dom Luigi Gioia," Per aprire gli occhi"

 Per aprire gli occhi
dom Luigi Gioia  
III Domenica di Pasqua (Anno A) (30/04/2017)
Vangelo: At 2,14.22-33; Sal 16; 1 Pt 1,17-21; Lc 24,13-35 
I viandanti di cui parla il vangelo di oggi siamo noi. Il cammino che percorriamo è quello della nostra
vita. Come i due discepoli, anche noi abbiamo smarrito la meta come appare dall'indicazione geografica menzionata in questa pericope. Nella mente dell'uomo biblico il senso della vita, la direzione, sono espressi nel fatto di andare a Gerusalemme e il Vangelo ci dice invece che i nostri due discepoli se ne allontanano. Avevano creduto per un momento che Gesù potesse indicare loro la via della vita - come dice il salmo - ma la loro speranza era stata delusa. Noi speravamo - dicono - che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele. Ma Gesù è stato soppresso e loro vanno via tristi.
La loro speranza è stata però delusa perché avevano creduto che la salvezza proclamata da Gesù fosse di natura politica, che fosse una liberazione dal dominio dello straniero: Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele. Avevano sperato in una felicità terrena, nel pane e nel pesce per tutti, in guarigioni miracolose da tutte le malattie, in predicazioni dal successo strepitoso, nell'instaurazione di un regno temporale. Gesù era per loro un profeta potente in parole e opere. Pur vivendo con Gesù, pur conoscendolo di persona, pur avendo mangiato e dormito con lui, pur avendolo ascoltato, non lo avevano riconosciuto, non lo avevano ‘visto'. È possibile essere con Gesù e non vederlo, non riconoscerlo.
Quello che succede mentre sono per via valeva già quando erano fisicamente con Gesù: I loro occhi - dice il Vangelo - erano impediti a riconoscerlo. Perché ‘occhi' e ‘speranza' coincidono: se angusta è la nostra speranza, miopi sono anche i nostri occhi. Se ci aspettiamo troppo poco dal Signore, rischiamo di non vederlo per nulla, di non riconoscerlo accanto a noi, sul nostro cammino, nella nostra vita.
Non è forse questo il nostro problema? Ogni volta che crediamo che il Signore ci abbia abbandonati, che sia assente, non è forse perché lo cerchiamo nel modo o nel luogo sbagliato? Crediamo che ci abbia abbandonato perché viviamo una prova, perché attraversiamo una sofferenza, senza vedere che proprio questa prova, proprio questa sofferenza, sono le vie d'accesso ad una speranza nuova, le occasioni di un dono inaspettato.
La liberazione che Cristo è venuto a portarci non elimina la sofferenza, ma ne cambia il senso. Trasforma la sofferenza, inevitabile nella nostra vita, da vicolo cieco in porta d'ingresso, come dice egli stesso: per entrare nella sua gloria. Bisognava che Cristo soffrisse, ma era per entrare nella sua gloria, quella nella quale ci introduce insieme a lui. Così la sofferenza è trasformata da condanna in offerta, da vicolo cieco in un orizzonte nuovo.
Cos'è allora che apre i nostri occhi? Cos'è che ci permette di riconoscere Cristo nella nostra vita, nelle nostre prove, nella nostra esperienza del limite e della morte? Il Vangelo ce lo rivela in due frasi importantissime. La prima, nella quale si dice: E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, Gesù spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. E poi la seconda frase: Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
La sola esperienza che apre i nostri cuori è la frequentazione assidua della scrittura. È attraverso di essa che il Signore ci parla e accende, nutre, rinnova la nostra speranza. Proprio come dice il salmo responsoriale della liturgia di oggi: Benedico il Signore che mi ha dato consiglio, anche di notte il mio cuore mi istruisce. Il Signore mi istruisce attraverso la sua Parola amata, meditata, riletta, custodita nel cuore. Il cuore che custodisce la Parola, trova la consolazione di cui ha bisogno.
Poi riconosciamo Cristo nello spezzare del pane, cioè nel dono di noi stessi in ringraziamento al Padre. Come solo il pane spezzato può essere condiviso da molti, così morendo, donando la sua vita, "spezzandosi", Gesù diventa sorgente di vita per tutti. In Cristo ogni nostra sofferenza, ogni nostra prova, ogni nostra morte possono diventare uno spezzare il pane, un dono di noi stessi. Lo diventano quando invece di maledire la prova troviamo, in unione con Cristo, la forza di benedirla. Invece di rifiutarla, ribellandoci, troviamo con Cristo la forza di abbracciarla. Invece di considerarla una punizione, la accogliamo come una sfida, il passaggio ad una vita più grande, a un senso più profondo. Invece di chiuderci in noi stessi, lasciamo che la prova, come per il pane, ci spezzi. La prova ci spezza, per farci diventare dono di noi stessi a tutti.
Come ce lo insegna il salmo, poniamo allora sempre davanti a noi il Signore: Sta alla mia destra, non posso vacillare. Se apro gli occhi per riconoscerlo, trovo la gioia: Così gioirà il nostro cuore ed esulterà la nostra anima. E anche nella morte il nostro corpo riposerà al sicuro, perché crediamo che il Signore non abbandona la nostra vita negli inferi. Si apriranno così i nostri occhi, arderà il nostro cuore e potremo riconoscere Gesù sulla via, accanto a noi, passo dopo passo, che ci indica il sentiero della vita per ricondurci al Padre: Gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.

Fonte:http://www.qumran2.net

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