MONASTERO MARANGO,"Il dono di una fede che si fa umile e quotidiano servizio "

2° Domenica di Pasqua (anno A)
Letture: At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31
Il dono di una fede che si fa umile e quotidiano servizio 
1)Siate ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove.

Scrivo questo semplice commento alle letture di questa seconda domenica di Pasqua mentre mi accingo a partire per l’Iraq. Sarò lì, quando voi leggerete queste brevi note, a condividere con le comunità cristiane della piana di Ninive, esuli in una terra non loro, violentate e profondamente ferite dalla violenza omicida, l’annuncio della Pasqua. Farò il viaggio con Cristina, una sorella della mia comunità monastica, e porteremo come viatico, assieme ad un piccolo aiuto economico, l’abbraccio affettuoso di tutta la nostra  gente e la benedizione del vescovo. Vogliamo essere una carezza per questi fratelli cristiani che da decenni non vedono giorni di pace.

Il testo di Pietro, nella seconda lettura, è una preghiera: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo». Benedire Dio significa riconoscere in lui la fonte della vita, la fecondità, l’origine di ogni cosa creata. Sollevando Gesù Cristo dalla morte, il Padre ha rigenerato anche noi, vestendoci con l’abito prezioso della sua misericordia. Ci ha regalato la viva speranza di una vita che non ci potrà più essere tolta: l’apostolo la paragona ad “una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Pietro parla di “varie prove” e di “gioia indicibile”, mischiando una cosa con l’altra, senza soluzione di continuità. Noi siamo soliti separare: o questo o quello; la Scrittura invece mette insieme, con grande realismo. Penso alla fede dei cristiani copti in Egitto, alla fede dei cristiani ai quali faremo visita nei prossimi giorni, ai cristiani martiri in tante parti del mondo, mescolati ai tanti martiri di ogni razza, popolo, religione, caduti sotto il pugno di ferro di regimi iniqui. Le violenze alle quali sono sottoposte queste persone non sono paragonabili alle nostre piccole sofferenze quotidiane. La loro è una fede messa a dura prova. Ho sentito dire da loro che è proprio il martirio il carisma che caratterizza le loro Chiese, da sempre. E lo dicevano senza enfasi, senza vanto, ma in rendimento di grazie al Signore. Sono certo, e ne sono testimone, che la loro esistenza è anche colma di una “speranza viva”, di un amore che non viene meno, di una gioia che non ha perso il suo vigore. Anche la stessa morte violenta non li spaventa. «La morte sarebbe solo un cambiamento di luogo» mi ha detto un giorno Yasser, uno dei nostri amici iracheni, monaco di Qaraqosh.

Andremo in Irak a portare l’annuncio della Pasqua, ma riceveremo molto di più di quello che porteremo: vedremo la fede di comunità cristiane messe alla prova, purificate dal fuoco della persecuzione. Vedremo comunità private di tutto, ma ricche ancora di speranza e di amore, anche verso i loro persecutori. Una fede amorosa che ritornerà a loro come “lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà”.

Il dono della pasqua è il dono di una pace insanguinata.
«Pace a voi», dice Gesù risorto mostrando ai discepoli le mani forate dai chiodi e il fianco aperto dalla lancia del soldato romano. Gesù ci dona una gioia “a caro prezzo”, non una pace a buon mercato, sempre a disposizione con un semplice invio dal telefonino che teniamo tra le mani. E’ la pace conquistata da Gesù con il suo sangue, con una amore indefettibile, quella che ci dà la vera gioia e che ci invia nel mondo come ambasciatori di pace: «Come il Padre ha mandato me, io mando voi». Ci manda con la forza dello Spirito, non con la forza delle armi di distruzione di massa. Ci manda con una parola di riconciliazione per tutti, non per innalzare muri di odio e di separazione. Ci manda a piantare preziosi semi di perdono, non per proferire parole arroganti e presuntuose che pretendono il primato di una nazione sopra tutte le altre.

C’è poi, in questa domenica, la figura dell’apostolo Tommaso. Si dice che abbia evangelizzato l’Oriente, dalla Siria fino alla Mesopotamia, dall’India fino alla Cina. Certamente la sua figura, alla quale io sono molto legato, è molto conosciuta e molto amata in queste terre così vicine e così lontane, piene di civiltà, cultura, storia, arte e religione, ma anche cariche di violenza, sangue, morte.
Amo Tommaso perché mi ricorda la mia poca fede.
Amo Tommaso perché mi butta sempre addosso la presunzione di molti di avere una fede separata dalla vita di una comunità. Tommaso, infatti, non è con gli altri quando viene in mezzo a loro il Signore.
Amo Tommaso perché mi ricorda il realismo della fede: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Tommaso è il discepolo che reagisce ad una fede entusiasta ma poco incarnata; reagisce ad una fede luminosa nella sua espressione dogmatica, ma poco spesa sul terreno della storia, dell’incontro, della testimonianza. I padri antichi scrivevano: «Caro cardo salutis», «E’ la carne di Cristo il fondamento della salvezza». L’evangelo di Tommaso ci dice che il Risorto è il Crocifisso. Colui che entra nelle nostre comunità, chiuse in loro stesse per paura, che sognano improbabili vittorie sul mondo senza esporsi e compromettersi in una testimonianza radicale e credibile, ci mostra, senza equivoci, la via della pace: è lasciarsi trafiggere il cuore e forare le mani; è spendersi senza misura; è diventare discepoli di un Messia povero che ha consegnato per noi tutta la nostra vita, fino a morire. Per questo Dio lo ha innalzato.
Tommaso, ha voluto ricevere una conferma di tutto questo: il Risorto non era “un altro” rispetto a quel Gesù che lui aveva conosciuto e seguito dalla Galilea fino a Gerusalemme. Il Risorto è lo stesso Gesù, umiliato, ucciso, e glorificato dal Padre.

Le comunità segnate dal carisma del martirio, come quelle che andremo a visitare, sanno tutto questo.
E diranno a noi: «Voi non avete resistito fino al sangue. Voi siete fuggiti di fronte alla persecuzione. Avete nascosto di essere cristiani. Voi vi siete adattati allo spirito di questo mondo».
Avranno ragione di rimproverarci.

Guardando il segno dei chiodi sulle mani di Gesù, e il suo costato lacerato da una violenza inutile e assurda, come anche contemplando i segni della tortura sul corpo di tanti nostri fratelli, e i tanti crocifissi dalle logiche perverse del potere, diciamo anche noi, con Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».
Inginocchiamoci, e chiediamo il dono di una fede che si fa umile e quotidiano servizio.


Giorgio Scatto
Fonte:www.monasteromarango.it

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