MONASTERO MARANGO"La Pasqua è come un mandorlo che fiorisce tra le rovine"

Pasqua del Signore (anno A)
Letture: At 10,34a.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9
La Pasqua è come un mandorlo che fiorisce tra le rovine
1)Il venerdì santo le tenebre sembravano rinchiudersi attorno a Gesù. Abbiamo compatito questo
«Figlio dell’uomo» che ha sofferto il nostro stesso inferno. La sua passione non era stata solo un ingiusto processo, una condanna scritta per invidia e gelosia, la derisione, la tortura, la stessa croce. L’obbrobrio che Gesù aveva patito era di aver affrontato la morte come un senza Dio, come un a-teo. Questo fu il giudizio di tutti coloro che passavano sotto la croce: «Dio lo ha abbandonato!» Le ultime parole che Gesù aveva gridato dalla croce erano salite al cielo come una spada affilata che domanda di penetrare misteri insondabili: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Gesù, mandato a cercare ciò che era perduto, si era identificato con la nostra angoscia, con le nostre paure, con le nostre ribellioni, perdendosi nelle regioni più lontane da Dio.
La croce non è solo un terribile strumento di tortura, ma è anche il simbolo delle nostre folli alienazioni, delle nostre disperate partenze per regioni lontane.

Ma sulla croce, ci avverte l’evangelista Luca, che più di ogni altro canta l’amore misericordioso di Dio, era risuonato anche un altro grido, elevato al cielo da Gesù con tutto il fiato che gli era rimasto: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». L’abisso della disperazione era diventato il terreno, fecondato dallo Spirito, che preparava l’incredibile evento della risurrezione. La morte non poteva inghiottire colui che aveva dato testimonianza di un amore più forte della morte. La croce si tramutava in vessillo di vittoria sotto il quale si radunavano tutti i figli di Dio che erano dispersi. Il grande teologo Hans Urs von Balthasar ha scritto: «E’ l’inferno stesso a diventare chiesa».

Gesù era stato deposto nel sepolcro da Giuseppe di Arimatea, un fariseo diventato lui stesso discepolo, se pur di nascosto. Lo avevano vegliato solo le donne che erano venute con lui dalla Galilea. Tutti gli altri, quelli che Gesù stesso si era scelto, erano fuggiti. Luca aveva scritto che, quando Gesù fu deposto nel sepolcro, «già splendevano le luci del sabato», come se le lanterne preparate per illuminare la festa dei Giudei già annunciassero, nella trepida attesa delle donne, l’avvento di un nuovo giorno, acceso da una luce divina.
Questo morto che le donne vegliavano non era morto. Era sceso sino ai confini del nulla, in quelle profondità che è da temerari sondare perché sono il luogo del totale vuoto di amore. Con la strada aperta dalla croce, aggrappato ad essa, Gesù era sceso fin nelle profondità dell’abisso, e lì aveva trovato l’Uomo e la Donna. Gesù è colui che, avendo perduto una pecora del gregge, si mette alla sua ricerca dappertutto. La cerca «finché non la trova». Non l’ha trovata sulla terra, ma all’inferno. L’oscura grotta divenne stanza nuziale, dove già si poteva intonare l’alleluia pasquale. Le porte degli inferi venivano scardinate e il Cristo, con il suo braccio potente, strappava Adamo dalla sua solitudine mortale.

«Tutto è riempito di luce: il cielo, la terra e l’inferno» recita il mattutino di Pasqua.
Nelle Odi di salomone, un testo della Chiesa siriaca del II secolo, Cristo parla in questo modo:
«Ho spezzato i catenacci delle porte,
più nulla mi parve imprigionato
perché io ero la chiave di ogni cosa.
Sono andato incontro a tutti i miei reclusi per liberarli
perché nessuno sia più né carcerato né carceriere».

Oggi sembra a molti che il sacrificio di Cristo sia stata un’offerta del tutto inutile, e la fede nella risurrezione
un’utopia per sognatori, per gente che non abita questa terra. Viviamo in un mondo che ha espulso Dio dal suo orizzonte e che si trova sempre più solo e disperato. Il grande Dostoevskij, fa dire a Dmitrij Karamazov: «Se scacceranno Cristo dalla terra, noi lo incontreremo sottoterra! E allora noi, uomini del sottosuolo, intoneremo nelle viscere della terra un inno tragico al Dio della gioia…».

Storditi dal dilagare della violenza, assistiamo impotenti al massacro quotidiano di centinaia di innocenti. I cristiani vengono uccisi ogni giorno, in tante regioni della terra, solo per il fatto di essere di Cristo. Il loro sangue irrora le viscere della terra. E’ come un seme di vita piantato su un terreno desertico, che proprio per questa presenza diventa terreno fecondo, capace di portare frutto. Il sangue dei martiri è come un pugno di lievito che farà fermentare tutta la pasta. Il sangue dei martiri è promessa di risurrezione. Come il sangue di Gesù.
«Il sangue che ricopre il Crocifisso
è un sangue infuocato.
I lacci presto si consumano: ogni sorta di legame.
Una mano violenta, vittoriosa, strappa Adamo,
l’Adamo dai mille volti: il tuo, il mio…
lo sottrae alla prigione della sua solitudine.
Non ci sono più mura: tutto è aperto
e Cristo danza in spazi senza fine.
Ormai, nello spessore stesso dell’inferno,
Dio risuscita, e ci risuscita con lui». (Olivier Clément).

Il mondo, così a lungo segnato dalla morte, è ormai una tomba vuota.
Ora Gesù, il Risorto dai morti, ci chiama con dolcezza, come fece con Maria Maddalena: nel momento in cui lui pronuncia il nostro nome, lo riconosciamo presente e vivo.
Lo riconosciamo presente, nell’ora della sera, in una locanda come tante altre, quando siede a tavola con due pellegrini e spezza il pane per loro.
E’ ancora nella carne crocifissa e glorificata dell’umanità, dove la morte continua a regnare, che tutto ci ricorda la sua presenza: la tristezza, la scomparsa di coloro che amiamo, le tragedie della storia, l’odio che regna ovunque. Tutte queste situazioni, se attraversate lasciandoci afferrare dalla mano forte del Signore risorto, possono diventare cammini di risurrezione. Le ferite diventano feritoie di luce.

Cristo è risorto, la morte è vinta; non siamo più schiavi, ma figli in libertà.
La Pasqua è come un mandorlo che fiorisce tra le rovine. O come l’albero di aranci, incendiato dalla violenza dell’Isis nel giardino dei nostri amici monaci di Qaraqosh, che ancora quest’anno ha dato il suo frutto.
Ho visto gli occhi di Wisam brillare di gioia accarezzando, tra le foglie ancora bruciate, quel tenero frutto.
Intorno, tutto era ancora rovina e distruzione, ma aveva visto fiorire la speranza.

A pasqua cantiamo anche noi, con tutta la Chiesa:
Cristo è risorto dai morti,
calpestando la morte con la morte,
e ai dormienti nei sepolcri
ha donato la vita.


Scatto Giorgio
Fonte:www.monasteromarango.it/

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