FIGLIE DELLA CHIESA, Lectio" Santissimo Corpo e Sangue di Cristo"

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo
 Lun, 28 Mag 18  Lectio Divina - Anno B

La liturgia della Parola (Es 24,3-8; Sal 116,12-18; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26), che in quest’anno “B” ci viene proposta per la Solennità del Corpo e Sangue del Signore, ci orienta a radicare l’Eucaristia nelle tradizioni cultuali del popolo di Israele e, attraverso di esse, nella profondità delle religioni ancestrali. Il rito dell’Alleanza con il sangue di un animale sacrificato diviso in due raccontato, secondo la tradizione E, in Es 24,3-8, è un’usanza ancestrale (cfr Gen 15,17-19; Ger 34,18), che passò dal costume civile (alleanza tra due uomini, o comunque tra due istituzioni umane) a quello religioso (alleanza tra la divinità e l’uomo): poiché la divinità non era presente in carne ed ossa, gli si sacrificava parte dell’animale. In seguito, tale usanza fu assunta da Israele che ne ampliò notevolmente il significato e la portata. Un ulteriore arricchimento venne apportato dalla celebrazione annuale della pasqua, quale rinnovamento dell’Alleanza, e dalla celebrazione del giorno di espiazione.

Il testo dell’Alleanza, come ci racconta il brano dell’Esodo, viene scritto sia da Mosè (Es 24,4 cfr Es 34,27) che da Dio (Es 24,12; 31,18; 34,1). Nel Medio Oriente antico il testo scritto dai contraenti l’alleanza era deposto nel tempio, ai piedi della statua del dio, e poi letto periodicamente. Seguendo questa prassi, Mosè costruì un altare sotto il monte, segno della presenza divina, con accanto le dodici stele, segno della presenza delle tribù d’Israele (cfr Gs 4,3-9.20-24; 24,26-27; 1Re 18,31); poi sparse il sangue della vittima sull’altare e sul popolo.

Il significato del sangue della vittima sacrificale è legato a quello di “vita”. Privato del suo sangue, l’essere vivente muore. Davanti all’animale “tagliato” in due parti, simbolo dei due contraenti, il sangue versato impegna per la vita, cioè totalmente. In caso di rottura del patto, il sangue del fedifrago scorrerà (cfr Ger 34,18), come quello dell’animale. In quanto simbolo della vita, il sangue, è idoneo a significare i rapporti umano-divinità. Metà viene sparso sull’altare e metà sul popolo (Es 24,8), per sancire il patto d’unione o alleanza tra JHWH e Israele, che si impegna di conseguenza a mettere in pratica le leggi divine (Es 24,7). Versando lo stesso sangue sull’altare di Dio e sul popolo, Mosè rivela che, grazie all’Alleanza, un solo sangue scorre nelle vene dell’ebreo e in quelle di Dio. Nel Nuovo Testamento, sarà il sangue di Cristo, divina vittima innocente per noi, che unirà a Dio il nuovo Israele nella Nuova Alleanza (cfr Mt 26,28; Mc 14,24; Lc 22,20; 1Cor 11,25), che lo renderà consanguineo di Dio. Il testo di Eb 9,12-15, e più ancora di Eb 9,18-20, si riferisce espressamente all’episodio di Es 24,3-8.
L’Eucaristia si radica profondamente in queste tradizioni ancestrali ed israelitiche e ne dà compimento.
Nella versione marciana, nonostante il suo legame con la cena pasquale e con la passione e morte di Gesù, il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia (Mc 14,22-26) appare autonomo rispetto al resto del racconto. Il genitivo assoluto con il quale comincia: “mentre essi mangiavano” (Mc 14,22) istituisce il legame del passo con quanto lo precede e con quanto lo segue.

All’inizio la pericope fu tramandata, come autonoma, dalla prassi liturgica. Perciò si suppone che una volta essa cominciasse con la menzione del nome di Gesù e dei discepoli. Quando venne fissato un ininterrotto racconto della passione, questa menzione non fu più necessaria. L’indipendenza della tradizione è confermata da 1Cor 11,23-26, dove il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia non è inserito nel più ampio racconto della passione. Se, tuttavia, Paolo parla della notte in cui Gesù fu consegnato, ciò non significa che si presupponesse già un racconto coerente della passione, ma solo che si voleva ricordare quel fatto. Il testo di 1Cor è inoltre storicamente importante perché ci riporta agli anni 50-52, quando già esisteva un racconto ufficiale, con stilizzazione liturgica e autenticazione apostolica di quanto era accaduto nell’ultima cena. Ciò sta a significare che la tradizione della cena è più antica di un ininterrotto racconto della passione. In Mc 14,22-26 sorprende che, a eccezione del “mentre mangiavano”, non si trovi alcun riferimento alla celebrazione della pasqua e non si faccia cenno all’agnello pasquale, anche se il contesto presuppone un banchetto pasquale, per il quale, ai vv. 12-15, sono stati descritti dettagliatamente i preparativi. Prima ancora di essere inglobate in un racconto sistematico della passione, le parole del racconto della Cena erano già fissate nell’uso liturgico della comunità, che celebrava l’Eucaristia nella Domus Ecclesia, ma non più la pasqua ebraica.

Marco, quindi, prende il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia dalla liturgia e lo inserisce nel racconto della passione, nel contesto della cena pasquale senza tuttavia accennare minimamente al rituale di quest’ultima. Infatti, dopo aver dato disposizioni dettagliate per la preparazione della pasqua (Mc 14,12-16) ed aver annunciato il suo tradimento (Mc 14,18-21), Gesù prosegue la cena dandole un andamento del tutto nuovo rispetto al rituale tradizionale. È evidente, perciò, che con tutti i suoi gesti, minutamente annotati dagli evangelisti e perfino da Paolo (cfr 1Cor 11,23-25), egli volesse compiere qualcosa di eccezionale e di estremamente importante. Pur nelle loro inevitabili divergenze letterarie, tutti i testi convergono nell’attirare l’attenzione sulle parole che accompagnano e spiegano quei gesti.

“Questo è il mio corpo” (Mc 14,22): la costruzione della frase, con la copula “è” che identifica il soggetto con il predicato, non ammette dubbi o incertezze. Come apparirà meglio dalle parole che accompagnano la consegna del calice (Mc 14,24), Gesù intendeva operare in un clima strettamente sacrificale. Come nei pasti sacrificali, la vittima, spezzata in due, era il veicolo di unione con il quale si entrava in diretta comunione con la divinità, così anche il pane spezzato ed offerto agli apostoli doveva essere la vittima di questo nuovo sacrificio, che mentre veniva consumata assicurava gli stessi effetti di unione con Dio. Gesù riferisce direttamente il pane a se stesso. Il termine sôma è una perifrasi che indica la persona, la frase potrebbe anche essere resa così: “Questo sono io stesso”. Nel banchetto, coloro che mangiano acquistano una comunione nuova con lui. Sulla base della frase sul calice si capisce che tale comunione con lui va alla morte. Il sôma, posto in parallelismo col sangue versato, è il corpo spezzato del sacrificio. Chi ne mangia non solo si unisce al Christus passus, ma ha anche parte a questa morte e alla benedizione che essa sprigiona.

Il rituale giudaico della pasqua prevedeva la consumazione di quattro calici di vino: uno proprio all’inizio della cena, che era accompagnato da una formula di benedizione; un secondo, dopo l’antipasto di erbe amare; un terzo dopo la consumazione dell’agnello ed era detto calice della benedizione perché era accompagnato dalla preghiera di ringraziamento della mensa; alla fine, terminato il canto dell’Hallel, il quarto calice, che però è incerto se fosse in uso al tempo di Cristo. Secondo Lc 22,20 e 1Cor 11,25 il calice fu distribuito da Gesù alla fine della cena e quindi dovrebbe essere stato il terzo o il quarto del rituale pasquale. Marco, con Matteo, resta invece sul generico.

La frase, fin troppo sintetica: “Questo è il mio sangue dell’Alleanza” (v.24), contiene due affermazioni. La prima è formulata, come abbiamo visto, in perfetto parallelismo con le parole pronunciate sul pane e va interpretata allo stesso modo. La seconda indica che il sangue di Gesù è il sangue dell’alleanza. Per intendere bene quest’affermazione è necessario riferirsi all’episodio descritto in Es 24,1-8. Grazie alla morte di Gesù viene posta in essere un’Alleanza che prende il posto della prima. Il sangue di Gesù entra in contrasto tipologico col sangue dell’antica Alleanza. Secondo Zc 9,11, i prigionieri sono liberati dal carcere “grazie al sangue di questa Alleanza”. L’inaugurazione dell’Alleanza procura redenzione e salvezza. Nella frase sul calice, la salvezza comunicata viene concretizzata come espiazione universale. Il “sangue è versato” equivale a essere ucciso, poiché secondo una concezione biblica il sangue era considerato portatore della vita e della vitalità. Di conseguenza, il calice offerto assicura comunione con il Signore che si offre nella morte ed attraverso l’effusione del suo sangue comunica, a quanti ne berranno, la sua vita, che è la vita stessa di Dio. In Is 53,12b viene detto che “egli (il servo sofferente di JHWH) ha versato tutta la sua vita nella morte”. Inoltre, a seguito del concetto de “i molti”, a favore dei quali viene compiuta l’espiazione, non si può non richiamarsi a Is 53,11 s., dove il termine “i molti” indica l’universalità del mondo delle genti. La frase esplicativa sul calice segue una duplice linea: da una parte il pensiero dell’Alleanza è rivolto al gruppo dei dodici, che può essere considerato il fondamento del nuovo popolo di Dio. Dall’altra, l’espiazione universale mira agli empi e ai popoli pagani. In tal modo, la nuova Alleanza che viene inaugurata acquista significato universale e Cristo che va alla morte appare il vincitore che s’insedia in un regno universale. Il pensiero dell’Alleanza è profondamente segnato dall’idea che Dio è re.

Dicendo che non berrà più il succo della vite (Mc 14,25), Gesù fa intendere di essere prossimo alla morte, mentre soggiungendo che lo berrà nuovo nel regno di Dio allude ad una bevanda di altra natura, di qualità superiore, che costituirà la gioia e la felicità degli eletti nel futuro regno di Dio, paragonato spesso ad un banchetto (cfr Is 25,6; 65,13; Mt 8,11; 22,1-14; Lc 14,16; Ap 19,9).
La conclusione avviene con una nota narrativa (Mc 14,26). Il canto di un inno di lode si adatta al banchetto pasquale, ma anche alla celebrazione eucaristica. Siccome si presuppone un banchetto pasquale, dobbiamo pensare al canto dell’Hallel (Sal 113-118), collocato alla fine della festa. Il viaggio notturno verso il monte degli Ulivi prepara Mc 14,32, che dà inizio al racconto vero e proprio della passione.

Attraverso il suo sacrificio, prefigurato nel pane spezzato e nel vino versato, come ci dice l’autore della Lettera agli Ebrei, Gesù diventa il nuovo ed eterno sommo Sacerdote che officia il rito di espiazione. Nel rito ebraico, il sommo sacerdote durante la festa dell’espiazione spariva dietro il velo del Tempio e penetrava da solo nel “santo dei santi”. Spariva ma tuttavia rimaneva al servizio del popolo, poiché ne espiava le colpe offrendo il sacrificio. Allo stesso modo, Gesù, anche se è scomparso ai nostri occhi, rimane solidale con noi. Il sommo sacerdote al termine del rito usciva dal “santo dei santi” dando un valore di occasionalità al rito stesso, Gesù, entrando nella sfera divina, non ne esce più, il suo è un gesto definitivo. Infine, il sacerdote si presentava da solo davanti a Dio, Gesù, invece, porta nel seno del Padre l’umanità rigenerata legata a sé.

Fonte:figliedellachiesa.org

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