MONASTERO MARANGO"Non c'è più separazione tra cielo e terra, tra uomo e uomo

Festa dell'Ascensione del Signore (anno A)

Letture: At 1,1-11; Ef 1, 17-23; Mt 28,16-20
Non c'è più separazione tra cielo e terra, tra uomo e uomo

1)La festa dell’Ascensione di Gesù al cielo è una nuova, grande dichiarazione di fede e di amore:
colui che si è inabissato fino agli inferi, alla ricerca dell’uomo “perduto”, il Padre lo ha innalzato, rivestendolo con la sua gloria. Non dobbiamo quindi legare l’ascensione ad un linguaggio storico-spaziale, che è solo il rivestimento del mistero celebrato, ma contemplare con umile confidenza il Crocifisso Risorto, entrato per sempre nella comunione con l’eterno.

Ho trattato di tutto ciò che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo.
Luca ha narrato, nel suo vangelo, la tenerezza e la misericordia di Dio, così come i testimoni oculari l’hanno vista nelle parole e nell’opera di Gesù. Egli, nella sua appassionata ricerca dell’uomo, si è allontanato sempre più dalla casa del Padre, fino a perdersi tra i perduti, fino a identificarsi con i peccatori. Cristo si è immerso in un tale abisso che ormai ogni nostra caduta, per poca che sia la nostra fede, è una caduta in lui.
E’ asceso al cielo e siede alla destra del Padre: così diciamo nella nostra professione di fede. Gesù occupa ora il posto più alto perché è sceso nel posto più basso, fino all’inferno. La discesa nelle tenebre dello Sheol del Figlio di Dio, alla ricerca dell’uomo smarrito che è in ciascuno di noi, fa esplodere in tutto il suo splendore l’amore di Dio per l’uomo. E questo amore è, in effetti, il vero innalzamento. Dio è grande nell’amore. Insuperabile. Sceso con la sua morte nell’inferno della morte di ciascuno di noi, Gesù strappa ciascuno dalla sua solitudine e abbatte le inviolabili mura che ci separano da Dio e dai fratelli. Non ci sono più mura; tutto è aperto e reso disponibile per una storia diversa. Con l’ascensione di Gesù non c’è più separazione tra cielo e terra, tra uomo e uomo, tra Dio e le sue creature.

Salendo in alto, ha portato con sé i prigionieri: così il Salmo che profeticamente parla dell’ascensione.
L’uomo era prigioniero del peccato, della legge, della morte. Privo di libertà. Cristo è sceso all’inferno per svuotarlo: «Nello spirito andò a portare l’annuncio alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere» (1Pt 3,19).
Ora Cristo, risorto dai morti, è alla destra di Dio nei cieli, «al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro» (1Pt 3,22). Un cristiano, che nel tempo del suo pellegrinaggio abita il mondo e si mette al servizio degli uomini, perché ritrovino le vie della speranza e della pace, non mette nessun altro “nel cielo”: né proprietà, né affetti, né impegno politico o militanza partitica, appartenenza religiosa o classe sociale. Nel “cielo” c’è solo Dio e il suo Cristo.

A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Il potere dato a Gesù non è un potere mondano: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così…come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,24-28). Schiavo, l’ultimo di tutti. L’ultimo non ama i troni e i palazzi. I troni e i palazzi li abitano i dominatori del mondo. C’è tutto un apparato ecclesiastico che stride con questa dimensione della minorità, dell’essere “ultimo”. Se davvero vogliamo raccogliere il comando del Signore di «andare» e di «fare discepoli», se ci è rimasto rispetto per le parole del Vangelo e il timore di vanificarle svuotandole del loro sapore, dovremmo, forse, con sincerità chiederci se la Chiesa oggi viva nel mondo cercando veramente l’ultimo posto. E’ la condizione per rendere possibile l’evangelizzazione, non per esibire la falsa umiltà di chi si pone, comunque, al di sopra di tutti.
Anche la Chiesa, come il suo Signore, è “poco”, un “vuoto” che può essere abitato e ricevere forza solo dallo Spirito: «riceverete la forza dallo Spirito Santo, e di me sarete testimoni fino ai confini della terra».

Insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.
Prima di “insegnare”, di essere “mater et magistra”, la Chiesa deve sentirsi sorella e serva. “Sorella”: una parola che evoca il sentirsi alla pari, non uno sopra e uno sotto. Una parola che evoca l’assenza di ogni distanza. Uguali e non diversi dalla moltitudine dei piccoli della terra. La Chiesa insegna solo se diventa una “Chiesa minore”, come Gesù, il quale «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò» (Fil 2,8-9). Chiesa minore è una Chiesa che confessa che l’unico Signore è Dio e il suo Figlio unigenito, Gesù di Nazareth. E quindi una Chiesa che si confessa “relativa”. Non possiamo presentarci come un assoluto, non possiamo pretendere di occupare noi lo spazio, non possiamo avere l’aria di chi si sente padrone né della verità, né della morale, né del popolo di Dio, né delle ultime parole sulla vita e sulla morte. Oggi invece c’è un grande parlare di Chiesa, ma una rarefazione impressionante su Gesù. Gli attacchi portati contro papa Francesco, talvolta con un linguaggio aperto, spesso in modo subdolo, come i tumori che agiscono maleficamente senza recare dolore, avvengono sempre in nome di una distanza dalla dottrina, mai in nome di una distanza dal Vangelo. La Parola di Dio, in questi attacchi, è ignorata, come se non fosse uno spartiacque per una verifica.

Una Chiesa che evangelizza, che si prostra solo davanti al suo Signore, è una Chiesa che confida nei mezzi poveri, che non possiede né argento né oro, ma dona solo quello che ha ricevuto: il nome santo e dolcissimo di Gesù (cfr. At 3,6). E’ una Chiesa che non cerca strategie di potere, alleanze umane, cordate per arrivare sulle vette, ma conta solo sulla potenza della croce, sulla sapienza della croce.
Chi si sente minore ha il segreto della compassione, può penetrare con pietà bruciante i luoghi dell’infamia e del dolore. Può accostarsi agli oppressi, ai tormentati, agli stanchi, cercando di crescere nella consapevolezza e nella venerazione del peso di ogni vita. La preghiera di una Chiesa minore, piccola come il suo Signore, riconduce i cuori erranti, medica con l’olio e il vino un ferito, avvia chi è turbato alla pace, purifica una gioia, salva da un pericolo.
Le strategie dell’amore sono conosciute solo da un cuore che ama. E in questo lo Spirito Santo è il nostro primo alleato, il nostro suggeritore, la nostra luce, la nostra forza. Non è pensabile la vita del cristiano senza la grazia prevenente dello Spirito. E anche tutte le feste cristiane, private dello Spirito Santo, diventerebbero una spenta e lontana rievocazione.
E’ per la potenza dello Spirito che Gesù vince la morte; è per la potenza dello Spirito che sale alla destra del Padre.
E’ per la potenza dello Spirito che la Chiesa può imitare il suo Signore, mettersi in strada, povera in mezzo ai poveri, e intraprendere un cammino serio e gioioso alla sequela di Gesù.

Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.


Giorgio Scatto  
Fonte:  www.monasteromarango.it                      

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