FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio "Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo" (Mt 10,26-33)

XII Domenica del Tempo Ordinario
Antifona d'ingresso
Il Signore è la forza del suo popolo

e rifugio di salvezza per il suo Cristo.
Salva il tuo popolo, Signore,
benedici la tua eredità,
e sii la sua guida per sempre. (Sal 28,8-9)

Colletta
Dona al tuo popolo, o Padre,
di vivere sempre nella venerazione e nell’amore
per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.

Oppure:
O Dio, che affidi alla nostra debolezza
l’annunzio profetico della tua parola,
sostienici con la forza del tuo Spirito,
perché non ci vergogniamo mai della nostra fede,
ma confessiamo con tutta franchezza
il tuo nome davanti agli uomini,
per essere riconosciuti da te nel giorno della tua venuta.

PRIMA LETTURA (Ger 20,10-13)
Ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori.
Dal libro del profeta Geremìa

Sentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno!
Denunciatelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:
«Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
per questo i miei persecutori vacilleranno
e non potranno prevalere;
arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto,
che vedi il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di loro,
poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore,
lodate il Signore,
perché ha liberato la vita del povero
dalle mani dei malfattori.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 68)
Rit: Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.

Per te io sopporto l’insulto
e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli,
uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa,
gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me. Rit:

Ma io rivolgo a te la mia preghiera,
Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi,
nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore;
volgiti a me nella tua grande tenerezza. Rit:

Vedano i poveri e si rallegrino;
voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri
non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra,
i mari e quanto brùlica in essi. Rit:

SECONDA LETTURA (Rm 5,12-15)
Il dono di grazia non è come la caduta.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.

Canto al Vangelo (Gv 15,26.27)
Alleluia, alleluia.
Lo Spirito della verità darà testimonianza di me,
dice il Signore,
e anche voi date testimonianza.
Alleluia.

VANGELO (Mt 10,26-33)
Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Preghiera sulle offerte
Accogli, Signore, la nostra offerta:
questo sacrificio di espiazione e di lode
ci purifichi e ci rinnovi,
perché tutta la nostra vita
sia bene accetta alla tua volontà.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona di comunione
Gli occhi di tutti, Signore, si volgono a te fiduciosi,
e tu provvedi loro il cibo a suo tempo. (Sal 145,15)

Oppure:
Dice il Signore: “Io sono il buon pastore,
e dò la mia vita per le mie pecore”. (Gv 10,11.15)

Oppure:
“Perfino i capelli del vostro capo sono contati;
non abbiate timore: voi valete di più di molti passeri!”,
dice il Signore. (Mt 10,30-31)

Preghiera dopo la comunione
O Dio, che ci hai rinnovati
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che la partecipazione ai santi misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.

Lectio
Contesto liturgico
Riprendiamo il ciclo della liturgia per annum con la domenica XII, dopo la lunga parabola dei tempi forti di Quaresima e Pasqua, dopo le grandi Solennità del Tempo Ordinario immediatamente seguenti alla Pasqua. Giungiamo a questo punto (speriamo) con il cuore e la vita rinnovati nello Spirito del Risorto, consapevoli un po’ di più del nostro essere umanità caduta ma continuamente risollevata e redenta dall’amore misericordioso del Padre effuso nel dono del Figlio fino alla fine, l’amore che non può morire, l’amore sgorgato dal Cuore trafitto di Gesù sulla Croce. Con la Pentecoste, le porte del cenacolo si sono spalancate verso i popoli in attesa della ‘bella notizia’ e gli apostoli si sono fatti annuncio vivente della salvezza nel Nome di Gesù, oltre ogni confine geografico e culturale. Anche noi, come loro, percorriamo le strade della storia camminando in una vita nuova, che il Padre assicura a coloro che gli chiedono lo Spirito, elargito dal Figlio senza misura.
L’antifona d’ingresso di quest’oggi sembra essere il sigillo che la corona: “Il Signore è la forza del suo popolo e rifugio di salvezza per il suo Cristo. Salva il tuo popolo, Signore, benedici la tua eredità, e sii la sua guida per sempre” (Sal 27,8-9).

Contesto biblico
E, puntuale, il Vangelo ci mette in guardia da facili entusiasmi: “Non abbiate paura degli uomini … non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo … abbiate paura piuttosto di colui … Non abbiate dunque paura”. Sappiamo che quando ci sono alcune espressioni ricorrenti, l’evangelista vuole farci cogliere un messaggio molto importante. Seguiamolo nell’itinerario che ci offre …
Il capitolo 10 di Matteo contiene sin dai versetti precedenti a quelli odierni quello che viene definito il ‘discorso missionario’. Gesù dopo aver chiamato a sé i suoi discepoli li manda “come pecore in mezzo ai lupi […] prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10, 16), ad annunciare che “il regno dei cieli è vicino” (Mt 10, 7), mettendoli in guardia dalle persecuzioni, che non saranno loro risparmiate per il fatto stesso di essere ‘suoi’. Dunque, niente di più facile e più naturale che immaginare lo stato d’animo dei discepoli di fronte alle esigenze e alla prospettiva che sta loro davanti. Il cuore palpita non solo di entusiasmo ma anche di paura!

vv.26-27: In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
La prima paura che ci può attanagliare nell’annuncio del Regno è la paura di essere ostacolati nel bene. Quest’ultimo è come il seme che ha in sé una potenza straordinaria di vita, ma risente dei terreni su cui è seminato; può essere anche soffocato, può isterilire, può essere fecondo. Tuttavia, il seme deve sempre attraversare la logica del ‘marcire’ per portare frutto. Tale logica percorre anche le antitesi sopra riportate: nascosto – svelato, segreto – conosciuto, tenebre – luce, ascolto – annuncio. Il Regno è l’annuncio e l’esperienza luminosa della verità nell’amore, che non può essere contenuta, ma nel momento stesso che viene manifestata, può trovare consensi oppure opposizione più o meno violenta. Nel tempo di Pasqua abbiamo spesso ritrovato nel racconto degli Atti le contrapposizioni sofferte dagli apostoli, fino a vere e proprie persecuzioni da parte di chi rifiutava la fede nel Cristo. E gli apostoli sempre, dopo aver proclamato con franchezza il Vangelo della libertà, se ne andavano oltre “lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù” (At 5,41). La profezia di Simeone dinanzi al Bambino Gesù presentato al tempio e accolto fra le sue braccia si compie anche nella vita e nell’annuncio dei suoi discepoli: “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

vv.28-30: E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Un maestro dello spirito dei nostri giorni che guida in un percorso di autoconoscimento, pone ad un certo punto del cammino questo interrogativo: di che cosa ho paura quando ho paura? Non è un gioco di parole, ma la possibilità di scavare onestamente in noi e smascherare la nostra paura radicale, quella di ogni uomo: la paura della morte, dell’annientamento. Dietro il timore di essere ostacolati nel bene, c’è la paura ben più profonda di morire, di morte violenta ad esempio pensando ai contesti odierni di alcuni Paesi del Medio Oriente in cui l’appartenenza esplicita al Cristo può essere davvero questione di vita o di morte, la Parola di oggi risulta comunque, luminosa, pur nella sua drammaticità. Che cosa fa da pendant alla paura della morte per un cristiano? La sua altissima dignità filiale, che lo fa eternamente vivo – se possiamo dire così – per la grazia battesimale dell’immersione nel Cristo Crocifisso e Risorto. Il valore di ognuno di noi agli occhi del Padre va oltre la vita nella carne, oltre ogni misura e paragone: voi valete più di due passeri […] di molti passeri […] perfino dei capelli del vostro capo. Scriveva Mon. Pierre Claverie, vescovo domenicano martire ad Algeri († 1 agosto 1991): “Il valore della mia vita consiste nella mia capacità di donarla”. La vita che non può essere uccisa è lo Spirito che abita in noi, l’amore che ci spinge fino a dare la vita; il nostro dramma più insidioso non è salvare il corpo, ma vivere in esso l’amore filiale e fraterno, che è già vita eterna.

vv.31-33: Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
La nostra pericope si chiude con un giudizio molto stringente, che sembrerebbe non lasciare scampo che ad un’unica risoluzione finale davanti a Dio: la salvezza o la dannazione eterna. Ri-conoscere o ri-negare sono due espressioni che sfumano qualitativamente un’esperienza; riconoscere il Figlio dice il dinamismo di crescita interna ad una relazione d’amore con lui, dice un’appartenenza profonda e continua, dice gratitudine per il dono che Lui è, dice la conformazione del volto e del cuore ai lineamenti e ai sentimenti di Colui che ha dato se stesso per me (Gal 5,20). Rinnegare è il tentativo difensivo ultimo che mettiamo in atto di fronte alla paura della morte, di fronte al rischio di una caduta d’immagine, in quelle piccole morti quotidiane del nostro ‘io’ per far morire l’uomo vecchio e dar vita a quello nuovo, che rifuggiamo perché ci scomodano. Ma il Figlio dell’uomo ci può rinnegare? Interrogativo tremendo per noi! Ci soccorre San Paolo: “Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anche egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2, 11ss). La sua fedeltà ci è davvero scudo e corazza; la sua fedeltà nell’amore fonda la certezza del nostro poter imparare da lui come si rimane fedeli al Padre e ai fratelli fino alla fine. Ne abbiamo una testimonianza radicale nell’esperienza di Pietro, al cui “non lo conosco!” (Lc 22,57) nella notte della passione del Maestro, Gesù Risorto risponde: “mi ami tu? […] pasci, nutri, i miei agnelli, le mie pecore” (cf Gv 21,15) e gli affida la Chiesa intera.

Appendice
Gli eventi della nostra vita non si svolgono senza la provvidenza: come abbiamo imparato nel Vangelo, neppure un passero cade a terra senza la volontà del nostro Padre. Quando qualcosa succede, succede per volontà del nostro Creatore. Chi può opporsi alla volontà di Dio? Accettiamo gli eventi: con l’impazienza non correggiamo ciò che è avvenuto e piuttosto roviniamo noi stessi: non accusiamo il retto giudizio di Dio. Non siamo tanto sapienti da poter giudicare i suoi disegni arcani. Ora il Signore mette alla prova il tuo amore per lui. (Basilio Magno, Epistola 6).

"Nella luce di Cristo risorto acquista particolare valore ricordare e pregare per i missionari martiri – vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici– caduti mentre svolgevano il loro servizio missionario; è un dovere di gratitudine per tutta la Chiesa e uno stimolo per ciascuno di noi a testimoniare in modo sempre più coraggioso la nostra fede e la nostra speranza in Colui che sulla Croce ha vinto per sempre il potere dell'odio e della violenza con l'onnipotenza del suo amore". (Benedetto XVI, Regina Caeli, Castel Gandolfo, 24 marzo 2008)

Fratelli, non abbiate paura del peccato degli uomini, amate l’uomo anche nel suo peccato, giacché proprio questa è l’immagine dell’amore divino ed è la forma suprema dell’amore sulla terra. Amate tutte le creature divine, l’intera creazione come ciascun granello di sabbia. Amate ogni fogliolina, ogni raggio divino. Amate gli animali, amate le piante, amate ogni cosa. Se amerete ogni cosa, in ogni cosa coglierete il mistero di Dio. E una volta che lo avrete colto, lo comprenderete ogni giorno di più, giorno dopo giorno. Arriverete, finalmente, ad amare tutto il mondo di un amore onnicomprensivo, universale. […] Davanti a certi pensieri si rimane perplessi, soprattutto vedendo il peccato degli uomini, e ci si domanda: “Bisogna ricorrere alla forza o all’umile amore?” Decidi sempre per l’umile amore. Se deciderai per quello una volta per tutte, potrai conquistare il mondo intero. L’umiltà amorevole è una forza terribile, la più potente di tutte, non c’è niente che le stia alla pari. Ogni giorno e ogni ora, ogni minuto osserva te stesso e bada che la tua immagine sia splendida. […] Amici miei, chiedete a Dio di essere allegri. Siate allegri come i bambini, come gli uccellini del cielo. E non permettete che il peccato degli uomini confonda le vostre azioni, non abbiate paura che logori il vostro operato e ne impedisca la realizzazione, non dite: “Il peccato è potente, la disonestà è potente, potente è l’ambiente del male, mentre noi siamo deboli e soli, l’ambiente malefico ci sta logorando e ci impedisce di realizzare le nostre buone azioni”. Fuggite, figli miei, fuggite da questa afflizione! C’è solo un modo per salvarsi: renditi responsabile di tutti i peccati degli uomini. È proprio così, amico mio, giacché non appena ti considererai sinceramente colpevole di tutto e per tutti, ti accorgerai immediatamente che quella è la verità: tu sei davvero colpevole per tutti e per tutto. Invece, riversando la tua indolenza e la tua impotenza sugli altri, finirai per condividere l’orgoglio di Satana e mormorerai contro Dio. (Dostoevskij, I Fratelli Karamazov)

La paura è in un certo qual modo il nostro principale nemico. Essa si annida nel cuore dell’uomo e lo mina interiormente finché egli crolla improvvisamente, senza opporre resistenza e privo di forza. Corrode e rosicchia di nascosto tutti i fili che ci uniscono al Signore e al prossimo. Quando l’essere umano in pericolo tenta di aggrapparsi alle corde, queste si spezzano, ed egli, indifeso e disperato, si lascia cadere tra le risate dell’inferno. Allora la paura lo guarda sogghignando e gli dice: ora siamo soli, tu e io, e ora ti mostro il mio vero volto.
Chi ha conosciuto e si è abbandonato a questo sentimento in un’orribile solitudine — la paura di fronte a una grave decisione, la paura di un destino avverso, la preoccupazione per il lavoro, la paura di un vizio a cui non si può̀ più̀ opporre resistenza e che rende schiavi, la paura della vergogna, la paura di un’altra persona, la paura di morire — sa che è soltanto una maschera del male, una forma in cui il mondo ostile a Dio cerca di ghermirlo. Non c’è nulla nella nostra vita che ci renda evidente la realtà̀ di queste forze ostili al Creatore come questa solitudine, questa fragilità̀, questa nebbia che si diffonde su ogni cosa, questa mancanza di vie di uscita e questa folle agitazione che ci assale quando vogliamo uscire da questa terribile disperazione. Avete mai visto qualcuno assalito dalla paura? Il suo viso è orribile quando è bambino e continua a essere spaventoso anche da adulto: quella fissità̀ dello sguardo, quel tremore animalesco, quella difesa supplichevole. La paura fa perdere all’uomo la sua umanità̀. Non sembra più̀ una creatura di Dio, ma del diavolo; diventa un essere devastato, sottomesso.
Abbiamo paura della quiete. Siamo così abituati all’agitazione e al rumore, che il silenzio ci appare minaccioso e lo rifuggiamo. Passiamo da un’attività̀ all’altra per non dover stare soli, per non essere costretti a guardarci allo specchio. Ci annoiamo, a tu per tu con noi stessi. Ci teniamo alla larga dal pensiero di Dio, per evitare che Egli arrivi inaspettatamente e ci rimanga troppo vicino. Sarebbe terribile doverlo guardare negli occhi e doversi giustificare. Dal nostro volto potrebbe scomparire per sempre il sorriso. Potrebbe, per una volta, accadere qualcosa di molto serio a cui non siamo più abituati.
Questa paura è una caratteristica della nostra epoca. Viviamo con l’ansia di essere improvvisamente avvolti e manovrati dall’infinito. Allora preferiamo vivere in società̀, andare al cinema o a teatro per poi essere portati al cimitero, piuttosto che rimanere un minuto di fronte al Signore. (Scritti inediti di Dietrich Bonhoeffer, apparsi nel volume La fragilità del male)

In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: “Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!” Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell’arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell’uomo, alla sua dignità, all’edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani. Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita. Amen. (Papa Benedetto XVI, Omelia del 24 aprile 2005)
Fonte:http://www.figliedellachiesa.org

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