Carla Sprinzeles " La passione, morte e risurrezione del Signore."

Commento su Isaia 50,4-7; Matteo 27,11-54
Carla Sprinzeles  
Domenica delle Palme (Anno A) (09/04/2017)
Vangelo: Mt 26,14-27,66 
Oggi la liturgia ci invita a riflettere sul mistero centrale della fede cristiana, ossia sulla passione,
morte e risurrezione del Signore. La missione di Gesù non risponde alle attese di un messia trionfante, che instaura un nuovo ordine politico e sociale, ma una nuova spiritualità basata sull'amore, sulla fedeltà all'amore.
Innanzitutto vorrei sottolineare che la sofferenza, come tale, è contraria al volere di Dio. Anche per Gesù la passione e la morte erano contrarie al volere di Dio. Questo dobbiamo ripeterlo continuamente, perché i modelli dei secoli scorsi avevano così deformato il significato della sofferenza di Gesù, da renderla necessaria: come compenso a Dio, come soddisfazione...tutte queste giustificazioni che venivano addotte per spiegare la passione e la morte di Gesù.
Noi sappiamo che la passione e la morte di Gesù è stata decisa dagli uomini contro il volere di Dio, perché è il risultato del rifiuto della sua proposta, che era una proposta di conversione, di rinnovamento della religiosità del suo tempo. La sua proposta non è stata accolta, è stata rifiutata, e il rifiuto si è concretizzato nella condanna a morte di Gesù.
Noi abbiamo bisogno gli uni degli altri per diventare figli, per crescere. L'amore di Dio si esprime sempre nelle strutture create cioè attraverso di noi e attraverso i nostri fratelli. Quello che ha insegnato Gesù è di essere fedeli all'amore anche in situazioni di sofferenza e di violenza.
ISAIA 50, 4-7
La prima lettura che avete ascoltato, è tratta dal profeta Isaia, e appare la figura paradossale del Servo, che deve affrontare sofferenze ed opposizione al suo ministero. Qui è proprio il srvo a parlare e ad esplicitare la relazione intima che egli ha con il Signore, e i sentimenti più profondi con cui affronta le dure prove della missione affidatagli. Il Servo è un "discepolo", perché si pone alla scuola della parola divina. Il Servo, come ogni alunno, va alla scuola della parola per ascoltare, come facevano e fanno gli allievi. Quanto apprende da questa scuola è rivolto ad un saper parlare con chi è abbattuto, e quindi con chi vive uno stato di grave oppressione (ad esempio il lutto, la malattia) rispetto al quale la sapienza umana è incapace di un'autentica parola di conforto.
A ben guardare, il primo momento della vocazione profetica del Servo è dunque l'accettazione della relazione tra maestro-discepolo, è il porsi in una condizione di sequela fedele. D'altra parte il termine "servo" è molto più che discepolo, perché indica un'appartenenza totale, qui si sottolinea l'appartenenza come accoglienza ed obbedienza alla Parola.
Egli viene destato ogni mattino da una parola divina che lo raggiunge e gli apre l'orecchio, cioè lo pone ogni giorno nella situazione di colui che liberamente si fa servo di un altro e si fa forare l'orecchio quale segno di tale appartenenza. Da questo incontro con la Parola del Signore, scaturisce la sua forza per affrontare le posizioni agguerrite. L'esperienza di persecuzione non vede il servo lamentarsi con il Signore, come fanno a volte i profeti, ma piuttosto riaffermare la fedeltà nonostante tutto e tutti.
E' una persecuzione che il Servo affronta proprio perché è certo della propria innocenza e assieme dell'assistenza divina, che non gli lascerà mancare l'aiuto, anzi lo sosterrà nella prova più estrema: "Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato..." Quando subisce gli sputi in faccia, la barba strappata, non reagisce: qui si evidenzia la vicinanza di Dio al servo maltrattato e percosso.
MATTEO 27, 11-54
Guardiamo l'atteggiamento di Gesù, entra in Gerusalemme seduto su un asino, simbolo di mitezza. Con un asino si cammina al passo della gente semplice, non si domina la situazione dall'alto. Il popolo invece desidera l'intronizzazione del suo Messia, figlio di Davide, e lo tratta da re. E' di nuovo la terza tentazione attraversata dal Signore nel deserto, che lo ha accompagnato per tutta la vita: "Gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai."
La nostra ricerca di potere cerca di colmare il baratro di una solitudine senza amore, obbligando a piegare la testa. L'alternativa infatti è sempre tra amore e paura: "Se non mi vuoi bene, ho paura di te, ma se ti domino, sono io a farmi temere da te." Gesù invece, figlio di colui che è l'Amore, non è mai solo, perché è sempre immerso nella tenerezza del Padre che lo spinge verso gli uomini. E' venuto per servirli, per placare la loro sete, per rassicurarli di fronte alla morte. Non ha bisogno di usurpare il potere di questo mondo. Tuttavia la gente cerca uno che incarni il successo umano, immagine di un potere che permetta di soggiogare l'altro senza fare lo sforzo di aprirsi a lui.
Gesù sembra accondiscendere a quel capriccio, come se usasse le stesse armi dell'idolo per sconfiggerlo. Appare come un seduttore delle masse. Eppure i giorni seguenti dimostreranno che il giudizio di questo mondo non si gioca sulla seduzione bensì sull'amore, rivelato non in questa festa popolare ma ai piedi della croce. Là resteranno solo alcune donne e un uomo, rimarrà chi ha saputo amare senza frode, chi si apre all'amato senza difese.
Con questo piccolo trionfo dell'ingresso a Gerusalemme Gesù tenta, per un'ultima volta, dopo i numerosi miracoli che avevano suscitato tanto entusiasmo, di persuaderci che ogni potere è caricatura dell'amore. Di quell'amore che squarcia il cuore con una ferita capace di accogliere senza nessuna difesa il bisogno dell'altro. Sotto la croce Maddalena capisce ciò che il grande Girolamo non riuscirà a cogliere. Pensava di aver dato tutto a Cristo ma il Signore gli disse: "No, non mi hai offerto tutto, non mi hai consegnato i tuoi peccati." Chi sta ai piedi del Crocifisso invece non ha più bisogno di sedurre Dio con meriti che nutrono solo l'amor proprio, ma sa che l'Amore ci stringe a sé con tutte le nostre rughe, le nostre sporcizie, la nostra nudità.
Amici, mettiamoci anche noi ai piedi della croce, così come siamo e chiediamoci se in qualche nostro atteggiamento cercchiamo più il potere che l'amore, se siamo onesti con noi stessi e ci presentiamo a Gesù per quello che siamo, provvederà lui stesso a correggerci.

Fonte:http://www.qumran2.net