fr. Massimo Rossi, Commento XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C)

fr. Massimo Rossi 
XXII Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (01/09/2019)


  Visualizza Lc 14,1.7-14
Oggi parliamo di banchetti.

Il banchetto è una cosa seria! non solo perché a tavola il Signore ha detto le parole più importanti e ha compiuto i gesti più significativi del suo ministero - e questo è l'aspetto che ci interessa più da vicino -; ma perché, prima ancora, a livello antropologico, il banchetto, la condivisione del pasto è un aspetto decisivo per la nascita e il rafforzamento delle relazioni.

In antico, a tavola si stringevano alleanze politiche tra popoli. Oggi, il banchetto è sinonimo di festa, in occasione di un matrimonio, di un battesimo, di una laurea,...

Dobbiamo riconoscere che il valore, il peso del banchetto rischia di soverchiare il valore intrinseco dell'evento che si vuol celebrare... Se poi circoscriviamo il discorso ai sacramenti, il banchetto di nozze - l'esempio non è scelto a caso... - rappresenta il pezzo forte della festa, inutile negarlo, più che la liturgia stessa che unisce due persone in un cuore solo e un'anima sola.

Chi ci è passato lo sa, la preparazione di un pranzo di nozze, oltreché soldi, tanti soldi, richiede fatica, ed è spesso motivo di tensioni tra le famiglie degli sposi e tra gli sposi stessi: a parte la compilazione della lista degli invitati, la grande sfida è la disposizione dei posti a tavola, una vera e propria forca caudina per la tenuta del vincolo nuziale.

È qui che entra in azione il Vangelo: oggi hanno inventato il segnaposto... per fortuna! non c'è pericolo che si verifichino errori imbarazzanti, seguiti dall'umiliazione raccontata da san Luca. Infine le distanza sono molto ridimensionate dalla consolidata tradizione che gli sposi trascorrano la maggior parte del tempo a ‘visitare' i singoli tavoli, per socializzare con coloro che vi sono seduti... selfie di rito etc. etc. Deve pure, il fotografo, guadagnarsi la pagnotta, no?...

La Parabola che abbiamo ascoltato è un saggio della cura quasi maniacale che il terzo evangelista dedica ai particolari: colui che si era seduto al primo posto, e viene pregato di spostarsi, non è un amico dell'ospite; al contrario, invece, di quello che per troppa umiltà si era seduto in fondo. Del resto, non è la prima volta che il Vangelo identifica l'amicizia come la relazione più preziosa, che esige pertanto una presa in carico, un trattamento particolare, rispetto a tutte le altre relazioni.

Centrale è l'umiltà, accettare che sia l'ospite e non l'invitato a valutare il proprio valore.

Non è vero che la fede ci impone di azzerare le differenze tra i rapporti...

Grazie a Dio, ci è concesso avere le nostre preferenze, assecondare le cosiddette affinità elettive, investendo energie diverse, in proporzione al coinvolgimento affettivo. Certo, il maggior valore che si assegna ad un rapporto rispetto ad un altro, o a tutti gli altri, comporta una dedizione maggiore, un ‘mettersi in giocò maggiore. Ma sarebbe un grave errore trascurare gli altri rapporti, a favore dell'amicizia. Questo sì, che si oppone alla carità!

Il Vangelo non insinua che tutte le relazioni debbano trasformarsi in amicizia; ma non dice neppure che una relazione non ha alcun valore se non è amicizia!

L'argomento è estremamente delicato, ed è importante offrirne almeno le coordinate; soprattutto agli adolescenti che si affacciano ai loro primi affetti fuori dalla famiglia: i giovani possono facilmente illudersi di poter chiamare amico, amica, una persona al terzo incontro... peggio ancora, confondere l'amicizia con l'amore di coppia, che è un'altra cosa ancora e, come tale, possiede un linguaggio specifico, diverso nella sostanza dal linguaggio che si usa tra amici.

La seconda parte del Vangelo è dedicata ad un altro aspetto particolare delle dinamiche relazionali: ricambiare l'invito, sdebitarsi. Personalmente non credo che il Signore pensasse davvero che un discepolo debba rivolgere l'invito ad uno sconosciuto, piuttosto che ad un parente, o ad un amico... cadrebbe in contraddizione rispetto a ciò che aveva appena insegnato.

Quello che Luca ci vuole insegnare, citando il detto del Maestro di Nazareth, è che la reciprocità di un affetto, qualunque esso sia, non è valutabile in termini quantitativi; per cui, se x fa un regalo a y, immediatamente y si debba sentire in difetto rispetto a x e dunque in obbligo di pareggiare facendogli un regalo, possibilmente, dello stesso valore...

Anche questo condiziona assai i rapporti di cui sopra: coloro che sono invitati ad un pranzo di nozze, sono implicitamente tenuti a recare un dono dal costo non inferiore - casomai superiore - alla spesa procapite affrontata dall'ospite...

La carità, quella autentica, è sempre gratuita e non pretende mai il contraccambio; colui, colei che riceve un invito, non deve sentirsi assolutamente in debito e dunque in dovere di ricambiare l'invito alla prima occasione. Sono scrupoli di tipo umano, certo pesanti, nell'economia dei rapporti, ma la carità corre su altri binari.

“Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. (...) Riceverà la sua ricompensa alla risurrezione dei giusti.”: il senso di questi due brevi detti del Signore, l'ho già implicitamente evocato: lasciamo che siano gli altri a mettere in luce i nostri talenti.
E se non lo fanno?

Lo farà Dio: ce li ha dati Lui; Lui li coglierà come frutti maturi, quando arriverà la nostra ora.

Fonte:https://www.qumran2.net


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