MONASTERO MARANGO"Il rischio di una carità senza profezia"

6° Domenica di Pasqua (anno A)
Letture: At 8,5-8.14-17; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21
Il rischio di una carità senza profezia
1)Chi pensa ancora che i diaconi sono “presi a servizio” per badare innanzitutto alle mense dei
poveri?
Dalla lettura degli Atti degli Apostoli, che parlano della loro istituzione, non pare che sia esattamente così. Nella comunità, che fino ad allora era stata omogenea per cultura e tradizione, erano sorti dei problemi, e anche grossi, per il fatto che era rientrato a Gerusalemme un buon numero di giudei provenienti dai paesi dove un tempo erano emigrati, e queste persone, molte delle quali avevano abbracciato la nuova fede cristiana, parlavano solo il greco. I giudeo-cristiani temevano che questo fatto nuovo, e per certi versi inaspettato, portasse in breve tempo a pericolosi cambiamenti nel costume e nella prassi della comunità. Il servizio alle mense , dove evidentemente questo gruppo veniva discriminato, aveva fatto emergere il problema, fino a farlo scoppiare. La Chiesa, investita drammaticamente da questioni che la potevano distruggere, aveva scelto la via del confronto nella verità, coinvolgendo tutte le parti. In questo contesto nascevano i diaconi.
Questo nuovo ministero nella Chiesa svolgeva innanzitutto una funzione di mediazione culturale, di aiuto all’integrazione con la comunità più ampia, nel rispetto delle diversità di ciascuno. I diaconi dovevano essere uomini pieni di saggezza, capaci di interpretare i grandi cambiamenti della storia e la pluralità delle culture. Allora come anche oggi. Non si può essere diaconi di sacrestia, ma uomini di frontiera. Non statue liturgiche, ma profeti che abitano tutte le periferie per convocare tutti alla mensa dl Regno. In secondo luogo il diacono svolgeva un importante servizio alla Parola di Dio. Era catecheta ed evangelizzatore. E (forse) serviva anche alla mensa dei poveri.

Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo.
Il primo martire, il diacono Stefano, non è morto servendo a tavola, ma rendendo testimonianza alla Parola della salvezza, che si compiva nell’avvento del Signore Gesù: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio»(At 7,56). Filippo predicava. Dunque, il ministero dei diaconi è la predicazione della Parola, ed essi devono essere scelti non solo per la loro saggezza, ma per la loro effettiva capacità di annunciare il Vangelo, con competenza e senza paura. Non solo: la predicazione, per essere credibile, ha bisogno di essere accompagnata dai “segni”. La folla prestava attenzione alle parole di Filippo, «sentendolo parlare e vedendo i segni che compiva». Qui ci siamo e non ci siamo. Si fa ancora troppo poco.
Non apparteniamo ancora pienamente ad una Chiesa che si lascia plasmare dalla Parola e che responsabilmente la annuncia a tutti.
Anche i segni della carità sono spesso stanchi e ripetitivi. Si preferisce una carità che sia remunerativa, anche sul piano economico. Stiamo perdendo velocemente la dimensione della gratuità e della assoluta fiducia nella Provvidenza. C’è una carità senza profezia.

Gli apostoli, a Gerusalemme, vennero a sapere che la Samaria aveva accolto la parola di Dio.
E’ interessante notare che l’opera missionaria del diacono Filippo precede l’opera degli apostoli. E’ il diacono che annuncia la Parola e battezza. L’apostolo impone le mani e invoca il dono dello Spirito: è il sigillo all’opera missionaria, l’attestazione e il riconoscimento della sua veridicità evangelica. Ci sarebbe materiale sufficiente per un necessario approfondimento e per una nuova partenza missionaria affidata al ministero dei diaconi nella Chiesa.

Adorate Cristo nei vostri cuori, sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
La pericope iniziava con una esortazione a non temere gli uomini, anche quando dovessimo soffrire per causa loro. Avere paura significherebbe in qualche modo rendere loro un culto, riconoscere il loro potere e subirne tutte le conseguenze. Occorre invece «adorare il Signore, Cristo», «pronti sempre a rispondere a chiunque». Il testo richiama il clima di un processo. Non bisogna «preparare prima la difesa», ma occorre «essere pronti» a rendere conto della propria speranza, con lucidità, chiarezza, in modo convincente.
Questo è possibile perché i discepoli del Signore sono un popolo profetico e l’annuncio della verità è posto sulla bocca di tutti, per la grazia dello Spirito: «Avrete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). I cristiani, ai quali è affidato il servizio della Parola, non possono trovarsi nella incapacità di giustificare la professione della propria fede. Ce n’è per tutti, e non solo per i diaconi. Con un’attenzione particolare: «Questo sia fatto con dolcezza e rispetto». Il volto del cristiano non deve mai contrarsi nella violenza e nella tensione.

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti.
Quanti sono i comandamenti da osservare? Uno solo: «Amerai il Signore, Dio tuo, e il prossimo tuo come te stesso» (Lc 10,27). Altrove Gesù dice: «Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi». Tutto viene deciso da un unico amore, che unisce cielo e terra, tempo ed eternità, Dio e l’uomo.

Il Padre vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre.
Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Egli è colui che sta presso i suoi, li consola, prende le loro difese, intercede in loro favore, li precede con umile determinazione sulle strade del Regno.
Ma ora Gesù, dopo aver lavato i piedi ai suoi amici, in quell’ultima memorabile cena, sta per andare via. Condotto a morire. Abbandonato e tradito da tutti i suoi. Ma non andrà via per sempre. Il Padre manderà «un altro Paraclito». Prima della Pasqua lo Spirito del Padre, presente in Gesù, stava «presso» i discepoli. Dopo la risurrezione questo “dolce ospite dell’anima” è entrato nei cuori dei discepoli: è Dio «in noi». Il discepolo non è lasciato nella solitudine di chi è orfano d’amore. Nel dono dello Spirito conosciamo che Gesù è nel cuore del Padre, che noi dimoriamo nel cuore di Gesù e, reciprocamente, che Gesù trova la sua abitazione in noi. Facciamo parte di una famiglia. Divina.
Questo è il regalo di Pasqua, che dura sempre.


Giorgio Scatto
Fonte:www.monasteromarango.it/

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