MONASTERO MARANGO, "Gesù in cammino e a tavola con la nostra fede incerta"

3° Domenica di Pasqua (anno A)
Letture: At 2,14a.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35
Gesù in cammino e a tavola con la nostra fede incerta
1)Il racconto di Emmaus si presenta come un cammino attraverso il quale i discepoli arrivano a
toccare con mano la presenza del Risorto in mezzo a loro. Non si tratta, a rigore, di una apparizione. Luca pone l’accento sull’itinerario da percorrere per riconoscere una persona, non tanto per vederla. Racconti simili li troviamo non raramente anche nei testi dell’A.T.: basti pensare, a titolo di esempio, all’apparizione del Signore ad Abramo alle querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda (Gn 18,1ss.). Dal punto di vista del genere letterario gli esegeti parlano di “leggenda di viaggio”, di una “scena di riconoscimento”, di “epifania”, di “catechesi sacramentale”. La localizzazione precisa di Emmaus è un po’ complicata, ma forse queste preoccupazioni non erano primarie nell’evangelista che – non essendo mai stato in Palestina – ha una conoscenza della geografia alquanto approssimativa.

Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio  di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme.
E’ il giorno della risurrezione, il primo della settimana. Questi due discepoli, uno dei quali si chiama Cléopa, percorrono una strada che si allontana da Gerusalemme. Si gettano l’uno contro l’altro parole deluse e disperate, che constatano l’assurdità dei fatti ed esprimono il desiderio di una fuga in avanti. Le parole che si dicono non cambiano nulla, perché non sanno ascoltare la realtà profonda della loro esistenza.

Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
I discepoli si stanno allontanando, non solo dai luoghi di una memoria dolorosa, ma anche da un’esperienza di vita vissuta con Gesù. Egli invece si avvicina e si mette a camminare con loro. I loro occhi non hanno la forza di riconoscerlo perché nei discepoli è morta la speranza, ed essi non possono cogliere il significato degli avvenimenti accaduti al mattino.

Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!
Non è Gesù ad essere lontano ed estraneo. I discepoli sanno narrare perfettamente quello che è accaduto, «ciò che riguarda Gesù, il nazareno, che fu profeta potente in opere e parole», ma non capiscono. Sono loro gli stranieri. Il non comprendere è una caratteristica dei discepoli. Quando, per esempio, Gesù comunica ai discepoli che «stava per essere consegnato nelle mani degli uomini», essi non capiscono, come in tante altre circostanze era avvenuto: «Queste parole restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso» (Lc 9,44-45).

Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti.
Il racconto delle donne è doppiamente sospetto: il corpo di Gesù non si trova più nella tomba e le donne, recatesi al sepolcro al mattino presto, avrebbero addirittura avuto anche una «visione di angeli i quali affermano che egli è vivo». Quelli che in seguito si erano recati al luogo della sepoltura avevano constatato che il racconto delle donne era vero: il corpo di Gesù non c’era più nella tomba, ma lui non hanno potuto vederlo da nessuna parte. Ricordo il lamento di Gesù su Gerusalemme: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi» (Lc 19,42). Vedere e comprendere non dipende dagli occhi, ma dal cuore. Solo la fede può vedere.

E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Camminando con noi, che non capiamo, Gesù ascolta le nostre storie e ci invita ad ascoltare, alla luce di tutte le Scritture, ciò che stiamo vivendo. Tutta la Scrittura ha un unico orientamento e un’unica interpretazione; la Pasqua di Gesù. I padri medioevali scrivevano: «Tutta la Scrittura è un unico libro, e questo libro è Cristo». Dobbiamo anche dire che il luogo privilegiato per tale interpretazione è la celebrazione liturgica: in essa, per mezzo dello Spirito, le parole della Scrittura ci raggiungono come Parola stessa di Dio. Con due conclusioni. I testi della Bibbia prendono significato alla luce della Risurrezione: essi parlano di Cristo e rimandano a lui. Inoltre, il Risorto non introduce i discepoli all’intelligenza delle Scritture tramite un discorso, ma tramite l’avvenimento pasquale.

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano.
Gesù non si limita alle nostre prospettive: fa finta di andare «più lontano», perché apre la nostra strada a un orizzonte di fede sempre più viva. La fede non si nutre solo di parole, ma anche di una presenza che ci provoca sempre ad un ulteriore cammino.

Quando fu a tavola con loro prese il pane,recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Nell’intenzione di Luca questi gesti rimandano alla istituzione dell’Eucaristia, anche se altra è la materialità dei fatti svoltisi nella locanda di Emmaus.
Il gesto di Gesù evoca anche il pane delle tentazioni, che l’uomo non può darsi da sé; il pane del “Padre nostro” che bisogna chiedere con insistenza; il pane donato da Gesù in maniera sovrabbondante alle folle che lo seguivano.
Inoltre il fatto che Gesù siede a tavola con uomini peccatori e dalla fede incerta e fragile, dona alle nostre vite di essere in comunione con la sua vita.

Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.
Luca non ci dice che lo videro, perché non considera questo episodio come una apparizione. La presenza di Gesù viene riconosciuta in ciò che avviene. Gli occhi dei discepoli si aprono e la presenza del Risorto diventa riconoscibile in ciò che essi vivono. Egli è lì vivo ma invisibile, sotto le specie e le apparenze del pane spezzato, ma anche sotto le specie e le apparenze della loro esistenza concreta. E’ nel gesto dello “spezzare il pane” che Gesù ha potuto essere riconosciuto, e il suo corpo eucaristico oltrepassa ora i limiti di tempo e di luogo.
Gesù si fa nostro compagno di strada, ascolta ciò che noi viviamo e ne rivela il senso.
Ascoltarlo e scoprire la sua presenza nel nostro cuore che si fa “ardente”, significa entrare nella comunione al suo destino, ricevere il suo Spirito e lasciarci guarire nell’intimo.


Giorgio Scatto
Fonte: www.monasteromarango.it/ 

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