FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio "Io sono la porta delle pecore"

IV Domenica di Pasqua
Antifona d'ingresso
Della bontà del Signore è piena la terra;

la sua parola ha creato i cieli. Alleluia. (Sal 33,5-6)

Colletta
Dio onnipotente e misericordioso,
guidaci al possesso della gioia eterna,
perché l’umile gregge dei tuoi fedeli
giunga con sicurezza accanto a te,
dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore.

Oppure:
O Dio, nostro Padre,
che nel tuo Figlio ci hai riaperto
la porta della salvezza,
infondi in noi la sapienza dello Spirito,
perché fra le insidie del mondo
sappiamo riconoscere la voce di Cristo,
buon pastore,
che ci dona l’abbondanza della vita.

PRIMA LETTURA (At 2,14.36-41)
Dio lo ha costituito Signore e Cristo.
Dagli Atti degli Apostoli

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».
All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».
E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro».
Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 22)
Rit: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia. Rit:

Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza. Rit:

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca. Rit:

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni. Rit:

SECONDA LETTURA (1Pt 2,20b-25)
Siete tornati al pastore delle vostre anime.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché
anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché,
non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti al pastore
e custode delle vostre anime.

Canto al Vangelo (Gv 10,14)
Alleluia, alleluia.
Io sono il buon pastore, dice il Signore,
conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.
Alleluia.

VANGELO (Gv 10,1-10)
Io sono la porta delle pecore.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Preghiera sulle offerte
O Dio, che in questi santi misteri
compi l’opera della nostra redenzione,
fa’ che questa celebrazione pasquale
sia per noi fonte di perenne letizia.

PREFAZIO PASQUALE IV
La restaurazione dell’universo per mezzo del mistero pasquale

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
proclamare sempre la tua gloria, o Signore,
e soprattutto esaltarti in questo tempo
nel quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato.
In lui, vincitore del peccato e della morte,
l’universo risorge e si rinnova,
e l’uomo ritorna alle sorgenti della vita.
Per questo mistero, nella pienezza della gioia pasquale,
l’umanità esulta su tutta la terra,
e con l’assemblea degli angeli e dei santi
canta l’inno della tua gloria: Santo...

Antifona di comunione
È risorto il buon Pastore,
che ha dato la vita per le sue pecorelle,
e per il suo gregge è andato incontro alla morte. Alleluia.

Oppure:
“Io sono il buon pastore e offro la vita per le pecore”,
dice il Signore. Alleluia. (Gv 10,14.15)

Preghiera dopo la comunione
Custodisci benigno, o Dio nostro Padre,
il gregge che hai redento
con il sangue prezioso del tuo Figlio,
e guidalo ai pascoli eterni del cielo.

Lectio
La preghiera colletta di questa IV settimana di pasqua così recita: O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l'abbondanza della vita.
In queste poche righe si può certamente racchiudere tutto il senso del vangelo proposto. Secondo gli esegeti non si può parlare di un solo racconto, ma di più racconti che sono stati assemblati. L’articolazione del discorso che la liturgia ci propone in questo anno A, comprende i soli primi dieci versetti del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, ed esso ci propone un immagine che si riconosce con chiarezza. L’immagine proposta nei vv. 1-5, dopo la cesura del v. 6, viene interpretata in senso cristologico nei due capoversi seguenti, che illustrano ciascuno un singolo elemento dell’immagine: i vv. 7-10 la porta, e nei vv. 11-15, che non leggeremo nelle liturgia di questa domenica, il pastore.
Questo vangelo, detto del Buon pastore, è innestato nel racconto del cieco nato, che troviamo nel capitolo 9 e che trova la sua conclusione in Gv. 10, 21 (queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi dei ciechi?)
I farisei non capirono che cosa significava ciò che diceva loro; La chiesa ci propone questo vangelo nella IV domenica di pasqua per poter capire. Sembra che per riconoscere il buon pastore bisogna aver fatto esperienza della pasqua. È necessario cioè aver fatto esperienza della guarigione, come il cieco nato. Con gli occhi di chi è stato guarito ci accostiamo al testo.

v.1-5: Il testo liturgico traduce in verità in verità vi dico, ma il testo greco sottostante si esprime con la formula introduttiva: «Amen, amen, io vi dico». Gesù avverte che l’intento di questo «discorso figurato» è di esprimere realtà e certezze divine di rivelazione. Amen può essere tradotto come così è stabilito, o come questa è verità divina, è tradizionalmente la risposta vincolante di assenso a una parola detta da Dio, specialmente in benedizioni o dedizioni, ma soprattutto nelle nostre liturgie è la risposta della comunità alla lode a Dio.
In numerose parole di Gesù dei sinottici (in 49 passi) e del vangelo di Giovanni (in 25 passi), l’amen si trova invece all’inizio e serve a dare valore di verità divina a quanto Gesù dice.
È utile il confronto con Neemia 8,5 e seguenti: «Esdra aprì il libro (della legge) davanti a tutti e quand’ebbe aperto il libro, tutti si levarono in piedi. Allora Esdra benedisse il Signore, il grande Dio, e tutti alzarono le mani e risposero: Amen, amen! S’inchinarono, si prosternarono davanti al Signore con la faccia a terra».
Il presupposto è che il libro della torà è parola di Dio. La benedizione di Esdra è indirizzata al Dio che è presente nel libro aperto e nella Scrittura rivela se stesso al suo popolo. Col suo amen la comunità riunita si unisce alla lode, sottomettendosi in adorazione alla verità di Dio.
Tornando al nostro vangelo, l’amen all’inizio di un discorso di Gesù lo qualifica come verità di Dio, che è Gesù stesso (cf. Gv. 14,6). Poiché egli viene da Dio e, come figlio del Padre, appartiene a Dio, la sua parola è immediatamente parola di Dio (cf. 14,8-11; 17,17-19; 18,37) e perciò essa è la verità (8, 31 e 40-45).
L’evangelista ha quindi ripreso dalla tradizione dei sinottici una caratteristica formula discorsiva di Gesù. In essa egli ha visto giustamente un’espressione condensata dell’unità con Dio, da lui percepita nella predicazione di Gesù, espressione che corrisponde al nucleo della visione di Gesù tipica del vangelo di Giovanni: «Io e il Padre siamo uno»; «Chi ha visto me ha visto il Padre».

È opportuno chiedersi come mai questo discorso inizia col caso eccezionale e negativo che qualcuno in veste di ladro e predone entri nel recinto non per la porta. Certamente questo serve a delineare il caso normale e positivo che viene descritto subito dopo nei vv. 2-4, così come di nuovo, col comportamento delle pecore nei confronti di un «estraneo», viene sottolineata la loro dimestichezza col loro pastore.
Un accostamento a Ezechiele 34 offre una via per comprendere questo fatto. Il profeta, per incarico di Dio, convoca in giudizio i «pastori d’Israele» che hanno tradito il loro ufficio: essi pascono «se stessi» (vv. 2.8) senza occuparsi delle pecore, che sono quindi senza pastore. «E sono divenute preda di tutte le fiere selvagge» (v. 5).
Dio annuncia perciò che interverrà contro questi pastori (v. Io): «Così parla Dio, il Signore: ecco, io stesso mi prenderò cura del mio gregge e lo cercherò» (v. 11). «Le condurrò ai pascoli migliori» (v. 14), «io stesso condurrò al pascolo le mie pecore» (v. 15), «sarò il loro pastore e mi curerò di loro, com’è giusto» (v. 16), «susciterò loro uno e un solo pastore che le pascolerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo e sarà il loro pastore e io, il Signore, sarò il loro Dio» (vv. 23 s.). «Sì, voi sarete il mio gregge, il gregge del mio pascolo, e io sarò il vostro Dio dice Dio il Signore» (v. 31).
Questa profezia, inizia come un discorso d’accusa contro i falsi pastori, da cui consegue che la promessa di Dio di farsi egli stesso pastore di Israele e di porre un messia come unico pastore (cf. 37,24-28). In modo simile anche in gv. 10, Gesù è il buon pastore.
Il suo «amen, amen, io vi dico» suona come il «com’è vero che io vivo» di Dio in Ez. 34,8; e come Gesù, nel suo operare con le sue pecore, è tutto uno con Dio (Gv. 10,30), così in Ez. 34,11-15 è Dio stesso che si prenderà cura delle sue pecore e le porterà al pascolo.
La differenza che in Ez. 34 intercorre tra Dio e il re della stirpe di Davide da lui intronizzato, in Gv. 10, con Gesù, viene a cadere. Questi è sì il messia (vv. 24 s.), ma lo è in veste di figlio inviato dal Padre, nel quale il Padre compie le sue opere (v. 38).
Se ci si accorge che il discorso di Gesù sul buon pastore di Gv. 10 è nel suo insieme costruito sul modello di quello di Ez. 34, si spiega anche il suo esordire con la figura negativa del ladro e predone.
Se si ritiene che il discorso sul buon pastore di 10,1 e seguenti, continui immediatamente da 9,39-41, non è da escludere che siano i farisei coloro a cui Gesù si contrappone. Egli solo è il vero pastore; le pecore gli appartengono, egli si prende cura di loro e dà la sua vita per loro. Quelli, invece, entrano nel recinto da estranei, per rapire e guastare le pecore.

Formalmente i vv. 1-5 sono a prima vista puro discorso figurato; solo nella successiva interpretazione dei vv. 7 ss. compare l’«io» di Gesù e il suo dono della salvezza ai suoi discepoli. L’immagine è presa dalla vita concreta dei pastori di allora. In una corte recintata da un muro o da una staccionata, le pecore di più proprietari vengono messe al sicuro per la notte. Un guardiano fa la guardia al recinto.
Questi conosce tutti i proprietari, e la mattina lascia entrare quel pastore di cui qui si racconta. Le sue pecore conoscono la sua voce ed egli si rivolge a ciascuna di loro, che lo ascoltano, col suo nome. Le spinge fuori del recinto nell’aperto dei pascoli, si mette davanti al suo gregge e lo conduce a pascolare. Per contro le pecore non seguono un estraneo e scappano da lui, perché non conoscono la sua voce.

v.6: Questo discorso figurato contiene esattamente quel che Gesù deve dire ai farisei di 9,39-41: sono «ciechi che conducono ciechi», che non entrano nel regno di Dio e si adoperano per impedire l’ingresso ad altri (Mt. 23,13.1). Ma costoro non comprendono questo significato nascosto nell’immagine, non perché manchi loro l’intelligenza, ma per una profonda incomprensione che blocca per i non credenti l’accesso a ciò che è della fede (cf. Mc. 4,11).
Essi reagiscono a questo discorso per immagini, che per i credenti è trasparente, come ciechi. La rivelazione di Dio risulta comprensibile a quanti hanno fatto esperienza del Risorto.

v.7-10: Nei vangeli sinottici Gesù, dopo avere raccontato parabole, nel seguito le spiega (cf. Mc. 4,13 e 34; Mt. 13, 36 ss.). Così anche il Gesù giovanneo dà un’interpretazione dei suo discorso figurato su pastore, e gregge. Anch’essa è introdotta dalla formula «Amen, amen, io vi dico» del v. 1. In definitiva quel che ha voluto dire è una cosa sola: solo Gesù è il rivelatore, egli solo dà vita eterna a coloro che l’ascoltano con fede.
Nell’interpretazione vengono messi in luce di volta in volta singoli aspetti che, se sono diversi sui piano dell’immagine, sono strettamente connessi su quello del significato. La porta attraverso la quale entra il pastore per andare dalle sue pecore, a differenza dai ladri e predoni (v. 2), è Gesù stesso (v. 7), che è anche il pastore delle pecore (v. 8).
«IO SONO» è il nome di Dio (come già in 6,35 e 8,12), nel qual nome Gesù parla e opera in quanto figlio del Padre. Come tale egli ‘è la porta: solo attraverso lui si accede all’eterna salvezza. La confessione di Gesù Signore apre la via alla salvezza (cf. Rom. 10,9); questo nome soltanto garantisce la salvezza (Atti 4,12).
L’«entrare» è inteso nei senso in cui Gesù nei sinottici parla di entrare nel «regno di Dio» (Mc. 10,15, Gv. 3,5). Si entra solo per l’unica, stretta porta (Mt. 7, 13) e il dono di salvezza dato a chi entra è «la vita» (Mc. 9,43-47; Mt. 19,17).
Così va intesa anche l’immagine del pascolo al quale il pastore conduce le sue pecore (cf. Salmo 23,2; 79,13; 95,7; I00,3; Is. 40,11; Mich. 7,14): la vita eterna, la vita in pienezza, è ciò che avranno coloro cui il Padre ha inviato il figlio.
Chi sono «tutti coloro che sono venuti prima di Gesù»? A rigore dovrebbero essere tutti i mediatori veterotestamentari della salvezza, così che l’intera vicenda degli inviati da Dio che si sono presentati da Mosè in avanti sarebbe solo una storia di falsi profeti. Ma non può essere questo che s’intende dire. È vero che il Gesù giovanneo parla con distacco di Mosè come di autorità «dei giudei», tuttavia la prende in parola (cf. 7,19) e contro di loro può addirittura appellarsi alla testimonianza di Mosè (5,45-47).
Quanto ai profeti dell’Antico Testamento, in Giovanni se ne parla solo in 8,52, ma in termini per nulla polemici. Anche questa frase può dunque essere compresa solo sulla scorta di Ez. 34: la condanna dei falsi pastori che vi viene fatta è ripresa in forma generale da Gv. 10,8; ladri e predoni rappresentano, come là, la figura che si contrappone a Gesù, l’unico legittimo pastore. «Tutti quelli che sono venuti prima di me» significa quindi che non c’è nessun altro, senza eccezione, all’infuori del figlio inviato dal Padre, che possa accedere legittimamente al gregge del popolo di Dio. Questa unicità di Gesù è la ragione per la quale l’immagine dell’unica porta (v. 7) trapassa in quella dell’unico pastore, che solo ha legittimo accesso ai suoi (v. 8) e dà loro la vita eterna (v. 10).

Appendice
I falsi pastori che, lungo i secoli, uccidono e disperdono il gregge di Cristo
Ogni nostra speranza è posta in Cristo. È lui tutta la nostra salvezza e la vera gloria. È una verità, questa, ovvia e familiare a voi che vi trovate nel gregge di colui che porge ascolto alla voce di Israele e lo pasce. Ma poiché vi sono dei pastori che bramano sentirsi chiamare pastori, ma non vogliono compiere i doveri dei pastori, esaminiamo che cosa venga detto loro dal profeta. Voi ascoltatelo con attenzione, noi lo sentiremo con timore. "Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell'uomo, profetizza contro i pastori di Israele, predici e riferisci ai pastori d'Israele" (Ez 34,1-2).
 Abbiamo ascoltato or ora la lettura di questo brano, quindi abbiamo deciso di discorrerne un poco con voi. Dio stesso ci aiuterà a dire cose vere, anche se non diciamo cose nostre. Se dicessimo infatti cose nostre saremmo pastori che pascono se stessi, non il gregge; se invece diciamo cose che vengono da lui, egli stesso vi pascerà, servendosi di chiunque. "Dice il Signore Dio: Guai ai pastori di Israele che pascono se stessi!
I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?" (Ez 34,2), cioè i pastori non devono pascere se stessi, ma il gregge. Questo è il primo capo di accusa contro tali pastori: essi pascono se stessi e non il gregge. Chi sono coloro che pascono se stessi? Quelli di cui l'Apostolo dice: "Tutti infatti cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo" (Fil 2,21).
Ora noi che il Signore, per bontà sua e non per nostro merito, ha posto in questo ufficio - di cui dobbiamo rendere conto, e che conto! - dobbiamo distinguere molto bene due cose: la prima cioè che siamo cristiani, la seconda che siamo posti a capo.
Il fatto di essere cristiani riguarda noi stessi; l'essere posti a capo invece riguarda voi.
Per il fatto di essere cristiani dobbiamo badare alla nostra utilità, in quanto siamo messi a capo dobbiamo preoccuparci della vostra salvezza. Forse molti semplici cristiani giungono a Dio percorrendo una via più facile della nostra e camminando tanto più speditamente, quanto minore è il peso di responsabilità che portano sulle spalle.
Noi invece dovremo rendere conto a Dio prima di tutto della nostra vita, come cristiani, ma poi dovremo rispondere in modo particolare dell'esercizio del nostro ministero, come pastori. (Sant'Agostino, Discorso sui pastori,46,1-2; CCL 41,529-530).

Vediamo che cosa dice la parola di Dio, che non adula nessuno, ai pastori attenti a pascere piuttosto se stessi che non le pecore: "Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza.
Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di bestie selvatiche: sono sbandate" (Ez 34,3-5). Ai pastori, che pascono se stessi invece del gregge, si muove rimprovero per ciò che pretendono e per ciò che trascurano. Che cosa pretendono dunque? "Voi vi nutrite di latte e vi coprite di lana". L'Apostolo si domanda: "Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? O chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge?" (1Cor 9,7).
Vediamo dunque che per latte del gregge si intende tutto ciò che il popolo di Dio offre ai suoi capi per procurare loro il vitto temporale. Infatti di questo intendeva parlare l'Apostolo con le parole che ho citato. In verità l'Apostolo, quantunque avesse preferito mantenersi con il lavoro delle proprie mani e non cercasse il latte delle pecore, tuttavia rivendicò il diritto di prendere il latte, perché il Signore aveva disposto che coloro che annunziano il Vangelo vivessero del Vangelo (cfr. 1Cor 9,14).
Ed in proposito affermò che gli altri apostoli, suoi colleghi, avevano fatto valere questo diritto, certo legittimo, non abusivo. Egli andò oltre, rinunziando anche a quello che gli era dovuto. Con ciò non è detto che gli altri abbiano preteso una cosa indebita, ma semplicemente che egli volle fare più di quanto era strettamente richiesto. Forse colui che condusse all'albergo il ferito e disse: "Ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno" (Lc 10,35), voleva indicare proprio questo comportamento dell'Apostolo.
Che diremo dei pastori che non esigono latte dal gregge? Che sono più generosi degli altri o meglio che esercitano più largamente degli altri la generosità pastorale. Lo possono fare, e lo fanno. Si lodino pure costoro, tuttavia non si condannino gli altri. Infatti lo stesso Apostolo non andava in cerca di donativi, e tuttavia voleva che i fedeli fossero operosi e produttivi e ricchi di frutti. (Sant’Agostino, Discorso sui pastori, 46, 3-4; CCL 41, 530-531).

"Io sono il buon Pastore; conosco le mie pecore", cioè le amo, "e le mie pecore conoscono me" (Gv 10,14). Come a dire apertamente: corrispondono all'amore di chi le ama.
La conoscenza precede sempre l'amore della verità.
Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume della verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell'amore; non del solo credere, ma anche dell'operare. L'evangelista Giovanni, infatti, spiega: "Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo" (1Gv 2,4).
Perciò in questo stesso passo il Signore subito soggiunge: "Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore" (Gv 10,15). Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall'amore con cui muoio per le pecore.
Di queste pecore di nuovo dice: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna (cfr. Gv 10,14-16). Di esse aveva detto poco prima: "Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo" (Gv 10,9). Entrerà cioè nella fede, uscirà dalla fede alla visione, dall'atto di credere alla contemplazione, e troverà i pascoli nel banchetto eterno.
Le sue pecore troveranno i pascoli, perché chiunque lo segue con cuore semplice viene nutrito con un alimento eternamente fresco. Quali sono i pascoli di queste pecore, se non gli intimi gaudi del paradiso, ch'è eterna primavera? Infatti pascolo degli eletti è la presenza del volto di Dio, e mentre lo si contempla senza paura di perderlo, l'anima si sazia senza fine del cibo della vita. Cerchiamo, quindi, fratelli carissimi, questi pascoli, nei quali possiamo gioire in compagnia di tanti concittadini. La stessa gioia di coloro che sono felici ci attiri. Ravviviamo, fratelli, il nostro spirito. S'infervori la fede in ciò che ha creduto. I nostri desideri s'infiammino per i beni superni.
In tal modo amare sarà già un camminare. Nessuna contrarietà ci distolga dalla gioia della festa interiore, perché se qualcuno desidera raggiungere la mèta stabilita, nessuna asperità del cammino varrà a trattenerlo. Nessuna prosperità ci seduca con le sue lusinghe, perché sciocco è quel viaggiatore che durante il suo percorso si ferma a guardare i bei prati e dimentica di andare là dove aveva intenzione di arrivare. (San Gregorio Magno, Omelie sui vangeli,14,3-6; PL 76,1129-1130)

Poiché il modello, ad immagine del quale siete tati fatti, è Dio, procurate di imitare il suo esempio. Siete cristiani, e col vostro stesso nome dichiaratela vostra dignità umana, perciò siate imitatori dell'amore di Cristo che si fece uomo.
Considerate le ricchezze della sua bontà. Egli, quando stava per venire tra gli uomini mediante l'incarnazione mandò avanti Giovanni, araldo e maestro di penitenza e, prima di Giovanni, tutti i profeti, perché insegnassero agli uomini a ravvedersi, a ritornare sulla via giusta e a convertirsi a una vita migliore.
Poco dopo, quando venne egli stesso, proclamò di persona e con la propria bocca: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi e io vi ristorerò", (Mt 11,28). Perciò a coloro che ascoltarono la sua parola, concesse un pronto perdono dei peccati e li liberò da quanto li angustiava. Il Verbo li santificò, lo Spirito li rese saldi l'uomo vecchio venne sepolto nell'acqua, e fu generato l'uomo nuovo, che fiorì nella grazia.
Dopo che cosa seguì? Colui che era stato nemico diventò amico, l'estraneo diventò figlio, l'empio diventò santo e pio. Imitiamo l'esempio che ci ha dato il Signore, il buon Pastore. Contempliamo i Vangeli e, ammirando il modello di premura e di bontà in essi rispecchiato, cerchiamo di assimilarlo bene.
Nelle parabole e nelle similitudini vedo un pastore che ha cento pecore. Essendosi una di esse allontanata dal gregge e vagando sperduta, egli non rimane con quelle che pascolavano in ordine, ma messosi alla ricerca dell'altra, supera valli e foreste scala monti grandi e scoscesi, e, camminando per lunghi deserti con grande fatica, cerca e ricerca fino a che non trova la pecora smarrita. Dopo averla trovata, non la bastona, né la costringe a forza a raggiungere il gregge, ma, presala sulle spalle, e trattatala con dolcezza, la riporta al gregge, provando una gioia maggiore per quella sola ritrovata, che per la moltitudine delle altre.
Consideriamo la realtà velata e nascosta della parabola. Quella pecora non è affatto una pecora né quel pastore un pastore, ma significano altra cosa. Sono figure che contengono grandi realtà sacre Ci ammoniscono, infatti, che non è giusto considerare gli uomini come dannati e senza speranza, e che non dobbiamo trascurare coloro che si trovano nei pericoli, né essere pigri nel portare loro il nostro aiuto, ma che è nostro dovere ricondurre sulla retta via coloro che da essa si sono allontanati e che si sono smarriti.
Dobbiamo rallegrarci del loro ritorno e ricongiungerli alla moltitudine di quanti vivono bene e nella pietà. (Sant'Astèrio di Amasea, Omelie,13: PG 40,355-358.362)

Dicendo questo, Gesù guardò tutti i secoli, considerò gli eretici, falsi pastori che rubano, uccidono e disperdono il suo gregge, e si proclamò unica vita delle anime, unico abbondante pascolo, che le sorregge nel pellegrinaggio mortale dando loro la vita della grazia, e le arricchisce sovrabbondantemente dopo la morte, dando loro la gloria eterna. Nel guardare a tutti i secoli, Gesù considerava ancora due periodi della vita della Chiesa e di quella delle anime: Egli donava la vita redimendo, e la donava sovrabbondantemente santificando le anime con l’effusione dello Spirito Santo.
Donava la vita salvando le anime coi mezzi ordinari di salvezza, e la donava sovrabbondantemente con le effusioni di grazie particolari. Donava la vita nello sviluppo della sua Chiesa, e la donava sovrabbondantemente negli ultimi tempi, con particolari misericordie, fatte alla Chiesa per prepararla e fortificarla nella sua grande lotta finale.
La Chiesa infatti ha atteso sempre grazie particolari nei suoi maggiori cimenti, e molti suoi santi, illuminati da Dio, parlano di grandi effusioni di misericordie che avverranno negli ultimi tempi, generando alla Chiesa novelli santi di una bellezza immensa. La straordinaria dilatazione del regno eucaristico di Gesù e la luce splendente che forse mai come ora rifulge nel magistero della Chiesa e nel papato ci fanno capire che noi siamo già vicini alla sovrabbondanza della vita promessaci da Gesù; anzi che ne siamo già testimoni.
Il mondo certamente precipita verso abissi spaventosi, e la corruzione raggiunge proporzioni allarmanti; i delitti di ogni genere non si contano più, tanto sono efferati e continui; gli anticristi, o per lo meno i precursori dell’anticristo, sono già spudoratamente adorati, e perseguitano la Chiesa in modo tale da fare impallidire le prime persecuzioni; ma accanto a questo sfacelo si nota una rinascita di anime nella Chiesa, un ritorno continuo di erranti al suo cuore, e soprattutto una dilatazione della Parola di Dio e del regno eucaristico, che ci persuadono di essere già testimoni della sovrabbondanza della vita promessaci da Gesù.
È necessario perciò essere veramente pecorelle del suo ovile e colombe dei suoi altari, per partecipare alla vita che Egli ci dona sovrabbondantemente; è necessario alimentare l’anima con la Parola della vita, per poter ascendere in alto tra gli splendori dell’eterna Verità, e resistere alla strabiliante pazzia degli errori moderni. (Don Dolindo Ruotolo, I quattro Vangeli)

Cari fratelli e sorelle,
in questa quarta domenica di Pasqua, in cui la liturgia ci presenta Gesù come Buon Pastore, si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. In ogni continente, le comunità ecclesiali invocano concordi dal Signore numerose e sante vocazioni al sacerdozio, alla vita consacrata e missionaria e al matrimonio cristiano e meditano sul tema: "Le vocazioni al servizio della Chiesa-missione". Quest'anno la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni si colloca nella prospettiva dell'"Anno Paolino", che avrà inizio il 28 giugno prossimo per celebrare il bimillenario della nascita dell'apostolo Paolo, il missionario per eccellenza.
Nell'esperienza dell'Apostolo delle genti, che il Signore chiamò per essere "ministro del Vangelo", vocazione e missione sono inseparabili. Egli rappresenta pertanto un modello per ogni cristiano, in maniera particolare per i missionari ad vitam, cioè per quegli uomini e quelle donne che si dedicano totalmente ad annunciare Cristo a quanti ancora non l'hanno conosciuto: una vocazione, questa, che conserva tuttora la sua piena validità. Questo servizio missionario svolgono, in primo luogo, i sacerdoti, dispensando la Parola di Dio e i Sacramenti, e manifestando con la loro carità pastorale a tutti, soprattutto ai malati, ai piccoli, ai poveri, la presenza risanatrice di Gesù Cristo. Rendiamo grazie a Dio per questi nostri fratelli che si spendono senza riserve nel ministero pastorale, suggellando talora la fedeltà a Cristo con il sacrificio della vita, come è avvenuto anche ieri per i due religiosi uccisi in Guinea e Kenya. A loro va la nostra grata ammirazione insieme con la preghiera di suffragio. Preghiamo pure perché sia sempre più nutrita la schiera di quanti decidono di vivere radicalmente il Vangelo mediante i voti di castità, povertà e obbedienza: sono uomini e donne che hanno un ruolo primario nell'evangelizzazione. Di essi, alcuni si dedicano alla contemplazione e alla preghiera, altri ad una multiforme azione educativa e caritativa, tutti però sono accomunati da un medesimo scopo: quello di testimoniare il primato di Dio su tutto e diffondere il suo Regno in ogni ambito della società. Non pochi tra loro - ebbe a scrivere il Servo di Dio Paolo VI - "sono intraprendenti e il loro apostolato è spesso contrassegnato da un'originalità, da una genialità che costringono all'ammirazione. Sono generosi: li si trova agli avamposti della missione, ed assumono i più grandi rischi per la loro salute e la loro stessa vita" (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 69). Non va infine dimenticato che anche quella al matrimonio cristiano è una vocazione missionaria: gli sposi, infatti, sono chiamati a vivere il Vangelo nelle famiglie, negli ambienti di lavoro, nelle comunità parrocchiali e civili. In certi casi, inoltre, offrono la loro preziosa collaborazione nella missione ad gentes. (Papa Benedetto XVI, Regina Caeli, 13 aprile 2008)
Fonte:http://www.figliedellachiesa.org

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