MONASTERO MARANGO,"Un'offerta di tenerezza e di Parola"

22° Domenica del Tempo Ordinario (anno A)
Letture: Ger 20,7-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27
Un'offerta di tenerezza e di Parola

1)Vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito
a Dio; è questo il vostro culto spirituale.
Il Concilio Vaticano II ha profondamente rinnovato la liturgia della Chiesa. Di fronte ai ripetuti tentativi di tornare al passato, papa Francesco ha recentemente riaffermato la necessità di «lavorare in questa direzione, in particolare riscoprendo i motivi delle decisioni compiute con la riforma liturgica, superando letture infondate e superficiali, ricezioni parziali e prassi che la sfigurano. Non si tratta di ripensare la riforma rivedendone le scelte, quanto di conoscerne meglio le ragioni. Possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile». Benissimo. Vale per tutti: per quanti han fatto man bassa della liturgia, riducendola a qualcosa di scialbo e banale, e per quanti sognano ancora ‘chiroteche’, muri di candelabri sull’altare, addobbi e merletti, troni e flabelli.
Resta però ancora scoperto il punto dell’«offrite i vostri corpi» come vero «culto spirituale», su cui ritorna ancora papa Francesco: «La Chiesa è davvero viva se, formando un solo essere vivente con Cristo, è portatrice di vita, è materna, è missionaria, esce incontro al prossimo, sollecita di servire senza inseguire poteri mondani che la rendono sterile». La liturgia è vera se educa a offrire la vita. E’ quanto Gesù ha detto ai suoi nell’ultima cena: «Questo è il mio corpo dato per voi. Anche voi fate così in memoria di me».
Sant’Agostino, contrapponendo la vita cristiana alla religiosità pagana, spiega che l’unico culto che possa veramente glorificare Dio consiste nell’amare gli uomini con un amore simile a quello con cui Dio li ama, per condurre anch’essi a questo amore (La città di Dio X,3). E san Giovanni Crisostomo: «Vuoi vedere il suo altare? Questo altare è costituito dalle membra stesse del Cristo. Veneralo. Non ti scandalizzare. Tu onori l’altare che riceve il corpo del Cristo, mentre disprezzi l’altare che è il corpo di Cristo e che puoi contemplare ovunque: nelle vie e sulle piazze e ad ogni ora tu puoi sacrificarvi» (Omelia 20, P:G:,61, 540).

Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare, rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio.
Come si fa a non lasciarci plasmare dallo spirito del mondo? Come possiamo rinnovare continuamente il nostro modo di pensare?
Io credo che ci siano soltanto due vie. La prima è guardare all’altro con uno sguardo di compassione e di tenerezza. Un mio amico vescovo mi ha detto: « Ricordati sempre che nel mondo c’è più dolore che peccato». Dobbiamo guardare il dolore, non fuggirlo, non commentarlo, ma abbracciarlo, portarlo dentro di noi per sollevare il fratello. E’ il vero culto spirituale.
La seconda via è quella della Parola. Sovente essa affascina, entusiasma, seduce - come afferma il profeta Geremia – ma è anche una Parola che ci fa violenza, che ci schiaccia, talmente è pesante; diventa umanamente insopportabile perché, a motivo di essa siamo «oggetto di derisione ogni giorno». E’ una Parola che diventa «causa di vergogna e di scherno tutto il giorno», perché è una Parola che molti non vogliono più sentire. Anche nella Chiesa. Si preferiscono le parole d’ordine del proprio leader spirituale, del proprio guru politico, di chi fabbrica notizie false spacciandole per vere. Non si ama più sentirci dire la verità. Verrebbe voglia di smettere, di fare altro, di dedicarci solo a noi stessi: «Non parlerò più nel suo nome!».
Immagino come sarebbe la mia vita privata della luce della Parola: sarebbe un mucchio di cenere dal quale si sprigiona solo un po’ di fumo. Invece, dove c’è la parola vi è un «fuoco ardente», incontenibile. Il fuoco della Parola, che brucia in noi, crea profeti, testimoni e martiri. E il fuoco, a poco a poco, incendierà il mondo intero.

Da quel giorno, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto…, venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Nella vita di Gesù è maturato il tempo per qualcosa di nuovo. Si passa dalla rivelazione su Gesù Messia a quella sul Figlio dell’uomo sofferente. Nasce anche un nuovo tipo di incomprensione, non più da parte delle folle, ma che è propria dei discepoli: si può accettare che Gesù sia il Messia, ma rifiutare che egli debba soffrire.
Il testo di Matteo dice che Gesù «doveva» soffrire molto. Non è solo la conseguenza suggerita dalle circostanze politiche negative e dalla posizione assunta dalle autorità religiose, avverse a Gesù. La Passione non è un evento eccezionale, ma una necessità di ordine “teologico”: Gesù ha letto la sua morte nella luce del disegno salvifico di Dio, realizzato attraverso l’offerta della vita del “servo di YHWH”: «Quando offrirà se stesso in sacrificio di espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore» (Is 53,10). Dio non si compiace della sofferenza del Figlio, non la vuole neppure. Egli si compiace piuttosto del fatto che il suo “servo” non esita ad affrontare la sofferenza, e anche la morte, pur di comunicare a tutti che Dio è Padre ed ha misericordia di tutti i suoi figli, vicini e lontani, cattivi e buoni.
Ma questo non lo capisce nessuno. Nemmeno Pietro, che si oppone apertamente a Gesù: «Questo non ti accadrà mai!».

La tentazione che fu di Gesù, e che ora è dei discepoli, è la tentazione del popolo eletto (e può essere della Chiesa in ogni momento): rifiutare – in nome del Messia glorioso – il «servo di Dio». Meglio gratificanti liturgie e nuvole d’incenso, piuttosto che lavorare duramente nei sotterranei della storia e udire continuamente il grido dei disperati. E’ più comodo ‘condividere’ una notizia di facebook con un semplice ‘mi piace’, che abitare la complessità dei problemi e delle idee, con un ascolto attento e uno studio laborioso.
Il cammino di liberazione dell’uomo comporta impegno diretto, sacrificio, e spesso anche l’offerta della vita. Chi vorrà ‘salvare’ la propria vita restando a guardare, si perderà. Chi ‘perderà’ la vita, attraverso un fedele, coraggioso, perseverante impegno per i fratelli, troverà centuplicata la sua gioia e restituito in abbondanza il suo dono.

Occorrono tre semplici avvertenze.
Rinnegare se stessi, cioè decentrarsi, smettere di essere al centro di tutto.
Prendere la propria croce, che vuol dire assumere con fedeltà il progetto del Regno, portando ogni giorno il proprio piccolo contributo.
Seguire Gesù. È diventare discepoli, non maestri; è mettersi dietro, non davanti.
Se ci mettiamo davanti, diventiamo pietre d’inciampo, Satana.
Meglio stare dietro, e camminare con Gesù, senza più perdere tempo.


Giorgio Scatto

Fonte:www.monasteromarango.it/

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