CIPRIANI SETTIMIO SDB,Lectio" l'Amore di Dio… siano con voi."

11 giugno 2017 | 10a Domenica: La Ss. Trinità - A | Lectio Divina
La grazia del Signore Gesù Cristo, 
l'Amore di Dio… siano con voi.
A rigore di termini, si potrebbe dire che la solennità della SS. Trinità è liturgicamente superflua.
Infatti essa è celebrata costantemente non solo ogni Domenica, ma anche in ogni altra festività che, in modo particolare, esalti qualche aspetto o qualche evento dell'inesauribile mistero cristiano: per fare solo un esempio, la Pentecoste, che abbiamo appena solennizzata, non è forse una particolare manifestazione del "mistero" trinitario? Al di fuori di questo, infatti, che senso potrebbe mai avere la discesa dello Spirito?
Ed è proprio per tale ragione, oltre che per altri motivi, che è stata introdotta solo tardivamente, come festa a sé stante, per tutta la Chiesa (XIV secolo).
Ciò nonostante, essa ha la sua ragione di essere, e bene ha fatto la Chiesa a vincere certe difficoltà e a proporre ai credenti una occasione liturgica specifica per celebrare il "mistero" più alto della nostra fede, da cui derivano e prendono significato tutte le innumerevoli manifestazioni salvifiche che si sono realizzate nel corso della storia.
La Trinità come "spazio vitale" del cristiano
In tal modo la Trinità viene rimossa dalla solitudine rarefatta delle speculazioni dei teologi per rientrare nello spazio tormentato della nostra esistenza: è il Dio, uno e unico nella natura, ma sussistente in tre Persone eguali e distinte, Padre e Figlio e Spirito Santo, che non solo è oggetto della nostra fede e della nostra adorazione, ma è "protagonista" della nostra salvezza. La Trinità perciò non ci sta lontana, ma alberga nei nostri cuori, possiede addirittura i nostri stessi corpi perché siano "tempio vivo dello Spirito Santo che è in noi" (cf 1 Cor 6,19).
La Trinità diventa così "spazio" vitale in cui vive, si muove e agisce il cristiano. Non solo, ma diventa "modello" sul quale egli dovrebbe rispecchiarsi, per strutturare tutta la sua esistenza in forma "trinitaria".
Mi sembra che la Liturgia abbia felicemente intuito tutto questo quanto, nell'antifona per la Comunione, ci fa leggere un testo di san Paolo leggermente ritoccato, forse per farcene sentire di più la densità misterica: "Voi siete figli di Dio. Egli ha mandato nei vostri cuori lo Spirito del Figlio suo che grida: "Abbà, Padre"" (Gal 4,6). Il dono della "filiazione" divina è essenzialmente trinitario: è il "Padre" che ce lo offre nel "Figlio", disvelandocelo e testimoniandocelo con la forza illuminante e trasformante dello "Spirito".
E il momento più intenso di questa scoperta sempre nuova e di questa inebriante fruizione è quello del nostro incontro con Gesù nell'Eucaristia!

Una tipica formula "trinitaria" in san Paolo
Le letture bibliche sono particolarmente indicate a farci comprendere, al di là della "realtà" del mistero trinitario, la sua "vitalità" dinamica e salvifica, tendente a coinvolgere e ad assorbire nel proprio circuito operativo non solo ogni credente, ma tutta la realtà umana e perfino cosmica.
Significativa è soprattutto la seconda lettura, ripresa da san Paolo. È il brano conclusivo della seconda Lettera ai Corinzi, in cui l'Apostolo dà gli ultimi avvertimenti a quei cristiani e li saluta proprio nel nome della Trinità: "Fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi" (2 Cor 13,11-13).
È commovente questo saluto di Paolo, che si traduce anche nel gesto di fraternità, espresso nell'abbraccio e nel "bacio" vicendevole che i cristiani si davano in occasione della celebrazione liturgica. E anche la formula trinitaria finale dovrebbe essere non solo di origine liturgica, ma doveva molto probabilmente accompagnare proprio quel gesto di fraternità che i cristiani si scambiavano fra di loro: abbracciandosi, si scambiavano un augurio "trinitario", che voleva essere come una immersione comunitaria nel Dio che è essenzialmente "il Dio dell'amore e della pace" (v. 11), cioè il Dio che "fa unione".
Ma è interessante analizzare brevemente la formula trinitaria, qui utilizzata da Paolo, il quale già in molti passi del suo epistolario fa riferimento alla Trinità con formule quasi sempre diverse, che mettono in evidenza i ruoli delle tre divine Persone in funzione dei diversi contesti. Senza uscire da questa medesima lettera, ricordiamo il bellissimo testo che leggiamo verso l'inizio: "È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l'unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori" (2 Cor 1,21-22).1
Intanto c'è da dire che nel brano che stiamo commentando Paolo non segue l'ordine che poi sarà classico in tutte le formulazioni di fede: egli infatti ricorda al primo posto "la grazia del Signore nostro Gesù Cristo": in 1 Cor 12,4-6 si parte addirittura dallo Spirito Santo. Evidentemente non gli interessano le definizioni teologiche, quanto piuttosto le "realtà" che stanno loro dietro!

Cristo come "dono" totale del Padre
La prima realtà che incontra il credente nel suo itinerario verso Iddio, è la persona di Cristo, che si è mosso verso di noi quando noi neppure lo pensavamo, anzi gli eravamo nemici: "Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Rm 5,8). Così che in Cristo percepiamo anche il senso della completa "gratuità" della nostra salvezza, esperimentando che tutto è "grazia" nella nostra vita. E la "grazia" fondamentale è proprio lui, con il quale poi ci verranno tutte le altre grazie: "Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci darà ogni cosa insieme con lui?" (Rm 8,31-32).
L'incontro con Cristo permette agli uomini di scoprire anche il vero volto di Dio, che è quello dell'amore: ce lo ricordava san Paolo nel passo appena citato di Rm 5,8. E "l'amore di Dio" tanto più è grande quanto più grande è il dono che egli ci fa.
Ora, è evidente che tutto quello che egli ci poteva dare è sempre inferiore a se stesso: la creazione, che pure è un immenso dono di Dio, non è altro che una imitazione o una pallida "immagine", a livello della creatura più alta che è l'uomo (cf Gn 1,26), della sua sapienza, della sua bellezza, della sua potenza. E anche tutti gli interventi salvifici, descrittici nell'Antico Testamento, di cui abbiamo una meravigliosa testimonianza proprio nella prima lettura (Es 34,4-9), non sono la "totalità" del dono che Dio poteva pur sempre fare.
Solo in Cristo abbiamo la "totalità" del dono, perché egli è il Figlio stesso di Dio, la "Parola" ultima in cui Dio si dice tutto perché è Dio lui stesso: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio" (Gv 1,1): "Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse" (Gv 14,11).
Ma proprio perché il Cristo ci si manifesta come il "Figlio", ci rivela nello stesso tempo la realtà più intima ed esaltante di Dio, che è quella di essere "Padre": e Padre non solo di Cristo, ma anche di tutti noi. È evidente infatti che, "donandoci" il suo stesso Figlio, Dio voleva come dilatare la sua stessa "paternità", veder riflesso il suo volto in infinite immagini, non tanto e solo di creature, ma di "figli": "Filii Dei in Filio".
La rivelazione di Cristo come Figlio di Dio, perciò, non solo ci spalanca le porte del mistero trinitario, ma ce ne fa sentire tutto il fascino e la dolcezza. Ci fa intuire e quasi toccare con mano che "Dio è amore", come dirà meravigliosamente san Giovanni (1 Gv 4,8). A ragione, perciò, san Paolo augura ai suoi cristiani che "l'amore di Dio (Padre) sia con tutti" loro (v. 13).

"La comunione dello Spirito Santo"
E per ultimo il richiamo allo Spirito Santo, con una formula altrettanto espressiva e commovente: "la comunione dello Spirito Santo".
Il termine "comunione" (koinonía), infatti, in san Paolo ha una portata centrale ed esprime ordinariamente un rapporto di intimità e di fusione con Cristo, o con qualsiasi altro evento salvifico. Così l'Apostolo partecipa ai Corinzi la sua convinzione che essi saranno "irreprensibili" sino alla fine, perché "fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo" (1 Cor 1,9). Più tardi, parlando della Eucaristia, dirà che essa è "comunione" con il sangue e il corpo di Cristo (1 Cor 10,16).
Applicata allo Spirito Santo, la "comunione" deve esprimere non solo questa misteriosa intimità con lo Spirito inviatoci da Cristo, una specie di vita "comune" con lui, ma anche una forza prepotente che spinge a "far unione" con gli altri. In questo senso lo Spirito Santo diventa elemento aggregante dei fedeli, è lui che fa la Chiesa come "comunità" di fede, di amore e di speranza. Così egli compie in noi quello che già compie nell'intimo del mistero trinitario: egli infatti è "l'amore" che lega per sempre il Padre e il Figlio in una "unità" misteriosa ed esaltante che, nello stesso tempo, è netta "distinzione" di persone e di missioni.
Si capisce allora, molto facilmente, quale sia la "ricchezza" strabiliante racchiusa nella breve formula conclusiva della seconda lettura, che la Chiesa ci fa dire anche come saluto iniziale nella Liturgia della Messa: "La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi" (2 Cor 13,13). È la ricchezza che ci portiamo dietro fin dal nostro Battesimo, che ci è stato conferito nel nome della SS. Trinità, e che la Chiesa vuol ricordare a tutti noi nella festa odierna.

"Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito"
Anche il brano di Vangelo, che contiene alcune riflessioni di san Giovanni al termine del dialogo di Gesù con Nicodemo, ci introduce mirabilmente alla percezione del mistero trinitario tramite l'esperienza stessa di Cristo. Infatti vi si parla di Dio (Padre), che "manda" il suo Figlio per salvare il mondo.
Non potendo dilungarci su questo testo, così denso di significato, vorremmo almeno sottolinearne qualche aspetto, inquadrato però nella cornice liturgica odierna.
E ciò che prima di tutto emerge è la rivelazione di Dio come infinitamente "amante": "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (v. 16). Qui il "dare" (in greco padédoken) è da intendere come il "dare alla morte".2 Il Padre, dunque, quasi si espropria del Figlio, che per di più è unico ("unigenito"), per offrirlo in dono di amore agli uomini. È chiaro che qui il termine "mondo" significa l'umanità; ma indubbiamente esso significa anche tutta la realtà cosmica in quanto collegate con l'uomo. L'amore di Dio in Cristo abbraccia l'universo intero: la Trinità afferra nel suo amore tutta la creazione.
Proprio per questa densità di amore si capisce la gravità del "giudizio", pronunciato già da questo momento su chiunque rifiuta di "credere" in Gesù Cristo come "Figlio di Dio": "Chiunque non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio" (v. 18). Respingere Cristo, infatti, è chiudersi all'epifania più clamorosa dell'amore di Dio, è confessarsi perduti per sempre perché incapaci di amare.

"Il Signore, Dio misericordioso e pietoso..."
Come si vede, c'è una coralità di convergenze in tutti questi testi per mettere in luce il mistero di Dio come "mistero d'amore". Già la prima lettura ci orienta in questo senso: nella grandiosa teofania del Sinai a Mosè il Signore si proclama come il "Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia e di fedeltà" (Es 34,6). Svelandosi però come Dio Trinità, questa dimensione dell'amore si estende all'infinito, e l'esperienza di Cristo ce ne dà clamorosa testimonianza.
L'unico problema che si pone per noi cristiani è di realizzare nella nostra stessa vita questa meravigliosa "struttura" trinitaria, come abbiamo già accennato all'inizio: "Dunque nella Chiesa è all'opera la Trinità; la vita interiore della Chiesa scaturisce dalla Trinità: Ecclesia de Trinitate. Si può dire che la Chiesa è il luogo dove si compie il disegno eterno di amore della Trinità. La Trinità sono, in un solo Dio, tre Persone distinte: Padre, Figlio e Spirito, il cui legame è l'amore. L'umanità sarà quindi a sua immagine se, pur mantenendo differenze personali, sarà unificata dall'amore, per quanto è possibile a esseri limitati, da un amore che sia partecipazione di quello con cui le Persone divine si amano eternamente" (Y. de Montcheuil).

Da: CIPRIANI Settimio
Fonte:www.donbosco-torino.it

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