DON PaoloScquizzato, ‘Non si risorge perché si muore ma perché si ama’.

OMELIA 3a Domenica di Pasqua. Anno A
«Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus,
distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. 19Domandò loro: “Che cosa?”. Gli risposero: “Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. 25Disse loro: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”. 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”. 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane». (Lc 24, 13-35)

È importante che alla fine del Vangelo, venga ricordato questo episodio. Perché al di là di tutto, la fede deve poter conoscere la crisi. La fede non è un percorso lineare, lancia scoccata inesorabile verso il cielo.
Ho sempre ritenuto che il dubbio sia il combustibile della fede e che la crisi sia necessaria per vagliare il credere e far rimanere solo ciò che è essenziale.
Ho sempre avuto paura di chi non ha mai conosciuto il dubbio, perché prima o poi mi si rivolterà contro con il suo fanatismo.
Questi due personaggi hanno perso ogni certezza. Dopo una grande fiammata d’entusiasmo ora, sulla via del ritorno, come giare di pietra vuote, conversano col volto triste. L’unica certezza a loro rimasta, è che Gesù di Nazareth è stato ucciso.
L’unica certezza è un dato storico, materiale, concreto e drammatico.

Sì, molte volte l’unica cosa che ci resta è questa nostra storia. Con tutto il suo carico di violenza e di morte. Sono i tradimenti, le fragilità, le ferite provocate dall’incapacità di amare…

A questi viandanti della disperazione, Gesù domanda: ‘non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’.
Si entra nella gloria, ossia nel senso, nel compimento dell’essere, nella vita risorta della felicità attraverso la sofferenza. Ma attenzione, solo quella che deriva dall’aver amato.
‘Non si risorge perché si muore ma perché si ama’.

A conti fatti, ciò che ci rimane è la capacità – pur flebile – di amare. Di vivere tutto ciò che capita avvolgendolo con la benevolenza e la ferma decisione di non rispondere al male col male. Di far partecipe chi ci vive accanto di un pezzo di paradiso, e di spezzarci un po’ come pane per sfamare il desiderio di felicità dell’altro.
Ebbene, se si comincia a vivere, lungo la strada degli eterni ritorni, anche quando tutto pare avvolto dalla luce del tramonto, la logica del Vangelo ossia il vincere il male col bene e spezzarsi per l’altro come un buon pane, allora faremo esperienza del Risorto anche in mezzo alla crisi di fede più nera, al non sentire nulla, e ai dubbi più profondi.
Impareremo, almeno un po’, che prima di credere in Dio forse ci viene chiesto di credere nell’amore e in ultima analisi nell’uomo.
Credere in Dio di per sé non è ancora nulla, potrebbe risolversi in un assenso ad un’immagine creata dai propri deliri. Credere nell’amore significa scommettere sull’uomo compagno di viaggio, che mi chiede di potersi fermare a casa mia perché è ormai scesa la sera.
E alla fine, senza saperlo, senza sentirlo, senza definirlo si sarà accolto in casa propria il Dio della festa, che fa ardere il cuore e apre verso un tempo che non conoscerà più la fine.

‘Tutti e due in veglia ogni notte
senza dirci nulla e udendo
solo i rintocchi della torre:

e però tu mi vedi
e io non ti vedo
e non è giusto!

E anche il giorno è notte.

Mentre il cuculo
segna le ore
col canto’.  (David Maria Turoldo)
Fonte:www.paoloscquizzato.it

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