Clarisse di Via Vitellia, "Gesù è il Signore!"


Commento su Giovanni 20,19-23
Pentecoste (Anno A) - Messa del Giorno (04/06/2017)
Vangelo: Gv 20,19-23 
COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura delle Clarisse di via Vitellia
«Nessuno può dire "Gesù è Signore!", se non sotto l'azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3).

San Paolo, nella seconda lettura, ci rende consapevoli del fatto che lo Spirito Santo è all'origine del miracolo quotidiano del nostro credere, è il motore della nostra personale storia di fede. Non certo soltanto perché ci fa affermare di essere cristiani e ci fa acconsentire ad un contenuto di fede - aspetti peraltro importanti. Lo Spirito agisce più in profondità, scende nell'ambito decisivo della nostra interiorità, laddove la fede si gioca sul piano del pieno coinvolgimento personale. San Paolo dice infatti che l'azione dello Spirito Santo ci porta a riconoscere e a proclamare la Signoria di Gesù: «Gesù è Signore!». Questo vuol dire che lo Spirito ci accompagna a scoprire in Gesù una persona autorevole e affidabile, alla quale possiamo consegnare in piena fiducia un ruolo di primaria importanza - una Signoria, appunto - sulla nostra vita.
Si tratta di un affidamento intelligente, che vede nella storia di Gesù, così come ci è trasmessa nei vangeli, la rivelazione di un Dio buono, misericordioso, interamente dedito a salvare, sanare, liberare, restituire dignità ad una umanità prigioniera di paure, oppressa da malattie fisiche, morali e persino religiose.
Si tratta ancor più di un legame di amore intrecciato nel presente con quel Gesù che, risuscitato, è ora il Vivente e cammina accanto a noi. Segnato indelebilmente dalle ferite della Passione - come sottolinea oggi il vangelo secondo Giovanni: «mostrò loro le mani e il fianco» (20,20) -, Gesù nutre per ciascuno di noi quello stesso amore che lo ha portato a dare la vita per noi, altrettanto feriti e ancora bisognosi di essere salvati da tutto ciò che, dentro e fuori di noi, produce peccato e quindi morte. In Gesù Crocifisso e Risorto quelle ferite, frutto di ingiustizia, di cattiveria, di ignoranza, sono diventate per sempre segno di un dono di amore irrevocabile. Ecco chi è colui che lo Spirito ci fa invocare e proclamare Signore: è un Dio che ama e che, per questo suo amore, si è lasciato ferire! Legarci a Lui, nel vincolo dello Spirito, vuol dire entrare nel suo regno d'Amore consegnando le nostre ferite, vuol dire lasciare gli spazi scuri delle nostre chiusure e paure (lo vediamo ancora nel Vangelo: le porte chiuse con le quali i discepoli pensano di vincere il timore, che in realtà resta chiuso con loro, al di qua di quelle stesse porte) per varcare le soglie della vita nuova, che egli ha mostrato e aperto davanti a noi: una vita capace di amare e di perdonare.
Entrare nella Signoria di Gesù vuol dire fare Pasqua con Lui, entrare nella sua vita, nel suo cuore, nel suo sguardo, nella sua logica. Dal timore all'amore, dalla tristezza alla gioia, dallo sconforto al coraggio, dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita: è un continuo passaggio, una pasqua di liberazione, che riusciamo ad attraversare soltanto se un soffio vitale gonfia le nostre vele e ci fa prendere il largo. Da dove spira questo vento di vita capace di farci uscire dalle situazioni di morte, ce lo mostra ancora il vangelo: «Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo"». Gesù risorto è il donatore dello Spirito, di quello stesso Spirito che ci fa riconoscere in lui il Signore della Vita, della nostra vita! Gesù soffia, cioè compie verso i suoi discepoli, e quindi verso ognuno di noi, il gesto che, in principio, Dio ha compiuto verso Adamo (cfr. Gen 2,7): comunica un soffio che fa riprendere la rotta del cammino, che ci fa respirare del suo stesso alito di vita, che ci comunica la pace, che ci fa vivere la Pasqua ogni giorno.
Tutto il bisogno che abbiamo di questo santo soffio, che è lo Spirito, ce lo fa esprimere e cantare la Sequenza, che la liturgia pone sulle nostre labbra in questo giorno solenne.
Ogni invocazione presenta i diversi volti della nostra povertà e ci fa riconoscere la ricchezza multiforme del dono dello Spirito, che è padre dei poveri, cioè padre di chi sa di essere nel bisogno e stende la mano. Nel nostro cammino di cristiani abbiamo ferite da curare, rigidità da piegare, freddezze da riscaldare, aridità da irrigare, smarrimenti da raddrizzare, ma proprio in queste prove e fatiche, nell'esperienza talvolta drammatica della debolezza e della colpa, scopriamo che la nostra vera ricchezza è invocare lo Spirito. Invocare è infatti aprire le porte chiuse, chiamare vicino a noi il Consolatore, renderci accoglienti al sollievo, al riparo, al conforto dello Spirito, lasciare entrare la Luce e soprattutto ritrovare un rapporto filiale con Dio.
È questa l'azione più profonda dello Spirito in noi: immergerci nella relazione filiale che Gesù vive con il Padre e ridonare a Dio, dentro di noi, il volto di Padre. Gesù, il Signore, è anzitutto il Figlio, colui che è Figlio e ci chiama ad essere in lui figli di Dio Padre. San Paolo, in un passo della Lettera ai Galati (4,6), dice che: «Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: "Abbà! Padre!"». Non c'è espressione più forte per esprimere quanto lo Spirito è coinvolto nella nostra storia di uomini e donne che cercano il vero volto di Dio!
Ma riscoprirci come figli che portano nel cuore la stessa invocazione di Gesù vuol dire contemporaneamente riportare alla luce la nostra identità di fratelli e, quindi, la nostra vocazione a vivere come tali. La dimensione della comunione fraterna percorre tutta la Liturgia della Parola di oggi, a cominciare dalla prima lettura tratta dagli Atti degli apostoli, un passo che può essere letto sullo sfondo del racconto della Torre di Babele, narrato nel libro della Genesi (Gen 11,1-9), dove si assiste alla triste scena di una umanità coalizzata in un'impresa di potenza che non sembra avere altro scopo che equipararsi a Dio. La costruzione di una torre, che si erge in modo arrogante e inutile fino a toccare il cielo, distoglie dall'edificare strade e ponti di comunicazione sul piano della dimensione umana, per fare di questa il luogo capace di accogliere un Dio che, in tutta la Bibbia, si mostra più propenso a scendere sulla terra che a starsene in un cielo irraggiungibile.
Lo Spirito che a Pentecoste viene effuso, ritesse finalmente i fili della comunicazione a partire da un contenuto che non ha confini: «le grandi opere di Dio» (At 2,11). Ciò che Dio ha compiuto in Gesù non si è fermato di fronte ad alcuna lontananza, emarginazione o incomunicabilità. Il lebbroso e l'indemoniato, il pubblicano seduto al banco delle imposte e l'emorroissa, la prostituta e il ladrone condannato rappresentano le barriere e i muri che Gesù ha annullato. Il Vangelo è per tutti e lo Spirito viene ad abilitare i discepoli ad un'apertura interiore e spirituale, grazie alla quale la comunità, che parla la lingua semplice dei gesti e della parole di Gesù, riesce a travalicare i propri confini, e chi ascolta si sente raggiunto nella propria diversità espressiva. Per questa missione di fraternità universale, tesa a raggiungere ogni espressione e periferia dell'uomo, lo Spirito ha suscitato e continua a suscitare una grande ricchezza di carismi, di ministeri e di attività. In questa effusione nessuno è escluso, «a ciascuno è data una particolare manifestazione dello Spirito» (1Cor 12,7): se sappiamo scoprirla con gratitudine e custodirne la vera finalità «per il bene comune», per essere con i fratelli e per i fratelli le membra di un unico corpo, potremo continuare ad attingere insieme l'acqua fresca di quel solo Spirito che tutti ci ha dissetati (1Cor 12,13), aprendoci alla fede e alla fiducia in Gesù Signore.
Fonte:http://www.qumran2.net

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