PADRE ALVISE BELLINATO,"Cristo, mia speranza, è risorto!"

Commento su Giovanni 20,19-31
II Domenica di Pasqua (Anno A) 
Vangelo: Gv 20,19-31 
COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura di padre Alvise Bellinato
Nella Sequenza pasquale di oggi si dice: "Cristo, mia speranza, è risorto!". E subito dopo: "Sì, ne
siamo certi: Cristo è veramente risorto!".
I nostri fratelli orientali, durante il tempo di Pasqua, si salutano così: "Cristo è risorto!". La risposta è la seguente: "È veramente risorto!".
C'è una differenza tra la prima frase della Sequenza (o la prima parte del saluto pasquale dei cristiani orientali) e la seconda parte.
Si tratta dell'avverbio veramente.
Se la Domenica di Pasqua il Vangelo si concludeva laconicamente con le parole: "Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti", quello di oggi si conclude con l'esclamazione commossa di Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!".
È chiaro che in mezzo, tra il Vangelo di Domenica scorsa e quello di oggi, in una settimana, è successo qualcosa di importante.
Se Domenica scorsa Cristo era semplicemente risorto, oggi (dopo una settimana), Cristo è veramente risorto.
La differenza tra le letture della Domenica di Pasqua e quelle di oggi sta tutta in quell'avverbio: "veramente".
Potremmo tradurre il latino "vere" anche con la parola "davvero".
"Davvero Cristo è risorto!".
Noi diciamo "davvero" oppure "veramente" quando possiamo verificare personalmente, fino a raggiungere la certezza ("Sì, ne siamo certi!") che una cosa è vera, è accaduta, è proprio così come ce l'avevano raccontata, solo dopo che abbiamo fatto l'esperienza personale della verifica, dopo che abbiamo sperimentato personalmente ciò che prima sapevamo solo per sentito dire.
In quest'ottica possiamo leggere con chiarezza le tre letture odierne.
La prima lettura ci dice che coloro che erano stati battezzati erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli (Catechesi), nella comunione fraterna (Koinonia), nello spezzare il pane (Eucaristia) e nella preghiera (Liturgia).
Da questa esperienza comunitaria, basata sui quattro pilastri fondamentali della Chiesa, la formazione spirituale, umana, sacramentale e liturgica, nasce la certezza: "Il Signore è veramente in mezzo a noi!".
L'esperienza della prima comunità apostolica si rinnova oggi per la nostra assemblea: la fede riconosce la presenza del Signore risorto nel segno stesso dell'assemblea, nel segno della Parola proclamata e ascoltata, nella condivisione del pane e dei vino.
È come se il cristiano, in questo percorso personale e comunitario, sia aiutato a raggiungere la certezza individuale della presenza del Cristo risorto nella propria esistenza.
Il "senso di sacro timore" che era in tutti i membri della comunità cristiana degli Atti, così come anche i "prodigi e segni" che avvenivano per mano degli apostoli, confermano la fede della comunità e permettono a ciascuno dei membri di passare da una professione di fede basata sulla testimonianza, pur autorevole, dei testimoni diretti ("Raccontaci, Maria, che hai visto per la via?" "Cristo è Risorto!"), a una fede personale, basata sulla certezza individuale ("Sì, ora ne siamo certi: Cristo è davvero risorto!").
"Ora ne siamo certi!".
Il che significa che Domenica scorsa non lo eravamo.
Avevamo bisogno di passare attraverso l'esperienza del dubbio, della prova della fede, del desiderio di verifica personale. Anche noi, come Tommaso, non possiamo accontentarci di ciò che ci hanno raccontato i nostri amici e colleghi: sentiamo il bisogno di una conferma personale e autentica.
S. Leone Magno, con la consueta arguzia, in una delle sue omelie ringrazia Tommaso per la sua mancanza di fede e dice che gli è servita di più la sua lentezza nel credere, che l'entusiasmo pronto e audace della Maddalena.
Per noi è più preziosa l'incredulità di Tommaso che non la fede dei discepoli perché come lui anche noi tante volte viviamo la fatica di ricostruire la nostra fede a partire dallo scandalo e dalla stoltezza della croce. Chi di noi, del resto, dinanzi ai momenti di sconforto e di delusione non ha vissuto le sue stesse difficoltà, la sua stessa fatica?
In un certo senso potremmo dire che "la fede che non dubita non è fede" (Miguel de Unamuno, L'agonia del Cristianesimo).
Nella seconda lettura ci viene proposto un passo ulteriore: la fede personale nel Risorto ("Sì, ora ne siamo certi: Cristo è davvero risorto!") ci permette di conservare la gioia anche in mezzo alle afflizioni e alle prove della vita.
S. Pietro, testimone oculare della risurrezione di Gesù, ci dice: "Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco -, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà".
Si tratta di quella gioia che S. Giacomo definisce perfetta letizia: "Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza" (Gc 1, 2-3).
La fede nel Cristo risorto deve passare attraverso alcune prove, per essere purificata e rafforzata. Ma noi possiamo esultare di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungiamo la meta della nostra fede, che è la salvezza dell'anima.
"La fede è un capitale domestico e segreto. Come esistono casse di risparmio dalle quali si attinge nei giorni del bisogno per dare ai singoli il necessario, da quel capitale è il credente stesso che riscuote in silenzio i suoi interessi" (Goethe, Massime e riflessioni).
Nei momenti di prova è la fede, raffinata dall'esperienza personale, anche di sofferenza, che ci consente di riscuotere gli interessi, cioè di superare le difficoltà della vita.
Infine il Vangelo ci parla di una comunità strumento di pace e di riconciliazione.
Dalla fede pasquale scaturisce anche la missione dei discepoli di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». É un'esortazione guidata e animata dallo Spirito; un invio fatto per radunare tutti in un solo popolo, per annunciare la pace, la gioia...
Il potere di rimettere i peccati non è da intendere in senso restrittivo, come riferito soltanto al sacramento della penitenza. È piuttosto una chiamata a collaborare con lo Spirito, sempre e dovunque, per diffondere la salvezza, la riconciliazione già operata da Cristo con la sua vittoria sul male e sul peccato.
La Chiesa è fedele alla sua missione nella misura in cui appare al mondo come strumento di riconciliazione. Così deve essere anche per la nostra assemblea eucaristica, segno attuale e concreto della Chiesa di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Siamo un'assemblea di riconciliati con Dio in Cristo; di fratelli riconciliati fra loro per la presenza del Risorto e del suo Spirito di pace: non possiamo contraddire la realtà alla quale il Signore ci chiama lasciando che nella nostra comunità perdurino motivi di divisione e di tensione, che qualcuno si senta solo, isolato, emarginato. Chiunque deve potersi «ritrovare» nella nostra assemblea, sentirsi «a casa propria», essere riconosciuto e accolto come persona e come fratello in Cristo, con disponibilità, capacità di ascolto, di comprensione, di perdono.

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