Paolo Curtaz, "Uscì a seminare"

Commento al Vangelo di domenica 16 Luglio 2017 - Paolo Curtaz
Uscì a seminare
Se Gesù ha salvato il mondo, perché assistiamo ancora e ancora alla follia del dolore e della guerra?
Se egli era davvero la presenza stessa di Dio, se la sua morte ha cambiato il cuore dell’uomo, dov’è questa salvezza?
Erano le domande che si poneva la comunità di Matteo, travolta dalla repressione dell’Impero romano che era giunta a distruggere il tempio.
È la domanda che ci poniamo anche noi, dopo duemila anni di cristianesimo, di annuncio, di vita cristiana. È la domanda che si pongono le nostre comunità, i nostri preti, i nostri pastori, talvolta scoraggiati, smarriti, delusi.
Perché nonostante tutto l’impegno che mettiamo nel raccontare il volto luminoso di Dio stentiamo ad essere ascoltati ed accolti?

Il seme
Al centro della parabola Gesù pone il seme: è lui il protagonista, tutti i verbi usati nel breve racconto hanno come oggetto proprio il nostro seme. Seme che è la Parola rivelata dal Padre per bocca di Gesù e poi accolta e ritrasmessa da Marco alla sua comunità e da questa al mondo.
Il messaggio è chiaro: il seme agisce da sé, a prescindere, è efficace al di là della bravura del seminatore o della qualità del terreno.
Se è sotto gli occhi di tutti che per tre quarti delle volte la semina è destinata a fallire, è altrettanto vero che una volta su quattro il risultato è stupefacente, ben al di là delle aspettative.
La parabola è un incoraggiamento, un invito alla fiducia, uno sguardo positivo sulla realtà.
Racconta la logica di un Dio che lascia liberi di accogliere e di ascoltare il suo messaggio.
Oppure di rifiutarlo. O di accoglierlo parzialmente, per poi lasciarlo inaridire e morire.

Il terreno
La Parola viene gettata a piene mani. Da Dio, da Cristo, da noi discepoli. Magnifico.
Poi, che accade?
Il racconto viene ripreso più avanti, in una specie di appendice al testo, una spiegazione privata ad uso dei discepoli da parte di Gesù.
La parabola, allora, diventa quasi un’allegoria e l’incoraggiamento diventa un avvertimento.
Se sei un annunciatore resta sereno. Keep calm e lascia agire il seme.
Ma, prima di essere evangelizzatore e discepolo, sei uno che accoglie la Parola, sei il terreno: stai dunque attento a come accogli.
Guarda il tuo cuore: prima accogli, poi annuncia. Perché annunci solo ciò che accogli.
È Gesù stesso a parlarne e a spiegare le sue parole.
Il seme cade sulla strada, su un cuore indurito. Indurito perché calpestato da molti.
Gesù non entra nel dettaglio, constata che ci sono dei cuori apparentemente impermeabili a qualunque sollecitazione di fede, incapaci anche solo di lasciare che qualcosa scalfisca le loro incrollabili certezze. Sanno. Di Dio, della fede, dei cristiani. Sanno. Non hanno bisogno di nulla.
Su questi cuori il seme rimbalza. Poi viene Satana e lo porta via, come un corvo che cala sulle granaglie. Da brividi.
La Parola che cade sulla strada è destinata a sparire.
Un cuore indurito, pietrificato, asfaltato, è impermeabile alla Parola e, quindi, a Dio.
Apparentemente è impossibile da cambiare.
Non per Dio, che semina anche sull’asfalto. Insiste, l’inguaribile ottimista.

Poi
Gesù continua: se il seme trova anche solo un briciolo di terra, germoglia.
Ma ha bisogno di costanza, per crescere. Così accade ad alcuni discepoli.
Subito accolgono la Parola: con entusiasmo. Ce ne sono di persone così, adulti che riscoprono la fede grazie ad un viaggio, ad una giornata di ritiro, ad un’amica credente che li coinvolge. Ed è bello vedere nel loro sguardo lo stupore di scoprirsi amati da Dio e la voglia di conoscere.
Il primo cuore è indurito. Il secondo è incostante.
La fede diventa una parentesi della vita, anche felice, certo, ma una parentesi.
Ha ragione, Gesù: il seme va coltivato, va protetto dal sole troppo caldo, dalle intemperie.
La Parola va custodita, approfondita, meditata, pregata.

Gesù continua. Diversa è la situazione di chi ha costanza, di chi accoglie la Parola e la custodisce ma intorno a lui crescono altri interessi che si ingrandiscono e, alla fine, soffocano la Parola che rimane, ma non porta frutto. È presente, ma inutile.
Sopraggiungono le preoccupazioni del mondo, il pre-occuparsi, l’occuparsi prima, anzitempo; ed invece di vivere il momento presente, di assaporare il tempo, lo amplifichiamo, lo estendiamo, e così la preoccupazione continua contagia la nostra vita e la nostra anima. E la soffoca, come una pianta infestante.
E anche la bramosia soffoca il seme, cioè il desiderio smodato, auto-referenziale, fuori controllo. Dei soldi, della casa, del cibo, del sesso… Ogni cosa rischia di diventare un idolo e di ingigantirsi fino a prendere il controllo di noi stessi, fino a mettere ai margini la nostra anima.

Ma esiste un’ultima possibilità. Meno male.

Frutti
Il tono della parabola cambia. È un finale colmo di speranza.
Esiste un terreno buono che accoglie e porta frutto, tanto frutto. In cui la Parola scava i cuori, cambia la vita, modifica le scelte. Converte.
E produce un gran raccolto: trenta, sessanta, cento per uno. Gesù usa un’iperbole per indicare che il seme produce molto più di quanto immaginiamo o speriamo.

Ed è proprio ciò che accade: a fronte di tanto insuccesso, agli occhi degli uomini, resta il fatto che milioni di persone, accogliendo il vangelo, hanno radicalmente cambiato la propria vita.
Noi fra questi. Io, fra questi.
Vale la pena di riflettere su questo aspetto: leggere la nostra vita, le nostre vicende, il nostro passato per vedere quanto l’incontro col vangelo ci abbia cambiati. E anche noi possiamo dire che avere accolto il vangelo della nostra vita ha comportato qualche rinuncia. Ma ci ha dato cento volte tanto (Mt 19,29)
Fonte:http://www.tiraccontolaparola.it/



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