FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio "Trasfigurazione del Signore"

Trasfigurazione del Signore
(Anno A)
Antifona d'ingresso
Nel segno di una nube luminosa apparve lo Spirito Santo

e si udì la voce del Padre:
“Questi è il mio Figlio prediletto,
nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo”. (cf. Mt 17,5)
Colletta
O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione del Cristo Signore,
hai confermato i misteri della fede
con la testimonianza della legge e dei profeti
e hai mirabilmente preannunziato
la nostra definitiva adozione a tuoi figli,
fa’ che ascoltiamo la parola del tuo amatissimo Figlio
per diventare coeredi della sua vita immortale.
PRIMA LETTURA (Dn 7,9-10.13-14)
La sua veste era candida come la neve.
Dal libro del profeta Danièle
Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana; il suo trono
era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scorreva e usciva
dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri
furono aperti.
Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio
d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i
popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo
regno non sarà mai distrutto.
SALMO RESPONSORIALE (Sal 96)
Rit: Il Signore regna, il Dio di tutta la terra.
Il Signore regna: esulti la terra,
gioiscano le isole tutte.
Nubi e tenebre lo avvolgono,
giustizia e diritto sostengono il suo trono. Rit:
I monti fondono come cera davanti al Signore,
davanti al Signore di tutta la terra.
Annunciano i cieli la sua giustizia,
e tutti i popoli vedono la sua gloria. Rit:
Perché tu, Signore,
sei l’Altissimo su tutta la terra,
eccelso su tutti gli dèi. Rit:
SECONDA LETTURA (2Pt 1,16-19)
Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo.
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Dalla Seconda Lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non
perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari
della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce
dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento».
Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E
abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a
lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella
del mattino.
Canto al Vangelo (Mt 17,5c)
Alleluia, alleluia.
Questi è il Figlio mio, l’amato:
in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo.
Alleluia.
VANGELO (Mt 17,1-9)
Il suo volto brillò come il sole.
+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte,
su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti
divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre
capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube
luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio,
l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la
faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non
temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che
il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
NOTA: Quando questa festa ricorre in domenica, si proclamano le tre letture qui indicate; se la
festa ricorre in settimana, si sceglie come prima lettura una delle due che precedono il Vangelo; il
Salmo responsoriale è sempre lo stesso.
Preghiera sulle offerte
Santifica queste offerte, o Padre,
per il mistero della Trasfigurazione del tuo unico Figlio,
e rinnovaci nello spirito
con lo splendore della sua gloria.
Per Cristo nostro Signore.
PREFAZIO
La luce della Trasfigurazione nel mistero della Chiesa.
È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
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per Cristo nostro Signore.
Dinanzi ai testimoni da lui prescelti,
egli rivelò la sua gloria e nella sua umanità,
in tutto simile alla nostra, fece risplendere una luce incomparabile,
per preparare i suoi discepoli
a sostenere lo scandalo della croce e anticipare,
nella Trasfigurazione, la meravigliosa sorte della Chiesa,
suo mistico corpo.
E noi, uniti agli angeli e ai santi,
cantiamo senza fine l’inno della tua lode: Santo...
Antifona di comunione
Quando il Signore si manifesterà, saremo simili a lui,
perché lo vedremo così come egli è. (1Gv 3,2)
Preghiera dopo la comunione
Il pane del cielo che abbiamo ricevuto, o Padre,
ci trasformi a immagine del Cristo,
che nella Trasfigurazione
rivelò agli uomini il mistero della sua gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
Lectio
In questa liturgia domenicale dell’anno A collocata in pieno tempo estivo, la chiesa ci fa fare una
sosta di “luce” più intensa, quasi che voglia ricordare a ciascuno di noi, il motivo del nostro esistere
e morire dato che, conoscendo molto bene la nostra natura umana, quotidianamente ne smarriamo il
senso e l’orientamento, in questa domenica infatti celebriamo la festa della Trasfigurazione.
v.17, 1: “Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse
in disparte, su un alto monte”.
Le datazioni nei Vangeli non hanno valore cronologico ma teologico perché vogliono rimandare a un
significato più alto per sottolineare qualcosa di importante e che non riguarda una semplice scadenza
temporale da calendario. Dobbiamo interrogarci sulla parola “dopo”, dopo che cosa? Un episodio non
possiamo estrapolarlo dal contesto rischiando di fargli dire ciò che non dice, ma assumerne il
significato osservandolo nel suo insieme.
Precedentemente a questo evento il Vangelo descrive uno scontro drammatico che Gesù ha avuto con
il suoi discepoli e in particolare con Pietro al quale ha dovuto rivolgere l’epiteto di “Satana”! (cfr
16,23). Lo assimila cioè al tentatore e gli dice: “Vattene Satana!” (Mt 4,10). Pietro non accetta la
dichiarazione di Gesù che presto sarà sconfitto e condannato a morte ma Gesù invita Pietro a mettersi
dietro di lui.
La resistenza dei discepoli e di Pietro è determinata dalla loro tradizionale concezione culturale sulla
venuta di un messia vittorioso e violento. Nella domanda che Gesù rivolge ai discepoli su ciò che la
gente dice di lui riesce a farsi definire da Pietro non come “figlio di Davide” che riunì le tribù d’Israele
mediante la violenza e lo spargimento di sangue ma a farsi riconoscere con queste parole: “Tu sei il
Cristo il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16), perfetta professione di fede.
L’episodio della trasfigurazione avviene dunque sei giorni dopo questo fatto dove Gesù ha parlato
della sua morte e questa notizia agli orecchi dei discepoli suona come un fallimento totale. Essi non
comprendono che Gesù ha una qualità di vita capace di superare la morte: per i discepoli la morte è
la fine di tutto.
Quindi sei giorni dopo Gesù va su un alto monte con tre dei suoi discepoli, questo versetto è un
richiamo al libro dell’esodo: “La gloria di Jahvè venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì
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per sei giorni: Al settimo giorno Jahvè chiamò Mosè dalla nube” (Es 24,16). Mentre Mosè sale sul
monte Sinai per partecipare ad una manifestazione da parte di Dio, Gesù è l’autore stesso di questa
manifestazione. Matteo ricalca la salita di Gesù sul monte alto, con quella di Mosè sul monte Sinai.
Mosè sale sul Sinai accompagnato da tre personaggi: il fratello Aronne, Nadab e Abiu assieme ad
altri settanta anziani di Israele (cfr. Es 24,1), Gesù sale accompagnato da Pietro (colui che ha chiamato
poco prima “Satana” perché non pensa secondo Dio ma secondo gli uomini), Giacomo e Giovanni.
L’indicazione del luogo non è geografica perciò non serve cercare su una cartina su quale monte sia
avvenuta la trasfigurazione, se sul Tabor, sul monte Ermon o su un altro monte: l’evangelista non dà
indicazioni geografiche, non è un avvenimento storico riscontrabile ma è un significato teologico da
comprendere.
Gesù prende con sé Pietro e insieme a Giacomo e Giovanni, li porta su un monte alto per dimostrare
che la vera condizione divina non si ottiene dominando, ma dando la vita agli altri.
v.2: “E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide
come la luce”.
L’evangelista afferma che Gesù ha una metamorfosi – questo è il verbo usato in greco - durante la
quale il suo volto brilla come il sole. Questa espressione “brillare come il sole” indica la pienezza
della condizione divina; è un espediente letterario in cui Matteo vuole trasmetterci un messaggio
molto importante e cioè che ogni persona attraversando la morte, non viene annientata ma piuttosto
viene condotta al massimo del suo splendore. Con il dono di Cristo, noi siamo scrigni di una vita
luminosa e indistruttibile. Gesù mostra dal vivo la condizione di colui che è resuscitato. Per una serie
di cattive interpretazioni si è sempre pensato che la resurrezione sia solo quella che avverrà dopo la
morte biologica ma non è così perché la resurrezione non riguarda il futuro ma il presente infatti lo
stesso Paolo nelle sue lettere non dice mai che coloro che credono resusciteranno ma : “Noi che siamo
già resuscitati” (cfr. Ef 2,6; Col 3,1), cioè colui che crede nel Cristo ha già da adesso la sua vita
immersa nella potenza dell’amore di Dio e vive già da risorto, cioè ha in sé una vita indistruttibile.
v.3: “Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”.
Mosè ed Elia conversano con Gesù. Queste due grandi figure dell’Antico Testamento rappresentano
il passato d’Israele, in cui Dio ha concentrato le sue promesse, essi si rivolgono soltanto a Gesù.
v.4: Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò
qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Quando l’evangelista nel Vangelo non presenta Pietro con il nome di Simone ma di Pietro “il testa
dura” è un espediente letterario attraverso cui Matteo sta avvisando che il nostro primo discepolo sta
facendo qualcosa che è contrario all’insegnamento di Gesù. Con questa frase infatti Pietro si pone
ancora come inciampo e scandalo cioè il suo agire continua ad essere secondo gli uomini e non
secondo Dio. L’arrivo del Messia atteso si pensava che sarebbe avvenuto durante una delle feste più
popolari e famose in Israele detta “festa delle capanne”. Una volta all’anno gli ebrei, in ricordo della
liberazione dalla prigionia di Egitto dimorano sotto le capanne. Ancora una volta Pietro non sta
facendo un servizio a Gesù ma lo sta tentando perché lo spinge a manifestarsi come il messia atteso
della tradizione. Pietro nel nominare Elia e Mosè, non colloca Gesù al centro e questo è un indizio
che rivela il tipo di idea che il nostro primo papa aveva su Gesù. In un trittico il centro è sempre il
posto del personaggio più importante e qui al centro invece troviamo ancora Mosè che rappresenta la
Legge. Pietro non riesce ancora a vedere la novità portata da Gesù.
v.5: “Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco
una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio
compiacimento. Ascoltatelo.”
È interessante notare che, mentre Pietro sta ancora parlando, una nube luminosa interrompe
l’intervento fuori posto di Pietro. Sembra che il nostro pescatore di Galilea quando si mette a parlare
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venga interrotto, ciò accade anche negli Atti degli Apostoli infatti si legge: “Pietro stava ancora
parlando, quando irruppe lo Spirito Santo” (At 10,44). Anche qui mentre egli sta parlando interviene
Dio dicendo di ascoltare il suo Figlio, l’eletto e che Lui solo deve essere ascoltato. Ormai molte
consuetudini e abitudini dell’Antico Testamento vengono superate o assunte in modo completamente
nuovo dal Figlio amato in cui il Padre ha posto il suo compiacimento. Nella frase “lui ascoltate” ci
viene indicato il significato dell’Antico Testamento: cioè tutto quello che è compatibile e conciliante
con il messaggio di Gesù va accolto e praticato, quello invece che ci allontana o addirittura è in
disaccordo con l’insegnamento di Gesù non va né accolto, né praticato.
v.6: “All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.”
Questo versetto lo troviamo solo nel Vangelo di Matteo. Giacomo e Giovanni condividono il modo
di pensare di Pietro e questo lo possiamo rilevare dall’episodio in cui i due fratelli nonostante
l’esperienza profonda e importante della trasfigurazione chiedono i posti di onore alla destra e alla
sinistra del Signore tra lo sconcerto e il rincrescimento degli altri discepoli (cfr. Mt 20,20-23). Essi
adesso cadono con la faccia a terra mentre vivono in presenza di una manifestazione divina
profondamente coinvolgente e sconvolgente che ha la sua validità per sempre: “Lui ascoltate”.
v.7: Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”.
Il gesto di Gesù è lo stesso che lui adopera con gli infermi e con i morti per restituire loro vita. È
interessante notare come Gesù non cacci mai i suoi discepoli anche quando sono per lui motivo di
inciampo e occasione di tentazione, ma a ogni loro resistenza Gesù risponde con una ulteriore
comunicazione di vita. L’invito di Gesù “alzatevi” viene ripetuto nel Getsemani al momento della
sua cattura quando Gesù dirà: “Alzatevi, andiamo” (Mt 26,46) ma scrive tragicamente l’evangelista
“tutti i discepoli abbandonatolo, fuggirono” (Mt 26,56). I discepoli non sono ancora capaci di
raggiungere la condizione divina passando attraverso il dono di sé e la morte, essi non comprendono
e credono ancora che la morte sia il fallimento totale.
v.8: Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù
ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto
dai morti”.
Alzando gli occhi comprendono che solo Gesù devono seguire e nessun altro fosse anche un
Legislatore importante come Mosè o un grande profeta come Elia. Scendendo dal monte Gesù ordina
il silenzio e, a questi discepoli che sono ancora incapaci di seguirlo sulla croce, Gesù proibisce di
parlare della loro esperienza perché non comprendono che la condizione divina passa attraverso la
morte, attraverso il dono di sé.
Solo quando Gesù sarà morto e poi resuscitato i discepoli saranno in grado di annunciare la vita
indistruttibile di cui siamo tutti eredi.
Appendice
E' bello restare con Cristo!
Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva
parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria. Ma ciò forse non aveva avuto
per loro una sufficiente forza di persuasione. E allora il Signore, per rendere la loro fede ferma e
profonda e perché, attraverso i fatti presenti, arrivassero alla certezza degli eventi futuri, volle
mostrare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un'immagine prefigurativa del regno dei cieli.
E proprio perché la distanza di quelle realtà a venire non fosse motivo di una fede più languida, li
preavvertì dicendo: Vi sono alcuni fra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio
dell'uomo venire nella gloria del Padre suo (cfr. Mt 16, 28).
L'evangelista, per parte sua, allo scopo di provare che Cristo poteva tutto ciò che voleva, aggiunse:
«Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte,
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su un alto monte. E là fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti
divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui»
(Mt 17, 1-3). Ecco le realtà meravigliose della solennità presente, ecco il mistero di salvezza che trova
compimento per noi oggi sul monte, ecco ciò che ora ci riunisce: la morte e insieme la gloria del
Cristo. Per penetrare il contenuto intimo di questi ineffabili e sacri misteri insieme con i discepoli
scelti e illuminati da Cristo, ascoltiamo Dio che con la sua misteriosa voce ci chiama a sé
insistentemente dall'alto. Portiamoci là sollecitamente. Anzi, oserei dire, andiamoci come Gesù, che
ora dal cielo si fa nostra guida e battistrada. Con lui saremo circondati di quella luce che solo l'occhio
della fede può vedere. La nostra fisionomia spirituale si trasformerà e si modellerà sulla sua. Come
lui entreremo in una condizione stabile di trasfigurazione, perché saremo partecipi della divina natura
e verremo preparati alla vita beata. Corriamo fiduciosi e lieti là dove ci chiama, entriamo nella nube,
diventiamo come Mosè ed Elia come Giacomo e Giovanni. Come Pietro lasciamoci prendere
totalmente dalla visione della gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloria divina.
Lasciamoci trasfigurare da questa gloriosa trasfigurazione, condurre via dalla terra e trasportare fuori
del mondo. Abbandoniamo la carne, abbandoniamo il mondo creato e rivolgiamoci al Creatore, al
quale Pietro in estasi e fuori di sé disse: «Signore, è bello per noi restare qui» (Mt 17, 4).
Realmente, o Pietro, è davvero «bello stare qui» con Gesù e qui rimanervi per tutti i secoli. Che cosa
vi è di più felice, di più prezioso, di più santo che stare con Dio, conformarsi a lui, trovarsi nella sua
luce? Certo ciascuno di noi sente di avere con sé Dio e di essere trasfigurato nella sua immagine.
Allora esclami pure con gioia: «E' bello per noi restare qui», dove tutte le cose sono splendore, gioia,
beatitudine e giubilo. Restare qui dove l'anima rimane immersa nella pace, nella serenità e nelle
edilizie; qui dove Cristo mostra il suo volto, qui dove egli abita col Padre. Ecco che gli entra nel luogo
dove ci troviamo e dice: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19, 9). Qui si trovano
ammassati tutti i tesori eterni. Qui si vedono raffigurate come in uno specchio le immagini delle
primizie e della realtà dei secoli futuri. (Dal «Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del
Signore» da Anastasio sinaìta, vescovo, Nn. 6-10; Mélanges d'archéologie et d'histoire, 67 [1955]
241-244).
Ripartiamo dall’esperienza contemplativa di Dio
La fase storico-culturale del cristianesimo che si sta chiudendo, dunque, e che possiamo
definire tendenzialmente orientata più alla rappresentazione che alla realizzazione personale dei
misteri della salvezza (salva evidentemente l’esperienza dei santi), sembra caratterizzarsi per una
triplice carenza strutturale e di formazione: c’è poca conoscenza iniziatica, c’è scarso
autoconoscimento interiore profondo, e c’è scarsa elaborazione culturale. Queste tre carenze
ovviamente risaltano con chiarezza solo OGGI, dal nostro punto di vista di uomini e donne del XXI
secolo, siamo noi cioè che siamo chiamati ad andare oltre questi deficit, in quanto solo ora ci appaiono
in tutta la loro gravità. Se queste tre sono le carenze, vuol dire che se desideriamo rilanciare il mistero
gaudioso della nostra intimità con il Cristo, e cioè della nostra unità di Spirito con lo Spirito del
Creatore, dobbiamo operare su tutte queste tre aree deficitarie al contempo. E partiamo perciò dal
cuore di tutto, e cioè proprio dall’esperienza contemplativa, che è la dimensione primaria e
fondamentale, entro la quale tutti i contenuti della nostra fede diventano appunto esperienza, si fanno
palpito cardiaco, emozione, luce intellettuale, corpo vibrante, e visione, come ci ricorda Papa
Francesco: “Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni
giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è
niente di meglio da trasmettere agli altri” (EG n. 264). (Marco Guzzi, Diventare sempre più Cristo)
Diamo qui di seguito il testo del discorso, preparato per l’«Angelus», che Paolo VI non ha potuto
pronunciare, come era suo desiderio, alla presenza dei pellegrini a Castel Gandolfo, a causa della
malattia. Il Papa è entrato nella pace del Signore alle 21,40 di oggi, domenica 6 agosto,
Trasfigurazione del Signore.
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Fratelli e Figli carissimi!
La Trasfigurazione del Signore, ricordata dalla liturgia nell’odierna solennità, getta una luce
abbagliante sulla nostra vita quotidiana e ci fa rivolgere la mente al destino immortale che quel fatto
in sé adombra. Sulla cima del Tabor, Cristo disvela per qualche istante lo splendore della sua divinità,
e si manifesta ai testimoni prescelti quale realmente egli è, il Figlio di Dio, «l’irradiazione della gloria
del Padre e l’impronta della sua sostanza» (Cfr. Hebr. 1, 3); ma fa vedere anche il trascendente destino
della nostra natura umana, ch’egli ha assunto per salvarci, destinata anch’essa, perché redenta dal suo
sacrificio d’amore irrevocabile, a partecipare alla pienezza della vita, alla «sorte dei santi nella luce»
(Col. 1, 12). Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il corpo di Cristo
nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà
anche la nostra parte di eredità e di splendore. Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché
siamo «partecipi della natura divina» (2 Petr. 1, 4). Una sorte incomparabile ci attende, se avremo
fatto onore alla nostra vocazione cristiana: se saremo vissuti nella logica consequenzialità di parole e
di comportamento, che gli impegni del nostro battesimo ci impongono.
Il tempo corroborante delle vacanze sia a tutti propizio per riflettere più a fondo su queste stupende
realtà della nostra fede. Ancora una volta auguriamo a voi tutti, qui presenti, e a quanti possono godere
di una pausa ristoratrice in questo periodo di ferie, di trasformarle in occasione di maturazione
spirituale.
Ma anche questa domenica non possiamo dimenticare quanti soffrono per le particolari condizioni in
cui si trovano, né possono unirsi a chi invece gode il pur meritato riposo. Vogliamo dire: i disoccupati,
che non riescono a provvedere alle crescenti necessità dei loro cari con un lavoro adeguato alla loro
preparazione e capacità; gli affamati, la cui schiera aumenta giornalmente in proporzioni paurose; e
tutti coloro, in generale, che stentano a trovare una sistemazione soddisfacente nella vita economica
e sociale. Per tutte queste intenzioni si alzi fervorosa oggi la nostra preghiera mariana che stimoli
altresì ciascuno di noi a propositi di fraterna solidarietà. Maria, Madre sollecita e premurosa, a tutti
rivolga il suo sguardo e la sua protezione. (Trasfigurazione 1978)

Fonte:http://www.figliedellachiesa.org

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