ha la violenza profetica e sapienziale, che colpisce direttamente i due come «insensati e tardi di cuore».
La strigliata è questa ottusità a credere all'intero messaggio dei «Profeti». Questa parte della pericope è da leggere in parallelo con At 8,26-40, l’episodio del diacono Filippo e il funzionario etiope, il confronto si rivela molto illuminante: nei due casi la perplessità iniziale è risolta attraverso l’esegesi della Scrittura che rivela chi è Gesù (il Figlio dell’uomo-il servo sofferente) ed ognuno dei due racconti si conclude con un’azione sacramentale.
«Non bisognava..»: tutto quello che è accaduto non è una caduta rovinosa del Cristo; il Messia doveva presentarsi non sotto l'aspetto glorioso ed invincibile, come si attendeva, ma come il Servo sofferente, proprio come non ci si attendeva; e sarebbe stato poi manifestato come il Figlio dell'uomo glorioso (cf. Dan 7,13-14).
Questo è un tratto fondamentale, in quanto coniuga per la prima volta nel N.T. due figure così opposte, come il Messia e il Figlio dell'uomo, circonfusi di gloria sia terrena che divina, e l'umile e mite figura del Servo.
Gesù adesso «spiega, dierménéuò», fa ermeneutica; comincia a spiegare come le Scritture «parlano di lui ».
Anzitutto «da Mose», espressione che indica il Pentateuco per intero (cf ad esempio alcuni testi quali Gen 3,15; 12,1-3; Num 21,9; 24,17; Dt 18,15-18).
Poi il Signore passa ai «Profeti», altra espressione tipica per indicare il resto delle scritture, nella divisione «Profeti anteriori», o libri storici, e «Profeti posteriori» i libri profetici e sapienziali [anche qui cf ad esempio Is 7,14; 9,6; 52,13-53,12 (4°canto del servo sofferente); Mich 5,2; Dan 7,13-14; 9, 24-27; Zac 6,12; 9,9; 12,10; Mal 3,1.
Cosi il Signore passa in rassegna «tutte le Scritture».
vv. 29-32 Il viaggio è al suo termine (e non solo perchè si è giunti alla meta o perchè è sera: è finito il cammino dell’incredilità, è il momento della conversione), Gesù fìnge di proseguire, poiché desidera che i due lo trattengano.
«Resta con noi»: imperativo aoristo positivo che ordina di dare inizio a un'azione nuova. Si ripete (secondo le usanze orientali) la costrizione di Abramo verso i Tre Personaggi (Gen 18,3-4) e di Lot verso gli angeli (Gen 19,3), che si riprodurrà nella Chiesa antica At 16,15 (a Filippi, Lidia verso Paolo ed i suoi accompagnatori).
Ha spiegato la Scrittura, adesso può sigillare la sua Parola con il Pane del suo Corpo; è il dono supremo. Tale dono produce l'effetto divino: i loro occhi, che prima erano chiusi, si aprono e ricevono l'esperienza vitale di lui, la conoscenza più profonda, totale (cf Ap 3,20: «sto alla porta.... ascolta la mia voce... cenerò con lui ed egli con me»).
«si aprirono»: di-anoigo è lo stesso verbo usato da Luca per indicare la spiegazione delle Scritture, subito dopo (v. 32).
«sparì dalla loro vista»: corporalmente il Signore non si fa vedere più; non è più con noi, ma in noi. Egli usava sempre spezzare prima il Pane della Parola, solo dopo quello della Mensa, ma come unica azione divina; in questo il Signore vuole essere riconosciuto e contemplato. Ha mostrato per sempre come la sua Presenza sia il Fuoco dello Spirito che consuma il cuore degli uomini (Sal 38,4; Ger 20,9), nella continua spiegazione delle Scritture. Non vediamo più il suo volto di fratello, perché si è fatto il nostro stesso volto di figli.
vv. 33-35 I due immediatamente «sorgono» (anistànó verbo della resurrezione), tornano a Gerusalemme dagli undici (è la conversione!).
Nel crescere delle testimonianze cresce anche la gioia, avviene ora lo scambio delle esperienze:
a) gli undici dicono ai due il centro della fede, l'Evento: «Veramente il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (cfr 1 Cor 15,3-8);
b) i due comunicano quanto avvenne per strada, la spiegazione delle scritture e come lo riconobbero dallo «spezzare il Pane».
La celebrazione eucaristica infatti si compone di due parti, dette liturgia della parole e liturgia eucaristica, che formano un unico atto di culto, secondo l'insegnamento del Concilio (SC 56). Da notare che è vero che il riconoscimento avviene nello spezzare il pane e non mentre parla, tuttavia dobbiamo considerare quanto detto per il verbo greco di-anoigo = aprire - schiudere (spiegare) dei vv. 31-32]
Lo «spezzare il Pane » resta come termine tecnico, benché non unico, della Mensa del Signore; tale azione implica sempre la spiegazione delle Scritture ed il Fuoco dello Spirito nel cuore di chi le ascolta.


FRAZIONE DEL PANE

«Cena del Signore» è il primo nome cristiano con il quale si indicò la Messa, mentre «frazione del pane » fu il primo nome ebraico che ricorre negli Atti degli Apostoli.
In due passi distinti si dice espressamente che i cristiani della comunità di Gerusalemme «perseveravano nella frazione del pane» (At 2,42) e «spezzavano il pane di casa in casa» (At 2 46). Sempre nel libro degli Atti, a proposito di san Paolo recatosi a Troade per incontrare i fratelli nella fede, si legge: «La domenica, quando ci riunimmo per spezzare il pane...» (At 20,7.11). Nessuno nega che in questi riferimenti si allude alla celebrazione dell'Eucarestia, chiamata appunto «frazione del pane» per il gesto compiuto da Gesù nell'ultima Cena e ripetuto dagli apostoli. Gesù si attenne allo schema della cena ebraica che prevedeva, ad un momento determinato, lo spezzamento del pane, unico, in tanti pezzetti da parte del capotavola per distribuirlo ai presenti. Gli evangelisti, raccontando la Cena di Gesù, precisano che egli «spezzò il pane ».
Nell'Evangelo di Luca, quando si parla dell'apparizione di Gesù ai due discepoli di Emmaus, si legge che essi «lo riconobbero allo spezzare del pane» (Lc 24,32.35).
Lo spezzamento del pane era il gesto che dava inizio propriamente alla Cena e dimostrava la unicità e fraternità dei partecipanti, che si cibavano del medesimo pane.
Il pane non veniva tagliato come facciamo oggi, ma spezzato con le mani: era una specie di focaccia facilmente divisibile. Fu dunque questo gesto, che dava inizio al convito e caratterizzava il senso conviviale e familiare, che servì a indicare la Cena del Signore. San Paolo nella prima lettera ai Corinti (cf 10,16-17) scrive: «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione al corpo di Cristo? Poiché uno solo (è) il pane, un solo corpo siamo (noi), i molti: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane».
Partendo dal fatto che un unico pane era spezzato e distribuito ai presenti, e ricordando che secondo la fede quel pane è il corpo di cristo, Paolo afferma che mangiando di quell'unico pane - corpo di cristo, noi diventiamo un solo corpo, formiamo il corpo di Cristo, unendoci a Cristo nel sacramento, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue, siamo trasformati nel suo corpo.
La comunione eucaristica produce quindi una strettissima unione fra di noi in Cristo, o meglio Cristo donandoci 1 suo corpo assimila e incorpora a sé tutti e ciascuno.
Nell'attuale rito romano della Messa, la frazione del pane (o, come si dice, dell'ostia) avviene dopo il Padre nostro (diversamente dal rito ambrosiano ove precede la preghiera del Signore) e si compie al canto dell'Agnello di Dio.
La riforma liturgica ha cercato di valorizzare questo gesto, ricordandone il suo significato: «mediante la frazione di un unico pane si manifesta l'unità dei fedeli» (Istruz. Gen. Messale, 48). «Il gesto della frazione del pane compiuto da Cristo nell'ultima Cena, sin dal tempo apostolico, ha dato il nome a tutta l’azione eucaristica.
Questo rito non ha soltanto una ragione pratica, ma significa che noi, i molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane di vita che è Cristo» (n. 56c).
Pertanto «conviene che il pane eucaristico, sebbene azzimo, sia formato in modo tale che il sacerdote nella Messa celebrata con i popolo possa spezzare l'ostia in varie parti e distribuirle almeno ad alcuni fedeli. Il gesto manifesterà sempre più la forza e l'importanza del segno: dell'unità di tutti in un unico pane e della carità, a motivo dell'unico pane distribuito fra i fratelli» (n. 283). Ma anche se, per ragioni pratiche, si preparano in antecedenza le ostie piccole, il gesto della frazione del pane, per il significato che esprime, merita di essere sottolineato e compreso: ci rimanda all'ultima Cena del Signore e ci ricorda il clima fraterno, anzi la comune partecipazione al medesimo «pane», al corpo del Signore «per noi spezzato».

Antifona alla Comunione Lc 24,35
I discepoli riconobbero Gesù, il Signore
nello spezzare il pane. Alleluia.

Nell’antifona alla comunione (Lc 24,35) si ribadisce che oggi la Chiesa Sposa ascolta come discepola fedele quanto il Signore Risorto parla mediante lo Spinto Santo, l'unico suo divino Maestro; apre di continuo i suoi occhi sulla verità delle Scritture, e di continuo accetta da esse il Fuoco dello Spirito. Poi presta le sue mani allo Sposo per spezzare il Pane e versare la Coppa, e in questa indicibile comunione riconosce di continuo il Signore Risorto, al quale si unisce nuzialmente nel Convito del Regno. Di qui la Chiesa torna a spezzare il Pane: quello della Parola, quello della carità corporale, quello della Mensa, a tutti gli uomini che credono senza avere visto, convitandoli presso l'Ospite divino che li attende.
In realtà, anche oggi è nei semplici gesti del rito eucaristico e degli altri sacramenti che noi possiamo accostarci a Cristo e ricevere il dono illuminante del suo Spirito. Soprattutto nell'eucaristia, che ci raduniamo per celebrare almeno ogni domenica, nella umile e consueta «benedizione» del pane che viene poi spezzato e distribuito, possiamo «riconoscere» il Signore, accogliere il suo disegno misterioso e lasciare che la nostra vita ne sia permeata. Poi, a somiglianza dei due di Emmaus", ci rivolgeremo con gioia agli altri fratelli, per testimoniare loro: « Il Signore è risorto; lo abbiamo riconosciuto... ».




I Colletta
Esulti sempre il tuo popolo, o Padre,
per la rinnovata giovinezza dello spirito,
e come oggi si allieta
per il dono della dignità filiale,
così pregusti nella speranza
il giorno glorioso della risurrezione.
Per il nostro Signore...

Fonte:@catechistaduepuntozero

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