padre Gian Franco Scarpitta "Tutto ciò che cade nella rete, ma..."

Tutto ciò che cade nella rete, ma...
padre Gian Franco Scarpitta  
XVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (30/07/2017)
  Visualizza Mt 13,44-52
Prosegue Matteo nell'esposizione del "discorso parabolico" sulla tematica del Regno di Dio, con una
serie di accostamenti e di similitudini che vedono protagonisti ora dei personaggi umani, come il Seminatore, ora degli oggetti o delle situazioni, come nel caso della perla o della rete. Il Regno di Dio viene in ogni caso rappresentato come qualcosa che non siamo in grado di conquistare con le nostre forze e che non compete alla capacità dell'uomo. Piuttosto esso è un fatto di gratuità spintanea, un dono che l'uomo può soltanto ricevere ma che non ammette passività alcuna. Di fronte alma realtà del Regno l'uomo è chiamato a cooperare con Dio, a impegnarsi e a edificare. E ancora una volta la realtà del Regno di Dio impone che l'uomo coltivi la fiducia e la speranza nell'avvenire mentre su impegna al momento presente. Sulla stessa scia della parabola del grano e della zizzania, Gesù ci ripresenta infatti la possibilità di scelta da parte dell'uomo e le ambivalenze del suo libero arbitrio, ma accanto a queste ci propone anche la scelta definitiva di Dio del trionfo del bene sul male. La rete rappresenta infatti la varietà del "pescato" e la sua universalità. Una volta dispiegata e gettata in mare, essa raccoglie tutto ciò che vi si immette, senza distinzione fra "pesci bioni" e "pesci malvagi". Come direbbe un proverbio inglese "Tutto quello che cade nella rete è pesce." In parole povere, nella "rete"di salvezza del Signore c'è posto per tutti perché tutti sono destinati a vivere e a salvarsi. Ciononostante, Dio opererà un discernimento alla fine dei tempi sui "pesci buoni" da salvare e su quelli marci da respingere, quindi sulla cernita di quanti avranno perseverato nella fedeltà a Dio e di quanti si saranno asserviti al mistero dell'iniquità. L'immagine probabilmente è allusiva al fenomeno della pesca al Lago di Tiberiade, che nella Palestina ai tempi di Gesù era una grossa risorsa commerciale. Dal mare però si ricavavano varie qualità di pesce, ivi comprese quelle illegali e interdette al commercio (i pesci senza squame o pinne). Marco ci ragguaglia che Gesù ha chiamato a sé alcuni discepoli "perché fossero pescatori di uomini"(Mc 1, 14), ma gli uomini manterranno tutti quelle condizioni indispensabili per meritare di essere scelti fra i pesci destinati al canestro? Avremo cioè cooperato allo sviluppo e alla crescita del Regno di Dio in noi stessi e negli altri? Avremo optato per la vita ad esclusione della morte e del peccato e saremo stati in grado di opporre resistenza alle insidie del Maligno? Nella logica del Regno può entrare solamente chi si innesta totalmente in Cristo, appropriandosi delle prerogative evangeliche di frde Come di amore e di fedeltà e di giustizia. Non basta che Dio abbia immesso nel nostro mondo, nel Cristo incarnato, la realtà esaltante del Regno se di essa non ci si affascina e se in essa non ci si immedesima in termini di fede, speranza, carità, amore e giustizia.
Come si diceva infatti all'inizio infatti il Regno di Dio, seppure in se stesso costituisce un dono gratuito e spontaneo, richiede che da parte nostra lo si debba guadagnare e quindi ci esorta alla cooperazione e all'intraprendeza, omessa ogni forma di retorica e di neghittosità. Per ciò stesso il Regno di Dio impone innanzitutto che ci si predisponga con umiltà, generosità e buon senso, come possiamo evincere nella saggia preghiera di Salomone che si guarda bene dal chiedere a Dio quanto potrebbe distoglierlo dal giusto proposito ossia gloria, potere e rucchezza. Semplicemente il giovane monarca domanda al Signore la saggezza e l'equilibrio nella gestione del suo governo. Affinché il suo regno terreno possa configurarsi con lo stesso Regno di Dio.
Fonte:http://www.qumran2.net