FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio "Lo riconobbero nello spezzare il pane"

III Domenica di Pasqua
Antifona d'ingresso
Acclamate al Signore da tutta la terra,
cantate un inno al suo nome,

rendetegli gloria, elevate la lode. Alleluia. (Sal 66,1-2)

Colletta
Esulti sempre il tuo popolo, o Padre,
per la rinnovata giovinezza dello spirito,
e come oggi si allieta per il dono della dignità filiale,
così pregusti nella speranza
il giorno glorioso della risurrezione.

Oppure:
O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua
raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo,
donaci il tuo Spirito,
perché nella celebrazione del mistero eucaristico
riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto,
che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture,
e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane.

PRIMA LETTURA (At 2,14.22-33)
Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere.
Dagli Atti degli Apostoli

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:
«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.
Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”.
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”.
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

SALMO RESPONSORIALE (Sal 15)
Rit: Mostraci, Signore, il sentiero della vita.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita. Rit:

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare. Rit:

Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Rit:

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra. Rit:

SECONDA LETTURA (1Pt 1,17-21)
Foste liberati con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.
Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Canto al Vangelo (Lc 24,32)
Alleluia, alleluia.
Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;
arde il nostro cuore mentre ci parli.
Alleluia.

VANGELO (Lc 24,13-35)
Lo riconobbero nello spezzare il pane.
+ Dal Vangelo secondo Luca

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Preghiera sulle offerte
Accogli, Signore, i doni della tua Chiesa in festa,
e poiché le hai dato il motivo di tanta gioia,
donale anche il frutto di una perenne letizia.

PREFAZIO PASQUALE III
Cristo sempre vive e intercede per noi

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
proclamare sempre la tua gloria, o Signore,
e soprattutto esaltarti in questo tempo
nel quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato.
Egli continua a offrirsi per noi
e intercede come nostro avvocato:
sacrificato sulla croce più non muore,
e con i segni della passione vive immortale.
Per questo mistero, nella pienezza della gioia pasquale,
l’umanità esulta su tutta la terra,
e con l’assemblea degli angeli e dei santi
canta l’inno della tua gloria: Santo...

Antifona di comunione
I discepoli riconobbero Gesù, il Signore,
nello spezzare il pane. Alleluia. (cf. Lc 24,35)

Preghiera dopo la comunione
Guarda con bontà, Signore, il tuo popolo,
che hai rinnovato con i sacramenti pasquali,
e guidalo alla gloria incorruttibile della risurrezione.

Lectio
Gli apostoli rendono testimonianza della Resurrezione di Gesù. Lo fanno perché sono stati coinvolti in prima persona dall'evento, e se è vero che non hanno assistito "in diretta" all'avvenimento dell'uscita dal sepolcro hanno tuttavia visto il loro Signore redivivo che appariva loro, così come a tante altre persone (oltre 500, dice la Scrittura). Sono insomma testimoni oculari della Resurrezione e per questo sono attendibili su quanto affermano.
Del resto, quale motivo avrebbero avuto di narrare un fatto immaginoso o inventato? Perché avrebbero dovuto subire la costante persecuzione di chi, come i Giudei, voleva ucciderli, se il loro messaggio non fosse stato veritiero?
Ascoltare loro vuol dire quindi ricevere un messaggio reale di salvezza che si coltiva attraverso la fede: per dirla con Paolo, essi annunciano la Resurrezione perché tutti abbiano fede e abbiano la vita eterna e la salvezza e codesto annuncio non scaturisce affatto dalle invenzioni o dalle sottili speculazioni della razionalità, bensì dalla testimonianza oculare effettiva e per questo è degno di ascolto.
Fra tutte le testimonianze della Resurrezione, quella di Pietro emerge in modo particolare per importanza e profondità: il Primo apostolo, infatti, annuncia oltre che l'evento, anche il suo significato: Cristo è risorto perché non era possibile che la morte avesse potere su di lui; la resurrezione vince cioè la morte e la priva di consistenza, ragion per cui la Resurrezione è garanzia di vita per tutti.
Al cap. 3 dello stesso libro Pietro sottolinea come la resurrezione sia importante anche per coloro che preferiscono la morte alla vita: "Avete chiesto che vi fosse graziato un assassino, e avete ucciso l'autore della vita"; tuttavia "Dio lo ha resuscitato" e di questo noi siamo testimoni".
La fede nella resurrezione – acme e culmine del credo cristiano – è necessaria quindi per la vita e la salvezza di tutti e per questo occorre che tutta l'umanità ne sia destinataria; ed è questa la ragione per cui, ancora oggi la Chiesa si organizza in molteplici strutture per poterla annunciare specialmente alle etnie e alle popolazioni che non conoscono il Salvatore.
L'annuncio va rivolto anche ai poveri, ai diseredati, agli emarginati, abbandonati e oppressi dalle continue ingiustizie di questo secolo, affinché in tutti i problemi gli uomini trovino speranza e motivo di fortezza trovando la motivazione per poter credere in se stessi e vincere tutte le lotte; è necessario annunciare la Resurrezione di Cristo ovvero di Dio che entra nella storia dell'uomo e si interessa delle sue vicende affinché tutti trovino coraggio, forza e speranza nello stesso Signore realizzando in pienezza la loro vita attuale per poi trovare la vita senza fine al temine di questo corpo.
L'annuncio apostolico va rivolto anche a noi che operiamo pastoralmente (sacerdoti, catechisti e laici impegnati) per riscoprire di essere anzitutto noi stessi destinatari di tale evento salvifico affinché non ci appropriamo di un argomento che non ci appartiene ma che ci è stato affidato come oggetto di annuncio, al quale dobbiamo stare fedeli. E ciò con la finalità che non ci vantiamo della nostra presunta competenza orale, organizzativa o caratteriale ma riconosciamo che tutte le capacità derivano da Dio e dallo stesso Cristo che ci ha resi latori del medesimo messaggio.

v.14: Dal canto suo, mentre noi dimentichiamo perfino di essere stati salvati e redenti dalla Resurrezione, Cristo continua ad affascinarci e ad incutere arsura di cuore verso la sua parola, e avviene adesso proprio quello che capitava sulla via di Emmaus: i discepoli parlavano fra di loro di un avvenimento che probabilmente aveva sconvolto l'intero paese, di un fatto straordinario tipico di quelli che ancora oggi, al loro verificarsi, suscitano la meraviglia, lo stupore e il vociferare della gente, che non manca mai di accrescere il sensazionalismo attraverso ulteriori invenzioni, fantasie e pettegolezzi, specialmente nei paesini più piccoli... "Sai cos'è avvenuto?"... "E' successo questo, quello..." "La colpa è di questo, di quello".

v.17: Sempre similmente a quanto avviene nelle conversazioni attuali di paese, nessuno dei due discepoli si sofferma sugli aspetti positivi del fatto narrato, ovvero sullo spessore di gioia e di salvezza che esso apporta a tutta l'umanità, o sulla meraviglia di un Dio che vince la morte. Anzi, addirittura i due discepoli mostrano di non aver compreso nulla della Resurrezione e neppure dello stesso Gesù Cristo, quando affermano: " Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele" perché la durezza del cuore e l'ostinazione sono per loro di ostacolo a capire che la liberazione di Israele è avvenuta proprio con la Resurrezione!

v.21: Tutto questo perché? Per il fatto che non avevano aperto il cuore alla fede, all'accoglienza del mistero di Dio e a quanto la Scrittura aveva detto di lui, del Signore morto e risorto. Insomma, nonostante fossero stati amici del Signore, non avevano compreso nulla di lui e si erano fermati al solo aspetto materiale di questa amicizia.

v.25: Ciò nondimeno il Signore li affascina rivelandosi per quello che egli è – attenzione! - non rivelandosi immediatamente ma inducendoli ad innamorarsi essi stessi dell'evento, cioè chiamando in causa la Scrittura.
Come avevamo detto negli scorsi interventi, non basta che Gesù abbia salvato l'uomo, e neppure che si divulghi l'annuncio della salvezza; e non sarebbe sufficiente neppure che Cristo ci apparisse davanti da risorto in tutta la sua concretezza: se infatti non si accoglie nella fede il dono della salvezza nell'evento Risurrezione e ci si ostina a chiudere il cuore e la mente nell'ottusità o nel solo lato materiale della faccenda, si pone un effettivo nonché immediato diniego al dono che Dio ci fa' di se stesso. E ciò solo a nostro discapito.
Ma come dicevamo sopra, la Parola di Dio in Cristo è sempre affascinante e supera le miserie e le freddezze umane mostrandosi sempre vittoriosa...

Appendice
Orsù, fratelli, dove volle essere riconosciuto il Signore? Nella frazione del pane. Siamone certi, spezziamo il pane, e conosciamo il Signore. Non ha voluto essere conosciuto se non lì; il che vale per noi che non eravamo destinati a vederlo nella carne, e tuttavia avremmo mangiato la sua carne. Perciò, chiunque tu sia che non senza ragione entri in chiesa; chiunque tu sia che ascolti con timore e speranza la Parola di Dio, ti consoli la frazione del pane.
L’assenza del Signore non è assenza: abbi fede, ed è con te Colui che non vedi. Il Signore è stato conosciuto; e dopo essere stato conosciuto, mai più ricomparve. Si separò da loro con il corpo, colui che era trattenuto dalla fede. Per questo infatti il Signore si assentò con il corpo da tutta la Chiesa, e ascese al cielo, perché si edificasse la fede. Se infatti non cono¬sci se non ciò che vedi, dove sta la fede? Ma se credi anche ciò che non vedi, godrai quando vedrai. Si edifica la fede, perché si respinge l’apparenza. Verrà ciò che non vediamo; verrà, fratelli, verrà: ma, attento a come ti troverà. (Agostino, Sermo 235)

La morte, che costituiva per i discepoli l’enigma oscuro ed indecifrabile, viene ora illuminata dalle profezie come tappa necessaria verso la gloria messianica. Si realizza così pienamente quell’“esodo” di cui Mosè ed Elia  avevano parlato nella scena della trasfigurazione (cfr Lc 9,31): il passaggio attraverso la passione per entrare nella gloria della resurrezione e della intronizzazione a Messia. Un tale passaggio, così delineato, diviene esemplare anche per la vita dei discepoli. Paolo infatti esorterà le comunità appena fondate a perseverare nella fede, in mezzo alle prove, dicendo che, secondo il disegno divino, occorre attraverso molte tribolazioni entrare nel Regno di Dio (At 14,22). L’annotazione finale (v. 27) sul risorto che “interpreta” nella totalità delle Scritture, a partire da Mosè e da tutti i profeti, le cose che lo riguardano, getta luce sulle modalità con cui Lc intende la rilettura delle Scritture.
(…) I fatti in sé sono muti e oscuri – come abbiamo visto nel racconto dei due pellegrini- e la Scritture in sé sono aperte. Solo la loro connessione e circolarità, operata da colui che ha portato a compimento le profezie, può manifestare l’unitario e coerente disegno divino. Ed è la comprensione di questo disegno divino, realizzatosi nella storia della salvezza, che apre alla fede. (A. Barbi, in Luca – Alcuni percorsi, pp. 128-9)

Signore, sto male. Ma poiché ti sei fermato tra noi, poiché hai voluto fermarti tra noi un’altra volta, è tutt’altra cosa! Non ti chiedo nulla: mi basta che tu sia, con noi. Noi possiamo diventare anche più cattivi, ma se tu resti, anche questo grosso male passerà. C’è qualche cosa di nuovo oggi: ci sei tu! Emmaus non è più Emmaus, perché ci sei tu!
(…) Di oscuramenti e di smarrimenti oggi è piena la terra. Chi è rimasto con noi? Cosa c’è rimasto? Chi è dalla nostra parte? Resta con noi… Non oso ripetere l’invito che da millenni commenta ogni nostro star male. (P. Mazzolari, Se tu resti con noi, pp. 93,95)

Ci dice Pietro: “se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio”.
[…] poi ci avverte che noi siamo stati riscattati nel sangue prezioso di Cristo che indubbiamente è al di sopra di ogni cosa corruttibile e quindi realizza un riscatto perfetto, ci avverte però che in questo noi possiamo chiamare Padre legittimamente il Padre, ma […] comportatevi con timore perché siamo innanzi al Padre: sì, il Padre! Il Padre del Signore, dell’Agnello che ha dato tutto il suo sangue per noi, ma il Padre anche di ogni santità e di ogni perfezione, e noi - anche nel nome dell’Agnello - non possiamo comportarci altro che con piena consapevolezza del nostro rapporto: che cosa voglia dire essere figli di Dio. Certo, vuol dire essere investiti di tutto l’amore del Padre che si è manifestato nel consegnarci il Figlio per noi: ma vuole dire anche essere investiti da tutta la sua santità!
E quindi è inesprimibile questo rapporto soltanto con uno dei due termini - “amore” o “timore” - ma invece è esprimibile - in un modo ancora tanto imperfetto - solo se noi affermiamo congiuntamente i due termini. È Padre e come tale infinitamente ci ama; è Dio e come tale vuole dei figli santi come lui! Quindi il rapporto con lui non può essere altro che un rapporto di amore nella consapevolezza della sua santità!
[…] E questo vuol dire che il prezzo del nostro riscatto - questo Agnello immacolato - è stato predestinato prima della creazione del mondo! Non è un qualcosa che appartenga alla creazione che può metterci in rapporto con Dio!
[…] Non è un rapporto che si fondi su qualche cosa che sta all’interno della creazione! Non c’è cosa che possa pagare questo rapporto; e quindi esso è ineffabile, e pertanto esso richiede a noi un atteggiamento che non è di questa creazione. Che non è né il timore degli schiavi di questa creazione, né l’amore degli uomini anche più perfetti di questa creazione; ma è ad un tempo qualche cosa di veramente indicibile e divino, di filiale e di santo, che realizza in noi il rapporto nei termini in cui esso è primordialmente, prima che il mondo fosse, nel Figlio Unigenito nel seno del Padre. (G. Dossetti, Omelia nella III domenica di pasqua A, 16 aprile 1972: dalla viva voce, senza la revisione dell’autore)

Ci mette un po’ in crisi la questione del mancato riconoscimento di Gesù da parte dei discepoli di Emmaus. E pensare che tutto il giudaismo è storicamente molto proteso all’arrivo di un Messia, di una persona “da riconoscere” come predestinata (At 2,23) da Dio a guidare il popolo verso la salvezza. Eppure ci interroga molto questa inabilità a riconoscere Gesù non nei suoi detrattori, ma proprio in quei discepoli che avrebbero già dovuto vedere in lui il Messia atteso.
C’è però un evento che apre loro gli occhi: non è la sapienza, non è l’eloquenza, non è l’aspetto del volto o del corpo di questo uomo; è il gesto dello spezzare il pane, il gesto che ha consacrato la condivisione della sua condizione di uomo tra gli uomini, il sacrificio della sua vita spezzata, lo squarcio aperto tra Dio e l’uomo per il dono della vita eterna.
Ci viene da pensare a quante volte non siamo in grado di riconoscere Gesù nei nostri fratelli, “passando oltre” di fronte alle loro difficoltà o sofferenze o anche semplicemente rifiutando la relazione, negando un saluto, blindando la possibilità di conoscersi, limitando i rapporti a ciò che è possibile ottenere senza giocarsi nulla, schermando con l’indifferenza la paura di approfondire. In questo caso c’è sicuramente il problema delle persone che quotidianamente allontaniamo, ma per loro si può anche pensare che qualcuno che li accoglie al posto nostro ci sia; resta la questione seria della nostra consapevolezza di esserci negati, dell’assumerci la responsabilità di tutti i nostri “gesti mancati”.
Dal gesto si riconosce Gesù che dona la vita (Lc 24,31), dai gesti saremo giudicati (1Pt 1,17), per i gesti anche noi saremo riconosciuti. I gesti di Gesù dicono l’azione del Padre in lui (At 2,22), i nostri gesti parlano della nostra docilità al disegno di Dio. (Gruppo OPG)

Cari fratelli e sorelle,
Cari fratelli e sorelle, proseguendo i nostri incontri con i dodici Apostoli scelti direttamente da Gesù, oggi dedichiamo la nostra attenzione a Tommaso. Sempre presente nelle quattro liste compilate dal Nuovo Testamento, egli nei primi tre Vangeli è collocato accanto a Matteo (cfr Mt 10, 3; Mc 3, 18; Lc 6, 15), mentre negli Atti si trova vicino a Filippo (cfr At 1, 13). Il suo nome deriva da una radice ebraica, ta'am, che significa "appaiato, gemello". In effetti, il Vangelo di Giovanni più volte lo chiama con il soprannome di "Didimo" (cfr Gv 11, 16; 20, 24; 21, 2), che in greco vuol dire appunto "gemello". Non è chiaro il perché di questo appellativo.
Soprattutto il Quarto Vangelo ci offre alcune notizie che ritraggono qualche lineamento significativo della sua personalità. La prima riguarda l'esortazione, che egli fece agli altri Apostoli, quando Gesù, in un momento critico della sua vita, decise di andare a Betania per risuscitare Lazzaro, avvicinandosi così pericolosamente a Gerusalemme (cfr Mc 10, 32). In quell'occasione Tommaso disse ai suoi condiscepoli: "Andiamo anche noi e moriamo con lui" (Gv 11, 16). Questa sua determinazione nel seguire il Maestro è davvero esemplare e ci offre un prezioso insegnamento: rivela la totale disponibilità ad aderire a Gesù, fino ad identificare la propria sorte con quella di Lui ed a voler condividere con Lui la prova suprema della morte. In effetti, la cosa più importante è non distaccarsi mai da Gesù. D'altronde, quando i Vangeli usano il verbo "seguire" è per significare che dove si dirige Lui, là deve andare anche il suo discepolo. In questo modo, la vita cristiana si definisce come una vita con Gesù Cristo, una vita da trascorrere insieme con Lui. San Paolo scrive qualcosa di analogo, quando così rassicura i cristiani di Corinto: "Voi siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere" (2 Cor 7, 3). Ciò che si verifica tra l'Apostolo e i suoi cristiani deve, ovviamente, valere prima di tutto per il rapporto tra i cristiani e Gesù stesso: morire insieme, vivere insieme, stare nel suo cuore come Lui sta nel nostro.
Un secondo intervento di Tommaso è registrato nell'Ultima Cena. In quell'occasione Gesù, predicendo la propria imminente dipartita, annuncia di andare a preparare un posto ai discepoli perché siano anch'essi dove si trova lui; e precisa loro: "Del luogo dove io vado, voi conoscete la via" (Gv 14, 4). È allora che Tommaso interviene dicendo: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?" (Gv 14, 5). In realtà, con questa uscita egli si pone ad un livello di comprensione piuttosto basso; ma queste sue parole forniscono a Gesù l'occasione per pronunciare la celebre definizione: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6). È dunque primariamente a Tommaso che viene fatta questa rivelazione, ma essa vale per tutti noi e per tutti i tempi. Ogni volta che noi sentiamo o leggiamo queste parole, possiamo metterci col pensiero al fianco di Tommaso ed immaginare che il Signore parli anche con noi così come parlò con lui. Nello stesso tempo, la sua domanda conferisce anche a noi il diritto, per così dire, di chiedere spiegazioni a Gesù. Noi spesso non lo comprendiamo. Abbiamo il coraggio di dire: non ti comprendo, Signore, ascoltami, aiutami a capire. In tal modo, con questa franchezza che è il vero modo di pregare, di parlare con Gesù, esprimiamo la pochezza della nostra capacità di comprendere, al tempo stesso ci poniamo nell'atteggiamento fiducioso di chi si attende luce e forza da chi è in grado di donarle.
Notissima, poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso incredulo, avvenuta otto giorni dopo la Pasqua. In un primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!" (Gv 20, 25). In fondo, da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni qualificanti dell'identità di Gesù siano ora soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha amati. In questo l'Apostolo non si sbaglia. Come sappiamo, otto giorni dopo Gesù ricompare in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è presente. E Gesù lo interpella: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente" (Gv 20, 27). Tommaso reagisce con la più splendida professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20, 28). A questo proposito commenta Sant'Agostino: Tommaso "vedeva e toccava l'uomo, ma confessava la sua fede in Dio, che non vedeva né toccava. Ma quanto vedeva e toccava lo induceva a credere in ciò di cui sino ad allora aveva dubitato" (In Iohann. 121, 5). L'evangelista prosegue con un'ultima parola di Gesù a Tommaso: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20, 29). Questa frase si può anche mettere al presente: "Beati quelli che non vedono eppure credono". In ogni caso, qui Gesù enuncia un principio fondamentale per i cristiani che verranno dopo Tommaso, quindi per tutti noi. È interessante osservare come un altro Tommaso, il grande teologo medioevale di Aquino, accosti a questa formula di beatitudine quella apparentemente opposta riportata da Luca: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete" (Lc 10, 23). Ma l'Aquinate commenta: "Merita molto di più chi crede senza vedere che non chi crede vedendo" (In Johann. XX lectio VI 2566). In effetti, la Lettera agli Ebrei, richiamando tutta la serie degli antichi Patriarchi biblici, che credettero in Dio senza vedere il compimento delle sue promesse, definisce la fede come "fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono" (11, 1). Il caso dell'apostolo Tommaso è importante per noi per almeno tre motivi: primo, perché ci conforta nelle nostre insicurezze; secondo, perché ci dimostra che ogni dubbio può approdare a un esito luminoso oltre ogni incertezza; e, infine, perché le parole rivolte a lui da Gesù ci ricordano il vero senso della fede matura e ci incoraggiano a proseguire, nonostante la difficoltà, sul nostro cammino di adesione a Lui.
Un'ultima annotazione su Tommaso ci è conservata dal Quarto Vangelo, che lo presenta come testimone del Risorto nel successivo momento della pesca miracolosa sul Lago di Tiberiade (cfr Gv 21, 2). In quell'occasione egli è menzionato addirittura subito dopo Simon Pietro: segno evidente della notevole importanza di cui godeva nell'ambito delle prime comunità cristiane. In effetti, nel suo nome vennero poi scritti gli Atti e il Vangelo di Tommaso, ambedue apocrifi ma comunque importanti per lo studio delle origini cristiane. Ricordiamo infine che, secondo un'antica tradizione, Tommaso evangelizzò prima la Siria e la Persia (così riferisce già Origene, riportato da Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. 3, 1) poi si spinse fino all'India occidentale (cfr Atti di Tommaso 1-2 e 17ss), da dove infine raggiunse anche l'India meridionale. In questa prospettiva missionaria terminiamo la nostra riflessione, esprimendo l'auspicio che l'esempio di Tommaso corrobori sempre più la nostra fede in Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Dio. (Papa Benedetto, Udienza Generale del 27 settembre 2006)
Fonte:http://www.figliedellachiesa.org/