dom Luigi Gioia, L'illusione della perfezione


L'illusione della perfezione
dom Luigi Gioia  
XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (09/07/2017)
  Visualizza Mt 11,25-30
Paolo afferma: Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che
lo Spirito di Dio abita in voi. Nel linguaggio paolino, ‘carne' non indica prima di tutto la sessualità, ma invidie, gelosie, tristezze, risentimenti, cioè tutta la negatività che prolifera in noi quando ci ritroviamo in balia di forze interiori che non controlliamo e vittime di circostanze esteriori che ci soffocano e ci stritolano. Per Paolo, i cristiani, pur subendola, non sono sotto il dominio di questa negatività interiore ed esteriore, ma sotto l'influenza dello Spirito - e i frutti dello Spirito, i segni della presenza dello Spirito, sono l'amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il dominio di sé - come si legge nella lettera ai Galati.
Perché allora, invece di questi sentimenti positivi, perdurano in noi quelli negativi, prevale il dominio della ‘carne'? Perché continuiamo a fare la dolorosa esperienza della nostra vulnerabilità nei confronti della negatività che è in noi e di quella che ci condiziona dall'esterno? Vuol forse dire che non siamo dei buoni cristiani, che non corrispondiamo veramente alla grazia, alla vita dello Spirito in noi?
Il dramma della condizione umana non è tanto né prima di tutto quello di fare cose sbagliate, di peccare, ma la divisione interiore, la presenza in noi di una parte di tenebra che sfuggirà sempre al nostro controllo, fino alla fine, e contro la quale non possiamo nulla. Nella stessa lettera ai Romani Paolo parla della drammatica esperienza di questa divisione interiore quando afferma: Non riesco a capire ciò che faccio, infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto.... In me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo, infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.
Dobbiamo lasciarci ricordare queste cose da Paolo non per autogiustificarci, non per compiacerci nel peccato, ma perché si tratta di una verità di cui non cessiamo di fare l'esperienza. Chi di noi non desidera diventare migliore? Chi di noi non ha cercato di lottare contro aspetti della propria negatività interiore per superarla, sperimentando però la propria impotenza? Questo non vuol dire che la santità sia impossibile, ma che è necessario farsene una idea giusta. Santità infatti non vuol dire perfezione, cioè totale eliminazione della parte di ombra che c'è in noi. Questa non solo non sarebbe santità, ma potrebbe diventare una forma di orgoglio che invece di migliorarci ci renderebbe più ipocriti, alimenterebbe in noi l'illusione di essere autosufficienti, superiori agli altri, di non avere più bisogno di nessuno, nemmeno del Signore. Sarebbe insomma una caricatura della santità che ci farebbe rientrare nella categoria dei sapienti e dei dotti di cui parla Gesù nel vangelo di oggi: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti. I ‘sapienti' e i ‘dotti' rappresentano coloro i quali, per la loro scienza o la loro presunta perfezione morale, si considerano superiori agli altri e autosufficienti. Riguardo a costoro Gesù dice che le cose del regno dei cieli sono loro nascoste, cioè che la loro perfezione li fa resi impermeabili alla possibilità di conversione.
Invece a chi è promessa questa rivelazione? Chi Gesù chiama a sé? Chi vuole consolare? A chi vuole dare ristoro? Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. È ai ‘piccoli', a coloro che sono affaticati e oppressi, a coloro che, nella quotidiana esperienza della loro povertà, della loro miseria, della loro incapacità, della loro tristezza, gridano con Paolo: me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte.
Il segreto della vita cristiana è che questa divisione interiore, questa parte di tenebra che è in noi, questa quotidiana esperienza della nostra debolezza non solo non ci allontanano dal Signore, non solo non sono un ostacolo per la vita dello Spirito in noi, ma anzi sono la condizione per una vita spirituale sana, per accedere ad una santità autentica.
Per questo Paolo può affermare io mi compiaccio nelle mie debolezze, infatti è quando sono debole che sono forte. Solo se siamo deboli, o piuttosto, solo se siamo coscienti della nostra debolezza, della nostra povertà, della nostra miseria, possiamo lasciarci raggiungere dall'appello, dalla chiamata di Gesù che risuona nel vangelo di oggi: Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro.
Chi non è stanco, chi non è oppresso, non percepisce questa chiamata di Gesù, non ha bisogno di lui, va per la propria strada. Gesù non ci promette la perfezione in questa vita, né che non ci saranno più sofferenze interiori ed esteriori, non ci libera neanche dalla dolorosa esperienza di non riuscire a corrispondere al suo amore per noi, ma ci chiama a sé: Venite a me! Nella nostra quotidiana esperienza di fatica e oppressione ci offre la condivisione, prende il nostro peso su di sé, non per dispensarci dal portarlo noi, ma per portarlo con noi.
Il nostro vero peccato, infatti, non è in questa miseria che ci portiamo dentro, anche quando ci conduce a fare dei gesti di cui poi ci pentiamo. Il vero peccato è nell'orgoglio, nel credere di non aver bisogno del Signore. Per questo, allora, ben venga l'esperienza della nostra debolezza e della nostra miseria, se con essa viene anche la possibilità di sentire il Signore che ci chiama e se con questa chiamata viene il ristoro che Gesù vuole offrirci con la sua misericordia, con il suo amore e con il suo perdono.
Fonte:http://www.qumran2.net

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