dom Luigi Gioia "Il dono che trasporta"

Il dono che trasporta
dom Luigi Gioia  
Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Anno A) (18/06/2017)
Vangelo: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1 Cor 10.16-17; Gv 6,51-58 
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Si fraintende completamente il cristianesimo quando lo si considera prima di tutto come un
messaggio, una dottrina o, peggio ancora, un sistema etico. Eppure questa tentazione percorre tutta la storia cristiana fin dai suoi primi albori. Vi vediamo incappare già i discepoli stessi di Gesù nel vangelo di oggi.
Finché Gesù ci parla del regno di Dio, finché ci spiega il suo messaggio di pace e di fratellanza universale, non facciamo troppa fatica ad accettarlo. Ma quando, come nel vangelo di oggi- preannuncia che ci darà la sua carne da mangiare, allora resistiamo, ci tiriamo indietro, ci scandalizziamo.
Certo, è importante prima di tutto capire bene cosa voglia dire Gesù con questa espressione. Il vangelo di Giovanni comincia con l'affermazione: Il verbo si è fatto carne. La parola carne dunque non designa soltanto una parte del corpo di Gesù, ma la sua stessa persona, nella sua umanità e nella sua divinità, come un tutto. E il fatto che questo annuncio sia al futuro vuol dire che solo dopo che Gesù è resuscitato ed è diventato spirito vivificante può effettivamente darsi a noi come nostro cibo. Solo dopo che il suo corpo può attraversare i muri ed essere in più posti allo stesso tempo perché risorto, può anche diventare nostro nutrimento, essere in ognuno di noi. Questa è una precisazione importante per non cadere nelle accuse di cannibalismo che una comprensione erronea di questo linguaggio può suscitare. Ciò non toglie che Gesù, parlando di darci da mangiare la sua carne, di darci da mangiare se stesso, abbia scelto di utilizzare un linguaggio forte. Effettivamente nell'Eucarestia è Gesù stesso che riceviamo, è lui stesso che si fa nostro cibo.
Questo ci ricollega a quanto dicevamo all'inizio. Gesù sa che per la nostra salvezza non basta la sua sola istruzione, ma è necessario che si dia anche a noi come nostro cibo. Se per salvarci fosse stato sufficiente un messaggio, questo il Signore lo avrebbe potuto fare attraverso un profeta, come nell'Antico Testamento.
Perché invece è sceso lui stesso dal cielo? Perché si è fatto ‘carne'? Proprio perché non bastava la sola parola per salvarci. Avevamo bisogno di entrare in una unione con lui non solo morale, ma fisica, diventando con lui un solo corpo.
Il Signore lo aveva già preannunciato con il suo comportamento nei confronti del suo popolo nel deserto. Lo aveva condotto nel deserto perché vivendo una dipendenza totale nei confronti del Signore, non solo per essere guidato, ma anche per essere nutrito (con la manna dal cielo) e essere dissetato (con l'acqua dalla roccia), il popolo ne sperimentasse la cura, l'amorevolezza, la paternità. Allo stesso modo Cristo non ci dà solo parole, o meglio, ci da parole che sono vita, perché hanno il potere di guarirci, di trasformare il pane e il vino nel suo corpo e nel suo sangue e di trasformare noi stessi nel suo corpo, di farci diventare una sola cosa con lui.
Qui siamo a misura di accedere al vero senso della solennità che celebriamo oggi: il corpo di Cristo. Il corpo di Cristo, come dice bene Paolo nella seconda lettura, siamo noi. Poiché vi è un solo pane noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane. Parliamo giustamente di fare la comunione per indicare che ricevendo il corpo di Cristo entriamo in una comune unione: ciascuno di noi si unisce a Cristo e diventa così un solo corpo con gli altri. Dio si dà come cibo perché l'assemblea, la Chiesa stessa diventi suo Corpo.
L'eucarestia non è qualcosa che riceviamo, ma in cui entriamo. Abbiamo l'impressione di ricevere Gesù, ma in realtà è lui che ci riceve. Così, proclamare la nostra fede nella sua presenza nel pane e nel vino, attraverso le nostre genuflessioni e le nostre processioni, non servirebbe a nulla se non venerassimo il vero corpo di Cristo che è la nostra comunità, che è ognuno dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Ricordiamoci che quando Paolo perseguitava i cristiani Gesù gli disse: Perché mi perseguiti? Perseguitare i cristiani è perseguitare Cristo stesso. O ancora del monito di Gesù: Ogni volta che avrete fatto qualcosa di bene per il più piccolo dei miei fratelli, è a me che lo avrete fatto. Amare i cristiani è amare Cristo.
La festa del corpo e del sangue di Cristo ci provoca soprattutto nella nostra capacità di accettare la grandezza del dono di Dio. Quando qualcuno ci fa un dono, se esso è troppo grande, possiamo tentare di avere paura, possiamo temere di non riuscire mai a corrispondere a tale dono. Con Dio però non dobbiamo temere: è proprio il dono che Dio ci fa a permetterci di donarci a lui e ai fratelli. Il corpo di Cristo che riceviamo, è una realtà viva, in movimento, che ci trasporta verso Dio e gli uni verso degli altri. Dall'eucaristia allora dobbiamo semplicemente lasciarci trasportare, lasciarci condurre in Cristo e attraverso Cristo che è la via, la verità e la vita, verso il Padre e verso il nostro prossimo.

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