Abbazia Santa Maria di Pulsano, Lectio Domenica «delle dimore nella casa del Padre»

Domenica «delle dimore nella casa del Padre»
V Dom. di Pasqua A
Gv 14,1-12; At 6,1-7; Sal 32; 1 Pt 2,4-9

La liturgia odierna ci presenta diversi aspetti della vita del popolo di Dio: gli Atti ci descrivono la
soluzione di un problema della comunità; s. Pietro definisce la Chiesa come nuovo tempio; Gesù, nel brano evangelico, ci indica la meta («vado a prepararvi un posto») e insieme il cammino che dobbiamo percorrere («io sono la via»).
La Chiesa, nata dalla Pasqua, è portata soprattutto in questo tempo a confrontarsi con l’Evangelo per scandagliare più a fondo la sua origine pasquale, il suo mistero e la sua missione.
La parola di Dio, oggi, ci svela il significato della Chiesa quale sacramento di Cristo, Via, Verità e Vita; la sua qualifica di popolo sacerdotale; la sua dipendenza vitale dal Signore; la forza del comandamento nuovo dell'amore fraterno reciproco quale segno indicativo per il mondo che Gesù è l'inviato del Padre (cf. Gv. 17,21).
«La coscienza del mistero della chiesa è un fatto di fede matura e vissuta» ...perché «il mistero della chiesa non è semplice oggetto di conoscenza teologica, ma deve essere un fatto vissuto, in cui ancora prima di una sua chiara nozione l'anima fedele può avere quasi connaturata esperienza» (Paolo VI, Ecclesiam suam, n. 16).
Come di fronte a Cristo molti non seppero vedere in lui altro che il figlio del falegname (cf. Gv. 4, 42), o uno dei profeti (cf. Mt. 16, 13-14), e altri invece, seppero riconoscerlo Signore e Dio (cf. 20,28) così, di fronte alla Chiesa, ci sono tanti che non vedono in lei altro che una società religiosa, o altri che con sguardo più penetrante, vedono in lei un carattere miracoloso; ma quelli che hanno la vera fede vedono in lei la sposa e il corpo di Cristo, il segno della sua presenza nel mondo.
La Chiesa, infatti, è il luogo dove continuamente sperimentiamo l'amore del Padre che ci dona il suo Figlio salvatore e lo Spirito santo. Questo dono ci rende figli adottivi ed instaura un rapporto nuovo con Dio, che possiamo chiamare nel modo più confidenziale: «Padre», e con gli uomini che dobbiamo considerare veramente fratelli.
I figli di Dio, infine, purificati dal peccato e mossi dallo Spirito del Signore, sono chiamati al dono inestimabile della vera libertà e all'eredità eterna:
I Colletta:
O Padre, che ci hai donato
il Salvatore e lo Spirito Santo,
guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore...
Nella vita cristiana, tutto è dominato dal dinamismo pasquale. Entrare in questo dinamismo significa accettare una continua e laboriosa conversione che opera, in virtù della grazia dei santi misteri, il passaggio dalla decadenza del peccato alla pienezza della vita nuova:

Orazione dopo la Comunione:
Assisti, Signore, il tuo popolo,
che hai colmato della grazia di questi santi misteri,
e fa' che passiamo dalla decadenza del peccato
alla pienezza della vita nuova.
Per Cristo nostro Signore.

La Divina liturgia inizia nella gioia del “canto nuovo”:

Antifona d’Ingresso Sal 97,1-2
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto prodigi;
a tutti i popoli ha rivelato la salvezza. Alleluia.

«Nell’antifona d’ingresso: Sal 97,1-2, SRD (Salmo della Regalità divina) l’orante, che può essere un personaggio sacerdotale o un levita, il solo autorizzato a dirigere il canto della santa assemblea nel santuario della divina Presenza, con un tipico imperativo innico invita i confratelli oranti a disporsi alla divina Presenza, e a modulare «il cantico nuovo», la lode perenne e sempre la medesima motivata dal fatto che «fatti mirabili operò il Signore» (v. 1a).
Tale invito è frequente nella Scrittura dell’A. T. (Sal 32,3; 39,4; 95,1; 143,9;149,1; Gdt 16,2.15; Is 42,10, etc), e del N. T., dove se ne scopre il senso ultimo. Infatti in Ap 5,9 all’Agnello, il Servo sofferente (Is 53,7-8) ma risorto, i 4 Viventi e i 24 Anziani cantano il «cantico nuovo»; in Ap 14,3 i 144.000 redenti in Sion cantano ancora all’Agnello questo «cantico nuovo». Ma ecco in Ap 15,3 gli Angeli, in un’immensa liturgia, cantano il «cantico di Mose, il servo di Dio, e il cantico dell’Agnello», rivelando:
I. il «cantico nuovo» significa «primo e ultimo». Quando il Signore con Mose fece passare il Mar Rosso alla massa degli scampati dalla schiavitù dell’Egitto, creandosi così il suo popolo diletto, Israele, questo cantò il canto della divina Vittoria (Es 15,1-18);
II. il Signore opera ancora quel fatto antico sempre mirabile, così che l’esodo redentore diventa tipologico nella storia. Perciò quel "cantico" celebra in permanenza il Signore che in modo permanente riporta la vittoria sui nemici del suo popolo santo, nemici anche di tutti gli uomini: il Peccato, il Male, la Morte, l’Inferno (personificazioni del diavolo), che in realtà sono i nemici del Signore stesso.
E precisamente il «cantico nuovo» è di rigore "oggi", adesso, all’ultimo dei tempi, quando il Signore nell’Agnello che morì ma che fu resuscitato dallo Spirito Santo, riportò la Vittoria finale ed eterna su quei nemici, e così fece passare il suo popolo scampato dalla schiavitù del peccato al Mare di cristallo, che segna la sfera divina (Ap 15,2). Questo è il passaggio dalla schiavitù vecchia del peccato alla Libertà divina, dalla Morte alla Vita, e Libertà (Gal 5,1) e Vita (Gv 6,63) sono due splendidi nomi dello Spirito Santo. La redenzione dell’Israele di allora, dall’Egitto, ripetuta più volte nella storia, si prolunga e si attua nella divina Redenzione portata adesso agli uomini dal Signore, con il massimo evento tra le sue «gesta mirabili», la Resurrezione del Figlio. Preannunciata dall’A. T., testimoniata e predicata dagli Apostoli (At 10,34-38) nel mondo intero, essa è la Rivelazione finale dello Spirito Santo: la Giustizia divina, il nome che indica l’infinita Misericordia, giunge adesso a investire le "nazioni" (Sal 93,3; Is 42,6; 49,6; Lc 2,31). Investite dall’evento dell’Iniziazione, quelle "nazioni", ossia i fedeli redenti, sono invitati dall’Orante con ben 4 imperativi innici, giubilate, cantate, gioite, salmodiate (Sal 97,4), a unirsi nella lode che come popolo santo, l’Israele di Dio, i fedeli innalzano al loro Signore Vivente (Sal 97,5): cantando ancora e sempre la divina Vittoria, la medesima ma rinnovata. Per questo il canto di Es 15,1-18 è "nuovo" nel senso biblico, ossia è il medesimo, il primo e l’ultimo e l’eterno. Al Mar Rosso e al Mare di cristallo il Signore a tutto il mondo degli uomini, anche alle nazioni pagane, rivelò la sua "Giustizia", che biblicamente è l’intervento divino, misericordioso e soccorritore, sempre pronto a produrre l’Evento dell’azione redentrice (Sal 97,2). E questa è la Resurrezione del Figlio. Così la Rivelazione della Gloria irraggiante e trasformante è accolta dal giubilo universale (v. 2)». (cfr T. Federici, Cristo Signore Risorto Amato e Celebrato, Eparchia di Piana degli Albanesi, Palermo 2001).
Canto all’Evangelo Gv 14,6
Alleluia, alleluia.
Io sono la via, la verità, la vita, dice il Signore:
nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Alleluia.

Il versetto si trova incorporato nell’Evangelo del giorno, nel quale va riletto e compreso. La nota (ripresa anche nell’antif. alla comunione) vuole accentuare il significato della pericope evangelica che è «la Via», il termine preminente della tripletta di titoli. Cristo Risorto è la Via vivente aperta verso il Padre nello Spirito Santo, Via disposta ad accogliere tutti, ma anche Via obbligata ed esigente, senza la quale si resta fuori del Regno.

I Lettura: At 6,1-7
Il testo degli Atti ci ricorda una realtà fondamentale: la vita della comunità cristiana non può essere fondata sulla grandezza o sulla potenza, ma dev'esserlo sul servizio.
Gli apostoli si accorgono di essere assorbiti eccessivamente da impegni organizzativi e assistenziali, e incaricano i diaconi del «servizio delle mense». Essi stessi però non intendono far altro che dedicarsi con più energia a un'altra forma di servizio: quella della Parola di Dio e della preghiera.
Gli apostoli, affidato ai diaconi il servizio della comunità, si dedicano alla preghiera e al ministero della Parola. Un caso di coscienza. Un grave conflitto dilania la comunità di Gerusalemme. Qualunque sia la sua origine, esso pone agli apostoli un vero caso di coscienza: dovranno lasciarsi accaparrare dai problemi interni della comunità o dare la priorità all'annuncio di Gesù Cristo?
La loro scelta è fatta: sette diaconi scelti nella comunità stessa regoleranno i suoi problemi; quanto ad essi, si dedicheranno totalmente all'annuncio dell’evangelo. È attraverso la Parola di Dio che la fede nasce nei cuori, che gli idoli forgiati dagli uomini crollano, che le civiltà stesse si trasformano. S. Paolo proclama la stessa convinzione degli apostoli quando esclama: «Guai a me se non annuncio l’evangelo!».
La scelta del servizio della Parola deve essere anche nostra, oggi. Non dobbiamo «mettere sotto il moggio» la Parola di Dio per relegarci nei problemi interni della Chiesa o in questioni profane. La Chiesa è data al mondo non perché si conformi ad esso, ma perché lo trasformi intimamente.
La Chiesa dalla Pentecoste seguita a crescere (2,41.47; 4,4: 5,14; Col 1,5-6). Certo, nella moltitudine avvengono le prime incomprensioni, i primi dissapori, i primi screzi. Ecco gli «ellenisti» (9,29; 11,20), cristiani provenienti come Ebrei dalla diaspora, oppure dal paganesimo; secondo alcuni studiosi, erano ferventi propugnatori dell'avversione al tempio ancora in funzione, e nucleo propulsivo dell'evangelizzazione tra le. nazioni pagane. La lamentela è motivata dal fatto che gli Ebrei cristiani, praticamente il gruppo dirigente, che deteneva anche 1'amministrazione dentro la Comunità, nella diakonia, il ministero caritativo quotidiano (4,35), trascuravano le vedove degli ellenisti (v. 1). E si sa quanto la cura della Chiesa antica per le vedove fosse grande, risalendo all'A. T., che invoca Dio come «il Padre degli orfani e il Giudice delle vedove» (Sal 67,6a; 9,35; 145,9; Dt 10,18).
La Comunità è radunata dai Dodici. Essi sentono il problema. E nell'assemblea dichiarano che non è bene che essi abbandonino la Parola divina che deve essere annunciata, e prestino servizio quotidiano alle mense (v. 2; 1 Cor 1,17). In spirito fraterno, esortano invece l'assemblea a scegliere persone da destinare alla mensa dei poveri, ma che siano testimoniati, ossia riconosciuti come esemplari (1 Tim 3,7), che abbiano una fama eccellente, semplici fedeli, ma riconoscibili dal fatto che siano «pieni di Spirito Santo e di Sapienza» (v. 3; e v. 5; 7,55; 11,24; Lc 1,15; 4,1, detto di Gesù stesso). I Dodici invece si riservano la proseuchê, la preghiera comunitaria, quotidiana e culminante nella Cena, e la diakonía della Parola, il ministero che è l'annuncio dell'Evangelo per la fondazione delle Chiese, e anche la dottrina della sua spiegazione in comunità (cf. qui Domenica II del Tempo pasquale). In questo essi persevereranno sempre (v. 4), come già si vede in 1,14. È evidente che i Dodici conferiranno l'incarico ufficiale; quelli scelti, li porranno «su questa necessità», con la necessaria autorità.
È possibile qui vedere molti particolari della Comunità primitiva, perdutisi nel corso dei secoli, quando i poteri di scelta sono stati espropriati via dal popolo fedele e riservati solo a pochi. Qui invece il popolo liberamente e con sapiente certezza sceglie, perché conosce le persone sempre meglio dell'autorità. L'autorità non può rifiutare la scelta, però, e giustamente, se ne riserva la ratifica, e il conferimento dell'ufficio.
Tale proposta, e atteggiamento, piacciono all'assemblea. La quale felicemente sceglie 7 persone, tutte con nomi greci; 6 di essi sono Ebrei, solo il 7° è proveniente dal paganesimo. Tra essi anzitutto Stefano, che presto sarà martire (7,8-60), Filippo, che andrà missionario in Samaria (8,5, e 8,26-40, l'incontro con il ministro etiope), e poi ospiterà Paolo a Cesarea (21,8). Gli altri sono noti da diversi episodi della tradizione successiva (v. 5). L'assemblea li presenta ai Dodici, e questi durante la preghiera eucaristica solenne impongono a essi le mani (v. 6). È istituito divinamente un grado importante nel «collegio sacerdotale», il terzo, essendone il primo i Dodici con gli altri Apostoli e i loro successori, i Vescovi; il secondo con vari nomi, profeti, dottori, evangelisti, che saranno poi chiamati con il nome ebraico di Anziani, i Presbiteri (1 Cor 12,28; Ef 4,11; ma anche i Vescovi per molto tempo erano chiamati Presbiteri). Tutti questi formano il «collegio sacerdotale» dentro l’unico sacerdozio santo dell'intero popolo di Dio (1 Pt 2,1-10).
Segue un "sommario" sulla Comunità che comincia in modo paradossale: «E la Parola di Dio cresceva», dove si attenderebbe «il numero dei battezzati cresceva»; l'espressione invece ritorna in 12,24 e 19,20. Ma è chiaro che la Parola debba crescere, seminata com'è nel campo del mondo e delle anime, come il Seme vigoroso che porta il 100 e il 60 e il 30 (qui Mc 4,8, con il verbo auxánô, crescere, come in At 6,7). Ed è Parola che non cresce per merito del seminatore, l'Apostolo, ma al contrario «da sé, automátê, fruttifica» (Mc 4,28). E in questo crescere, precisamente la Parola divina moltiplica il numero dei discepoli, "molto".
Avviene anche un fatto in genere poco osservato, e poi ignorato dalla teologia: «un'ingente folla dei sacerdoti obbedivano alla fede» divina (v. 7). I sacerdoti ebrei accorrevano in massa nella Chiesa. Se ne hanno diverse testimonianze, che sfatano il mito corrente che «tutto Israele rigettò Gesù». In Israele, la minoranza qualificata, formata da quelli che mantenevano l'osservanza scrupolosa della divina Torah, e ne detenevano lo studio, ossia i sacerdoti sadducei e i loro scribi, e i capi dei farisei (appunto, non tutti), non accettarono il Nome ed il Volto del Messia, che pure attendevano e attendono. Ma non così la massa degli Ebrei, in Palestina e nel mondo intero. Se si rileggono alcuni testi, si vede un'altra realtà: come At 15,5: «alcuni della setta dei farisei, che avevano creduto», si trovano presenti al Concilio di Gerusalemme; 21,20: a Paolo la Comunità radunata intorno a Giacomo dichiara: «Tu vedi, fratello, quante sono le decine di migliaia che tra gli Ebrei hanno creduto, e sono tutti zelanti della Legge [farisei]»; Gv 12,42: «tuttavia, anche tra i capi [degli Ebrei] molti credettero in Lui», anche se per paura degli osservanti non Lo confessavano apertamente. Nell'impero persiano, nell'impero romano, i nuclei germinali delle Chiese che via si andavano costituendo era invariabilmente formato da masse ingentissime di Ebrei fedeli. Le Chiese orientali conservano molti elementi dell'antica ebraicità fondante. La Parola cresceva!

La pericope evangelica è tratta dal c. 14, che verrà proclamato nelle Domeniche V e VI di Pasqua, e fa parte di un discorso iniziato in 13,31. È un brano fortemente redazionale, formato da due brevi dialoghi tra Gesù e i discepoli e di due lunghi monologhi del Maestro (14,1-4 e 9-14).
Parti di questa pericope s’incontrano in forma simile anche nei sinottici; tutti e quattro gli evangelisti collocano questo episodio nel medesimo contesto cronologico e psicologico, cioè durante l’ultima cena, poco prima dell’inizio della passione di Gesù, quando Pietro protesta la sua fedeltà al Maestro (Mc 14,29s e parall). Durante la cena (Gv 13,1-17,26) il Signore prima consacra i discepoli con la lavanda dei piedi (13,1-20 si veda la divina liturgia della Cena del Signore), poi predice il tradimento di Giuda (13,21-30) e il rinnegamento di Pietro (13,31.35.36-38), ma comunque dando il «comandamento nuovo» della carità (13,34). Poi entra in una rivelazione più profonda del suo essere e del suo rapporto col Padre.
Le numerose e profonde somiglianze tra i passi del quarto evangelo e quelli paralleli dei sinottici non debbono far dimenticare tuttavia gli elementi redazionali propri della versione giovannea.
Le numerose e vistose particolarità redazionali infatti insinuano con chiarezza l’indipendenza della tradizione giovannea, rispetto a quella dei sinottici.
L’originalità del primo lungo discorso di Gesù durante l’ultima cena non trova riscontro negli altri evangeli; il racconto sembra far riferimento ai ricordi personali dell’evangelista. Nel discorso intervengono Tommaso (v. 5) e Filippo (v. 8); questi interventi, come è abituale nel quarto evangelo, offrono l’occasione di ulteriori spiegazioni, ma dimostrano anche l’incapacità dell’uomo di comprendere il mistero di Dio.
Il v. 1 ed il v. 27 formano una inclusione: si ripete l’invito a non aver paura.
È il motivo di fondo: il discorso intende aiutare i discepoli a riconoscere i motivi della fiducia e del coraggio.
Di fronte al fatto di Giuda, ed alla cupa previsione del rinnegamento del principale discepolo, gli altri sono sorpresi e sconvolti.
Nella «Bibbia» troviamo soltanto un mezzo col quale il cuore dell’uomo si può difendere dalla paura: la fede in Dio. Soltanto Dio è la roccia (cfr. 2a Lett.); le altre sicurezze deludono.
Ecco l’affermazione di Cristo variamente ribadita:
1. i discepoli non saranno separati da lui egli ritornerà a prenderli (v. 3);
2. le loro preghiere saranno esaudite (vv. 12-13);
3. il Paráclito verrà da loro e colmerà il vuoto lasciato da Gesù (vv. 16-17.26);
4. Gesù stesso ritornerà (v. 18);
5. il Padre e il Figlio porranno la loro dimora nel discepolo (v. 23).
Il tema centrale del discorso non è la partenza di Gesù (cioè il senso della sua morte-resurrezione), che è solo menzionata di passaggio, ma la situazione dei discepoli che rimangono. La partenza di Gesù è il quadro: il tema vero e proprio è il suo «ritorno» (vv. 3.18-19.23.28).
Non solo il ritorno di Gesù nella parusia, come insegna la fede tradizionale, ma anche un ritorno del Signore oggi, percepibile nella esperienza della fede: nell’amore (v. 21), nel dono dello Spirito (vv. 16-17), nella preghiera efficace (vv. 13-14), nella pace (v. 27).

Esaminiamo il brano

v. 1 «Non sia turbato»: è un imperativo presente negativo (che vieta di continuare un’azione già intrapresa in precedenza). Gesù apre il dialogo esortando i discepoli alla fiducia; egli stesso, turbato, dopo aver predetto il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, si preoccupa dei suoi amici. Chiede un atto di fede, un orientamento della vita verso Dio e verso il Figlio suo. Lo stesso verbo, «tarássō» nell’originale greco, ricorre per descrivere l’emozione di Gesù davanti alla morte di Lazzaro (11,33) e al tradimento di Giuda (13,21).
«abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me»: sono due imperativi presente positivi (ordinano di continuare un’azione già iniziata).
v. 2 «Nella casa del Padre mio... molte dimore »: la casa di cui parla Cristo è comunemente interpretata, e giustamente, come il regno celeste al quale Gesù sta ritornando. L’idea del cielo come casa paterna, in cui ci sono delle dimore per i popoli è presente nell’ambiente popolare giudaico (1 Enoc 39,4s) ed è un’eredità della tradizione sapienziale-apocalittica. È un linguaggio simbolico per esprimere la familiarità con Dio nella sua casa. Tuttavia, è probabile che Giovanni intenda qualche altra cosa: la «casa» del Padre è dove si trova Dio, e chiunque sia unito a Dio si trova nella sua «casa».
Una delle metafore preferite da Paolo per designare la Chiesa è proprio «casa» di Dio (1 Cor 3,9-17; cfr. anche Gv 2,20-22; 1 Tim 3,15).
Nell’attuale contesto, pertanto, le «molte dimore» della casa del Padre potrebbero anche riferirsi ai numerosi membri della Chiesa sulla terra dove pure Cristo sarà sempre presente (cfr Omelie S. Agostino).
Il verbo ménô significa: restare in un posto, quindi dimorarvi, e il sostantivo derivato monê significa il posto dove si rimane, la dimora. Il verbo e il sostantivo sembrano avere un senso della staticità, che si nota quando, giungendo in un posto, ci si ferma, ci si riposa, e se è un posto bello non si vorrebbe abbandonare.
Il Signore promette «molte monái, dimore» (Gv 14,2), tutte accessibili secondo una sapiente disposizione. Infatti esse formano insieme la «Casa del Padre» (Gv 14,2), della quale il Capo è il Figlio (Ebr 3,6). Formano lo “spazio” infinito ed inesauribile nel quale il Padre accoglie tutti i suoi figli.
«vi sono molte dimore»:Il Padre ha una Casa unica, dove ha preparato «molte dimore», con libertà, liberalità grande (Gv 14,2a). Si ha qui un simbolo spaziale. I Padri hanno cercato di descriverle. Essi (ad esempio S. Ippolito di Roma, In Danielem 17) la concepiscono come l’Eden nuovo, ordinato in filari per Patriarchi, Profeti, giusti, Apostoli, Martiri, Santi. Non che vi siano scompartimenti, ma vi è grande regolarità. Né si affermerà che le dimore sono graduate, come la «mistica rosa» di Dante, dai petali lontani a quelli più vicini. Le dimore non sono spaziali, né sono di I, II e III classe. Tali divisioni insanabili, per cui ciascuno resta fissato nella sua posizione, sono delle sette gnostiche di tutti i tempi, oggi ancora molto vive in molti ambiti ecclesiali e movimenti vari.
«vado a prepararvi...»: Occorre lasciare spazio. Cristo promette di prepararle (Gv 14,2b). Deve quindi partire via dai discepoli, e questo significa la Morte e la Resurrezione e l’Ascensione. Ma significa anche il Ritorno (Gv 14,3a) con la Pentecoste, che da Gv 14,15 a 16,15 promette ai discepoli ben 5 volte, il numero della pienezza.
v. 3 Gesù precede i suoi nel viaggio verso il Padre, come lo stesso Paolo insegna nella lettera agli Ebrei (6,19-20). Dal tema del viaggio verso la casa del Padre, Gesù con naturalezza passa a parlare della via, ed avverte i discepoli che essi conoscono «la Via» per la quale egli si reca.
Il linguaggio di Gesù è volutamente enigmatico, perciò esso suscita spontaneamente l’intervento di un discepolo. In quest’occasione prende la parola Tommaso.
v. 5 Simon Pietro non osa più intervenire nel dialogo, la predizione del rinnegamento lo ha mortificato profondamente. Tommaso è un apostolo che bada al concreto: le parole non lo entusiasmano, egli vuole toccare con mano (cfr. Gv 20,25) e desidera chiarezza nei discorsi.
Il discepolo Tommaso, nella sua domanda, riflette indubbiamente l’ignoranza di tutti i discepoli; essi si sono dimostrati tanto ottusi quanto gli oppositori giudaici di Gesù; ciò che li salva è la loro buona volontà. Abbiamo qui un altro esempio di equivocità (cf Nicodemo, Samaritana, ecc), perché Tommaso prende il termine «via» in senso materiale, mentre il Mastro lo intende in senso spirituale, quale mezzo per giungere a Dio, ossia come strumento per mettersi in contatto personale con il Padre.
La constatazione di Tommaso, tuttavia, è meno ingenua di quello che molti autori pensano; l’accenno posto da lui sulla "strada" offre a Gesù il modo di non rispondere sulla meta, ma di indicare senza alcun equivoco l’unica via, percorrendo la quale si arriverà sicuramente.
vv. 6-7 Come abbiamo già anticipato in altre situazioni la domanda di Tommaso, secondo una caratteristica nota del dialogo giovanneo, offre a Gesù lo spunto per pronunciare una delle sue affermazioni più solenni che riunisce in una sola frase alcuni concetti fondamentali fra quelli che sono stati sviluppati nell’evangelo.
«Io sono la via, la verità e la vita» di questa triplice autorivelazione, dove è sottolineato il soggetto «Io sono  », l’affermazione fondamentale è «la via» (cfr. «Nessuno viene al Padre se non per mezzo mio» la seconda parte dell’affermazione di Gesù).
Gesù (questo è un dato costante nel N.T.) è l’unico mediatore tra Dio e gli uomini; è «la porta» che ci introduce (vedi Dom. scorsa).
La vita e la verità non sono tanto la meta a cui Gesù conduce, sono piuttosto la ragione che gli permette di proclamarsi la via.
In altre parole: "Io sono l’unico mezzo per andare al Padre".
La verità  per Giovanni è il disegno salvifico di Dio che si è svelato (è divenuto) nel Gesù storico.
Non è dunque solo una verità da conoscere, ma da accogliere e costruire; è da cercare con la fede, da ascoltare, non da conquistare.
La vita [zoé non solo la vita biologica (bios) ma tutta l’esistenza] nel senso che non viene meno e dura sempre. Con l’articolo (come anche per la verità) si sottolinea fortemente il nome e lo si pone come tale, per eccellenza.
v. 8 I discepoli sono ancora in grande confusione. Interviene adesso Filippo, di Betsaida, il paese di Pietro e di Andrea, tra i primi convocati dal Signore (1,43-44), quello che si era fatto tramite con i Greci che volevano parlare con Gesù (12,21). Filippo riprende la domanda di Tommaso. Non si è accorto che Gesù ha già risposto, affermando di essere la via e la verità, cioè il luogo dove il Padre si manifesta.
Filippo forse ha frainteso le ultime parole di Gesù probabilmente pensando che esse volessero alludere a una apparizione di Dio. Egli invece di concentrarsi sul Gesù storico e sull’esperienza che già vive, è alla ricerca di una manifestazione divina diversa, nuova, convincente, simile alle antiche epifanie.
Vedere Dio è il massimo che un uomo possa desiderare, la promessa più alta, l’estrema soddisfazione, la totale certezza (cfr. Es 33,12-23; Mt 5,7; 1 Gv 3,2).
Questo chiede Filippo, senza sapere che la sua preghiera è stata esaudita da tempo nella persona di Gesù che sta davanti a lui (cfr. 12,45).
«mostraci» è un imperativo aoristo positivo (ordina di dare inizio ad una nuova azione). Che delusione per Gesù questa richiesta! L’aoristo dice quanto Filippo sia lontano dal vero e quanto sia giusto il lamento di Gesù nel versetto seguente.
Filippo è forse stanco di parole, confuso nella mente, se ancora più arditamente di Tommaso taglia corto: chiede al Signore di “mostrargli” materialmente (déiknymi) il Padre. Tanto basta ad essi: né dimore, né andate e ritorno per prepararle (Gv 14,7).
Gesù ha troppa pazienza. Ma qui ha l’occasione per far avanzare la rivelazione del massimo dei Mirabilia Dei operato e donato agli uomini.
vv. 9-12 ««Mostraci il Padre?»:imperativo aoristo positivo.
Il testo è immane, e si concentra in 2 affermazioni principali, intorno a cui il resto va spiegato:
a) il Padre è l’Invisibile per definizione (Gv 1,18a), come Filippo da buon Ebreo sa bene dall’A. T., ad esempio dalla teofania del Signore, manifestatosi ma restato nascosto tra fuochi e tuoni al Sinai (Dt 4,12), o dalla proibizione di farsene qualunque rappresentazione materiale (nel Decalogo, Dt 5,8-10);
b) tuttavia, adesso vale che chi vede il Figlio vede il Padre. Il Figlio dunque è l’Icona fedele del Padre. L’Icona è “simbolo”, che in se stesso unisce e contiene e manifesta due realtà, una visibile e una invisibile;
c) è Icona del Padre in eterno, come Verbo Dio, Dio da Dio (Gv 1,1-18). Ma lo è anche nel tempo, come Verbo Dio incarnato (Gv 1,14), resosi visibile nella carne assunta come propria della Persona divina unica;
d) vedendo la carne si deve giungere a vedere il Verbo Dio, come vedendo il Verbo Dio incarnato si deve vedere il Padre;
e) questo, perché il Padre sta nel Figlio, e il Figlio nel Padre;
f) ma i discepoli lo sapevano già: in Gv 10,30 il Signore aveva detto: «Io e il Padre siamo Realtà unica (hén)», con il hén numerale neutro di héis, uno e unico, in Gv 10,38 aveva affermato: «Il Padre in Me e io nel Padre», e aveva anche chiesto la fede in tutto questo.
Si torna così alla duplice identità:
A. Cristo è «la Via unica» verso la trascendenza ultima del Padre; è inutile trovare altre vie e strade e mezzi e scappatoie.
B. Cristo è l’Icona unica del Padre Invisibile, se si vuole guardare il Volto paterno si deve prima contemplare il Volto filiale.
v. 10 -««Non credi »: Filippo ha certamente creduto durante tutto il tempo antecedente per cui questo tempo presente va reso con una sfumatura di modo: "Non vuoi continuare a credere che? "
La fede di Filippo era una fede quasi inconscia delle profondità che abbracciava: Gesù invita a rendersi conto di tali profondità e vastità.
«Io sono nel Padre e il Padre è in me»: Gesù nomina prima se stesso, perché è l’oggetto più concreto, che sta dinnanzi agli occhi. Da notare che se nell’AT era detto che Dio era nel profeta, non è mai asserito invece che il profeta è in Dio.
v. 11 - «Credetemi... credetelo»: entrambi sono due imperativi presente positivi; quello che Gesù chiede loro non è una novità, anche se implica un ampliamento di visuale. Il presente sottolinea che ora la fede in Gesù deve continuare proprio perché profonda e completa dopo le sue precedenti affermazioni. Le parole del Cristo sono quelle del Padre; ma come provare questo? Come renderlo chiaro?
Non esiste prova che possa dispensare dalla fede.
Le parole di Gesù, e ancor di più la sua vita e le sue opere rimandano (se si hanno occhi per vedere) al Padre. Non è possibile diversamente, non viene prospettato ai discepoli nessun altro «vedere Dio», se non questo vedere della fede nella presenza di Dio, che si manifesta nell’apparizione storica di Gesù.
Ora gli apostoli possono capire le opere in tutto il loro valore dimostrativo, opere che permettono di continuare a credere con una fede non diversa ma più profonda. Oltre alle parole di Gesù, alla sua vita e alle sue opere, c’è una «prova» ulteriore (se di prove si può parlare): "chi ha la fede farà opere ancora più grandi".
L’opera dei discepoli certamente sarà più grande di quella di Gesù perché mentre ora egli è limitato dalle condizioni di vita presso il popolo eletto, domani (oggi quindi), nella gloria, agirà splendidamente attraverso i discepoli per tutta l’umanità. L’espressione può apparire paradossale ma diventa più comprensibile se si tiene presente che le opere di Gesù si intendono qui i segni, i miracoli e per l’opera più grande si intende la vera ed unica opera di Dio: la fede (Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?». Gesù rispose: «Questa è l`opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato» (Gv 6,28-29).
Il Signore chiede quindi anzitutto la fede nel Padre, e insieme la fede in Lui (Gv 14,1). Che cosa significa dunque la “fede” (con pazienza, purtroppo occorre ripeterlo):
1. la sistematica moderna che è figlia diretta della scolastica, ha privilegiato in modo riduttivo e pericoloso l’aspetto intellettuale: la fede è (solo) l’assenso certo alla verità della fede che la Chiesa (di fatto, dolorosamente, identificata solo con il Magistero docente) propone da credere. In un certo senso, si fa appello e si sollecita, almeno in prevalenza, la ragione e il suo lavoro per giungere all’assenso, che è accettazione e accordo. Tutto questo va bene, ma in un certo senso si dirige anzitutto verso la “cultura”, in specie se animata da salde nozioni filosofiche;
2. la Rivelazione divina parla tutt’altro linguaggio. Come si deve ricordare sempre, perché non si insegna mai:
i. credere, avere la fede, anzitutto fa parte integrante del «vocabolario della carità», come fedeltà, come fiducia, come misericordia, come tenerezza; non esiste un «vocabolario della fede»
ii. si ama, e dunque «si ha fede» nell’amato; si usa parlare, molto bene della «fede coniugale», che è costanza di matrimonio, e che è amore totale e fiducia; quando si sente dire: «non ho più fede in mia moglie», si comprende: non esiste più l’intesa di affidamento reciproco, che è precisamente la fede!, che è allora l’equivalente preciso del tremendo: non la amo più;
iii. verso Cristo Signore, «la fede è adesione d’amore a Lui che chiama», già prima avendo amato quanti chiama;
iv. la fede è dunque grazia e dono che previene, accompagna e segue, esigendo solo la risposta;
v. la risposta è “aderire”, in greco proskolláomai, che si trova già in Gen 2,24 («Per questo l`uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne»), detto di Adamo verso Eva, tratto riletto e ribadito da Cristo Signore stesso in Mc 10,7, e poi da Paolo in Ef 5,31; oppure kolláomai, sempre di Cristo Signore che rilegge Gen 2,24 in Mt 19,5-6 («Per questo l`uomo  lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola ? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l`uomo non lo separi»). Come si vede, è risposta nuziale;
vi. si aderisce, kolláomai, alla Chiesa: At 5,12-13 («Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava.» qui, in negativo); Paolo, di recente convertito, tenta di farlo a Gerusalemme, nel timore dei discepoli: At 9,26 («Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo»). Perciò ad un Ebreo non è lecito “aderire” ai pagani, avere con essi contatti veri: At 10,28. Nella fede in Cristo Risorto alcuni Ateniesi aderiscono a Paolo: At 17,34;
vii. il testo principale qui è 1 Cor 6,17 («Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito»): chi nella fede aderisce nuzialmente, kolláomai (richiamo a Gen 2,24!), a Cristo, diventa con Lui «unico Spirito», ossia la Vita di Cristo Sposo che è lo Spirito Santo diventa anche la Vita dei fedeli che formano la Sposa di Lui.
Ma lo Sposo e la Sposa hanno una “dimora”. Pronta. Cristo ne ha parlato a noi oggi. In Lui deve avvenire la nostra pasqua e il nostro esodo; in lui dobbiamo camminare, seguendo la via dell'amore (Ef. 5,2; 1 Cor 12,31), poiché «per lui abbiamo accesso al Padre, in un solo Spirito» (Ef 2, 18).

II Colletta
O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore,
fa’ che aderendo a lui, pietra viva,
rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te,
siamo edificati anche noi in sacerdozio regale,
popolo santo, tempio della tua gloria.
Per il nostro Signore...
Fonte:http://www.catechistaduepuntozero.it/

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