MONASTERO MARANGO, "Le dismisure dello Spirito"

Le dismisure dello Spirito
Briciole dalla mensa - Pentecoste del Signore (anno B)  - 20 maggio 2018
LETTURE At 2,1-11   Sal 103   Gal 5,16-25   Gv 15,26-27; 16,12-15

COMMENTO

Lo Spirito Santo dà alla Chiesa la facoltà di raggiungere tutti gli uomini nelle loro capacità di ascolto e di accoglienza, per renderli partecipi di Gesù Cristo. Questo ci dice l'episodio della Pentecoste, nel quale i discepoli di Gesù riescono a «parlare nelle varie lingue delle grandi opere di Dio» (prima Lettura): è la forza comunicativa dell'amore, non l'essere in grado di parlare lingue straniere.
Ma mi chiedo se questo non debba avvenire anche nella singola realtà personale, segnata da ambiti che risultano ancora estranei e refrattari al Vangelo. Infatti anche dentro ciascuno di noi c'è non conoscenza e lontananza dal Signore e alla sua opera di conversione. Lo Spirito Santo, allora, trova «linguaggi» per raggiungerci là dove siamo più privi della sua presenza. È così che il Signore ci converte a Lui: non minacciando condanne, ma facendosi sensibile alla nostra sensibilità. Ha la forza di penetrare ogni indurimento del cuore. Prima o poi dobbiamo arrenderci a Lui. Non si tratta di una pia illusione: è l'unica risposta possibile a tanta mancanza di fede. A partire da me stesso. Quando ho sperimentato come lo Spirito Santo parla alla mia estraneità al Signore, allora posso anch'io farmi suo strumento per comunicare agli altri la bellezza e la gioia della relazione con Gesù Cristo: tutti insieme pellegrini, alla scoperta che «non siamo più stranieri né ospiti, ma familiari di Dio» (Ef 2,19), nell'azione dello Spirito Santo in ciascuno di noi.

Lo Spirito non conduce tanto ad uno spiritualismo, in qualche modo staccato dalla nostra quotidianità. Infatti il ricco e bellissimo elenco dei «frutti dello Spirito» (seconda Lettura) ci presenta opere umanissime e concretissime. Ma, innanzitutto, per far risaltare tali opere spirituali, il brano della Lettera ai Galati vi contrappone «le opere della carne», cioè le opere dell’individualità chiusa e autoreferenziale.
Si inizia l'elenco con l'unione d’amore impossibile, come quella fra consanguinei (il termine greco porneia ha questo significato in Mt 19,9), e si prosegue con varie opere che descrivono sia una religiosità falsa e magica, sia il vasto campo delle relazioni negative («inimicizie, discordie, gelosia, dissensi, divisioni...»). Sembra, per certi versi, la mappatura del tenore dominante della nostra società attuale, e purtroppo anche dell'interno di parecchie famiglie. Per chi pensa e vuole un mondo diverso, tutto ciò costituisce una profonda ferita: come è possibile vivere così le relazioni e quante persone sono vittime di questo perverso sistema!? Ma lo sguardo di fede non può fermarsi alla semplice denuncia del marcio del nostro mondo e alla conseguente chiusura nel pessimismo. La fede, invece, ci offre la risposta del «frutto dello Spirito»: le opere spirituali sono come l'abbondante frutto dell'albero della vita.
Il primo frutto è l'amore (agape) pieno e donativo, come quello materno. Dall'amore sgorga la gioia, quindi la pace, ancora il «sentire grande» (letteralmente) verso l'altro: l'opposto delle anguste misure dell'egoismo. Poi sono frutto dello Spirito la benevolenza, la bontà, la fedeltà: si tratta di uno stile di relazioni con l'altro sempre aperto e disponibile, nel quale, cercando il bene dell'altro, metto il meglio di me stesso.
Quando affronti questi temi, la gente accoglie ma mette spesso dei limiti: «La bontà sì, ma fino a un certo punto... la benevolenza sì, ma non sempre... l'accoglienza sì, ma non di tutti...». Ma sappiamo che Gesù ci ha mostrato, verso coloro che non lo amavano, un amore che non aveva alcun limite: «Li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Perché solo così può essere vero amore. Non ci deve preoccupare il fatto che la nostra società sia ormai scristianizzata, quanto che, in essa, non si viva più l'amore.
Gli ultimi due «frutti dello Spirito» ci indicano l'atteggiamento interiore che aiuta a praticare l'apertura all'altro: la mitezza e il dominio di sé. Infatti sono quelle virtù che ci portano a mettere un limite all’«io», per poterci poi aprire veramente agli altri. La «mitezza» è l'arte di addomesticare la propria forza, mentre il «dominio di sé» è l'essere più forti del proprio sentire immediato e istintivo. Tutto ciò ha la capacità di vincere le opere della carne e di creare un mondo migliore: dobbiamo credere in questa forza dello Spirito!

Nel brano del Vangelo, Gesù annuncia il dono dello Spirito Santo, che viene dal Padre, ma che sarà il Figlio a inviarci. Colpisce, infatti, l'insistenza sul legame fra tre Persone: lo Spirito darà testimonianza di Gesù, guiderà a tutta la verità, perché prenderà da quello che del Figlio e lo annuncerà, e tutto quello che è del Padre è anche del Figlio e da questo attingerà lo Spirito. Tutto è riconducibile alla funzione dello Spirito Santo di «far camminare in tutta la verità» (letteralmente). Nel linguaggio di Giovanni, la «verità» è la rivelazione di Dio all'uomo e la relazione con lui. Perciò la vita umana, agli occhi della fede, è il bellissimo percorso a conoscere il Signore e il suo amore per noi, e a vivere l'esperienza di questa apertura e di questa intimità di Dio con noi: nient'altro può riempire così la nostra esistenza umana.
Ma nelle parole di Gesù c'è una doppia responsabilità affidata ai discepoli: la testimonianza e il portare il peso della Parola. La testimonianza è il far venire in rilievo il Signore non tanto attraverso le parole, ma attraverso la nostra dedizione a Lui (come ha fatto Giovanni Battista). Il secondo elemento è la necessità di vivere la Parola nella storia: mediante il dono dello Spirito essa non è un giogo che schiaccia, ma è soave e leggera (cfr. Mt 11,28-30). Perché lo Spirito ci rende capaci di vivere le esigenze della parola di Dio (pensiamo al «vivere l'amore») e di tradurre il Vangelo in gesti semplici ma autenticamente umani.
Ogni anno, quando arriva questa festa, c'è qualcuno che, un po' retoricamente, invoca una nuova Pentecoste. Io sono convinto che l'abbiamo già vissuta: è stato il Vaticano II. Sta a noi la responsabilità di applicarlo alla nostra vita e alle nostre comunità.

Alberto Vianello
 Fonte:http:www.monasteromarango.it/

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