padre Gian Franco Scarpitta," La triplice simbiosi nella preghiera spassionata di Gesù"

 La triplice simbiosi nella preghiera spassionata di Gesù
padre Gian Franco Scarpitta  
Domenica delle Palme (Anno A) (09/04/2017)
Vangelo: Mt 26,14-27,66
Ratzinger scrive che Gesù, mentre fa ingresso a Gerusalemme nel suo incedere acclamato per le vie
principali della città, rivendica una posizione regale tipica di quelle dell'Antico Testamento, che si evince anche dalla cavalcatura scelta: anche Salomone viene unto re per volere del padre Davide che ordina che lo si faccia montare su una mula (1Re 1, 33). E anche distendere i mantelli, lanciare le palme e acclamare "Osanna" era riservato a persone illustri quali i monarchi o imperatori. Di fatto Gesù è il Re Universale e Salvatore e tale viene riconosciuto dalla folla che lo accompagna man mano che fa ingresso nella Città della roca di Sion. Ciononostante, che Gesù abbia predisposto per se un puledro, a differenza del cavallo scelto dalle altre personalità eminenti del suo tempo, attesta che la sua regalità si affina all'umiltà e alla sottomissione. Così aveva previsto del resto di lui Zaccaria (passo definito messianico) quando descriveva l'incedere di un re "mite, seduto su un'asina e su un puledro figlio di bestia da soma"(Zc 9, 9). Tale è il significato di questa giornata straordinaria nella quale viviamo un'atmosfera di particolare festosità che ci vede tutti rasserenati e rallegrati, convenire nelle chiese elegantemente vestiti recando in mano palme intrecciate e rametti di ulivo che vengono messi in mostra ed esposti all'effluvio dell'acqua benedetta: si festeggia in effetti la gioia del nostro Salvatore, Dio fatto uomo, che noi riconosciamo come il nostro Re di gloria e del quale al contempo esaltiamo la semplicità, la mansuetudine e la mitezza con cui si disporrà all'immolazione sacrificale per tutti. Il Vangelo di Matteo peraltro insiste sui particolari dell'angoscia di Gesù e del suo pasto triste consumato con i suoi discepoli, nel quale spezzando il pane divide interamente se stesso ai suoi, si fa dono di vita e assicura la sua presenza perenne nel tempo, nel sacrificio del memoriale della sua passione: l'Eucarestia. Ad essa fa seguito il sonno dei discepoli e una duplice espressione nella preghiera sofferta di Gesù che non può passare inosservata: in un primo momento infatti egli, rivolto al Padre, dice: "«Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi, constatato come i suoi soccombano al sonno, sempre in orazione esclama depresso: "«Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Pur confidando nell'indubbia onnipotenza di Dio Padre e nella sua misericordia, pur riconoscendo che il Padre potrebbe anche cambiare i suoi programmi di salvezza risparmiando a Cristo suo Figlio il dramma di una morte truculenta, si dispone a fare in tutto e per tutto la sua volontà, accettando anche la prospettiva della crocifissione. Vi è una simbiosi molto eloquente fra fede, speranza e carità in questa duplice affermazione di Gesù, preceduta dalla prerogativa ancora più esaltante dell'umiltà. La fede gli apre la prospettiva di dialogo con il Padre, di confidenza filiale e spontanea che non gli impedisce di esprimere i propri desideri e la speranza è la fiducia disinvolta nel Dio onnipotente, sia che egli poi attualizzerà quanto egli chiede, sia che egli agisca diversamente. In altre parole Gesù, nel bene e nel male spera, cioè ha fiducia nel Padre suo. La carità si evince dall'accettazione risolutiva della prospettiva della morte di croce, una volta stabilito che la volontà del Padre verte in questo senso per il bene di tutti gli uomini: poiché la sua crocifissione sarà necessaria a risollevare le sorti dell'umanità, poiché il suo sangue è il prezzo esaustivo del nostro riscatto, Gesù accoglie la croce come progetto del Padre e per amore degli uomini decide di incamminarsi verso di essa. Come potrebbe però sussistere il presente intreccio fra le virtù teologali suddette se non vi fosse la condizione previa dell'umiltà? La stessa con cui Gesù aveva fatto ingresso a Gerusalemme eludendo gli osanna della folla e con la quale ora si sottomette al volere del Padre per poi sottostare al perfido volere degli uomini. La sua preghiera al Padre in questa circostanza ci ispira lo spirito di orazione da osservarsi in tutte le occasioni e ci invita a non confondere la preghiera con la superstizione o con la pretestuosità verso Dio. La richiesta delle grazie materiali e spirituali è sempre legittima purché ci si disponga ad accogliere con fede e risolutezza la volontà del Signore, qualunque essa sia, ben consapevoli che le vie di Dio sono ben più congeniali delle nostre. Umiltà, e di conseguenza fede, speranza e carità, sono anche risorse con le quali intraprendere le nostre scelte vocazionali per il futuro affinché ci preoccupiamo di conciliare il nostro bene con il servizio del prossimo in tutte le circostanze; in definitiva ciò è possibile soltanto nella prospettiva della volontà di Dio. Come pure nella realizzazione dei piccoli progetti quotidiani e nelle comuni intraprendenze della vita non si può omettere la triplice disposizione che Gesù esterna nella preghiera al Padre al Getzemani, ciò specialmente quando ci si dischiude la prospettiva del dolore e della sofferenza.
L'esultanza e la sofferenza di Gesù diventano così facenti parte della nostra vita, con le sue continue riserve di gioia e di dolore, con l'alternarsi di buone e cattive circostanze, di lieti e tristi eventi. Tutti da interpretarsi nella logica della passione e della morte del nostro Salvatore e da viversi nella triplice simbiosi suddetta.

Fonte:http://www.qumran2.net

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