padre Gian Franco Scarpitta "Dio vive in noi se noi viviamo in lui"


Dio vive in noi se noi viviamo in lui
padre Gian Franco Scarpitta  
V Domenica di Pasqua (Anno A) (14/05/2017)
Vangelo: Gv 14,1-12
Si torna oggi un po' indietro nel tempo, nonostante siamo ormai addentrati nel tempo liturgico della
Pasqua. Gesù infatti ci fa rivivere un momento particolare della sua passione, cioè il discorso di commiato dai suoi nella prospettiva della morte di croce. Gesù parla ai suoi con franchezza e profondità, consolando e rianimando i suoi discepoli, come potrebbe fare qualsiasi persona in procinto di lasciarci. Quanto al sua destino personale convince gli astanti che, sebbene lo attendano sacrifici cruenti ed eventi inqualificabilmente atroci, lui si trova sotto l'assistenza del Signore che non lo lascia solo e che lo accompagnerà nella sua triste esperienza seguendolo passo dopo passo. Riguardo invece ai suoi discepoli, rassegnati a dover restare privi di guida e di sostegno, cerca di rallegrarli dicendo loro che "nella casa del Padre mio vi sono molte dimore". Questa espressione viene interpretata dagli esegeti nel senso "inverso" al quale siamo noi abituati a comprenderla. Riallacciandosi infatti a Gv 14, 23 ("Se uno mi ama osserverà la mia parola e il padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui") Gesù intende dare consolazione e fiducia nel Padre in quanto Dio dimorerà in coloro che lo amano e sono disposti a seguirlo. Tante sono le "dimore" perché tanti sono gli uomini, le loro singole situazioni e ogni cuore è differente dall'altro; in ciascuno che abbia fede e apertura Dio però prenderà inevitabilmente dimora, cioè Dio vivrà nel cuore e nell'intimo di chi vorrà sentirsi suo Figlio e, disposto a fare la sua volontà, protenderà per affidarsi a lui. E questo per il fatto che Gesù, Figlio di Dio, è la nostra via di accesso a Dio Padre, anzi vedendo lui si vede anche il Padre e proprio Gesù che al Padre ci conduce ci garantisce che questa comunione con il Padre conduce alla verità e quindi al vivere eternamente: "Io sono via, la verità e la vita". Non vi è altra via di accesso al Vero se no per mezzo di colui che è la Verità fatta carne. La stessa verità che noi siamo chiamati a conoscere e che ci farà liberi e che si trasformerà per noi in possibilità di vita piena. In sintesi, Gesù ci consola perché lui, via, verità e vita, è il solo in grado di condurci a Dio per fare esperienza della Verità in assoluto e quando noi di questa verità vogliamo vivere e in essa perseverare, Dio "trova dimora in noi." I discepoli quindi non saranno solo una volta che Gesù non sarà più con loro, perché essi saranno immersi in Dio mentre Dio vivrà in loro. Tutto questo per il semplice fatto che Gesù e il Padre (Dio) sono una cosa sola nel vincolo di unione che li lega che a sua volta si fa dono l'uno per l'altro: lo Spirito Santo. "Io e il Padre (nello Spirito siamo una cosa sola" e di questa unione vincolante intratrinitaria siamo invitati tutti quanti a partecipare. E ripetiamo quanto appena si è detto poc'anzi con le parole di Sant'Agostino: la Trinità (Dio) vive in noi.
Ma si diceva anche che in questa comunione di unità intima con Dio occorre perseverare e progredire, senza correre in rischio - parole di Paolo - di "spegnere lo Spirito"(1Ts 5, 19), soprattutto quando le peripezie della vita comune possano minacciarci in tal senso. Il vivere in gruppo dovrebbe qualificarsi sempre come prospettiva di comunione e di condivisione speculare della Trinità stessa; dovrebbe configurarsi come il riflesso dell'amore che unisce il Padre e il Figlio e che si dispiega in tutta la creazione e riguardare la koinonia della reciproca accettazione e della comunanza di vita, senza che si fomentino gelosie e discordie in un gruppo. E' inevitabile tuttavia che in una chiesa - qualsiasi Chiesa - possano sorgere malintesi, dissapori e contrasti a volte anche per motivi banali e l'esperienza ci insegna come essi siano lesivi non soltanto alla convivenza fraterna, ma anche alla nostra credibilità e alla testimonianza. La prima lettura presenta come la comunità cristiana tratteggiata nel libro degli Atti degli Apostoli, ormai zelante nella comunione e nella missione e dal numero sempre crescente di nuovi membri, ha organizzato adeguatamente se stessa nelle varie attività e nei vari ruoli. Cionondimeno, si verificano casi di discriminazione e di mancata imparzialità quali anche ai nostri giorni si verificano nelle nostre comunità parrocchiali o nei nostri gruppi ecclesiali. A lamentarsi sono i cristiani di provenienza greca, ellenisti, di estrazione ben differente da quella ebraica: essi protestano perché nella comunità di Gerusalemme vengono trascurate le loro vedove nella distribuzione dei viveri, pertanto vi è a monte anche una discrepanza socio - culturale. Come si vedrà sempre negli Atti degli Apostoli a proposito della necessità della circoncisione dei neofiti, sembrerebbe che i neo convertiti dall'ebraismo siano considerati "superiori" a tutti gli altri novizi cristiani, per la comunanza immediata con la Legge di Mosè, di cui non sono interessati i cristiani di matrice pagana. Una disuguaglianza quindi fondamentalmente culturale, relativa alle origini e alle provenienze etniche dei vari membri, che mi fa pensare a una ridicola affermazione di pregiudizio che erano soliti divulgare, all'interno del mio istituto di formazione a Roma, diversi studenti stranieri durante gli studi teologici: "Gli Italiani sono invulnerabili e privilegiati, perché hanno i Superiori Provinciali e i Superiori locali a difenderli." Da parte dei responsabili di ogni comunità ci si trova a dover affrontare questioni delicate per riconciliare le parti in conflitto, ma non sempre è facile favorire la concordia e la pacificazione, soprattutto quando in ciascuno di noi non si vuol fare dimorare il Signore, ma ci si ostina a darla vita alla presunzione e al falso orgoglio. Determinati pregiudizi danno alito poi ad inevitabili discriminazioni pratiche del tipo di quella descritta in questo testo degli Atti degli apostoli: il misconoscimento dell'uguaglianza e della parità dei diritti nella ripartizione degli alimenti.
Fortunatamente il succitato Spirito di comunione, che guida e sorregge gli apostoli in ogni loro singola incombenza, suggerisce la soluzione più appropriata: la diaconia. Ad episodi meschini di controversie e di reciproche liti si risponde con la logica del servizio disinteressato ed esclusivo e lo si fa propriamente eleggendo determinate persone dedite a tempo pieno a tale ministero di carità operosa. E allo stesso tempo si garantisce che altri ministeri importanti quali la predicazione, l'insegnamento e la preghiera vengano esercitati con altrettanto zelo e operatività e che a ciascuno venga dato un ruolo appropriato che non può che essere diverso da tutti gli altri, ma pur sempre importante e irrinunciabile per la comunità intera.
Secondo una certa interpretazione del termine greco "diaconos", esso letteralmente significherebbe "attraverso la polvere" (dia - conos) e comporterebbe quindi un servizio di speciale umiliazione che corrisponderebbe al mettersi nel fango, allo sporcarsi le mani. Ovviamente anche questo comporta essere uomini pieni di Spirito Santo e dotati di timor di Dio poiché prima di esercitare la carità e il servizio occorre essere persone d'amore, quindi gli apostoli provvedono ad "imporre le mani" affinché la scelta di questi sette uomini sia mirata e vengano costituite persone sapienti e spiritualmente elevate. Le quali sappiano "sporcarsi le mani" operando imparzialità e abnegazione, liberi da compromessi, preferenze e discriminazioni.
E così lo Spirito Santo permette che Dio torni ad inabitare nel cuore dei singoli e a convivere nell'intera comunità ecclesiale.
Fonte:http://www.qumran2.net