mons. Gianfranco Poma" Non sia turbato il vostro cuore"

V Domenica di Pasqua (Anno A) (18/05/2014)
Vangelo: Gv 14,1-12
Il Vangelo di Giovanni (14,1-12) continua ad offrirci la Parola di Gesù che illumina il nostro incontro con Lui, in questo tempo pasquale. A noi che, come la comunità di Giovanni della fine del primo secolo, siamo chiamati a vivere la fede dentro un mondo complesso alla ricerca del senso della vita, come smarriti per la perdita di punti forti di riferimento e immersi in una società sempre più fluida, sono rivolte le parole di Gesù: "Non sia turbato il vostro cuore: credete in Dio e credete in me". Ad una piccola comunità, immersa in un mondo ostile, che non poteva non essere scossa dai dubbi sul senso della novità della sua
fede, sono ricordate le parole non superficialmente consolatorie di Gesù: egli non ha nascosto ai suoi discepoli l' imminenza della sua morte, e la prima comunità cristiana conosce bene la Passione vissuta da Lui, l'abbandono dei discepoli e la sua Croce. La sua fede consiste proprio nel credere che Gesù è il Figlio che si è abbandonato fino alla morte nell'Amore del Padre e per questo il Padre gli ha donato la pienezza la sua vita. La comunità che crede in Lui continua a vivere come Lui la fragilità umana, il dolore, l'angoscia, la solitudine: la fede è l'esperienza più umana, il cammino dentro ciò che è più drammaticamente incomprensibile, con il coraggio dell'abbandono in un infinito Amore che riempie l'abisso della nostra debolezza. "Credete in Dio": è l'invito di Gesù a trovare solo nell'infinito mistero dell'Amore la pietra solida su cui fondare la nostra fragilità. "Credete in me": Lui, uomo come noi, non parola vuota, ma carne che si può toccare, ha creduto nel Padre, fino all'oscurità più profonda. E il Padre gli ha dato la pienezza della vita. L'invito alla fede è il messaggio rivolto alla sua comunità da Gesù: la fede in Lui, la via per la fede in Dio.
Per parlare della fede il Vangelo usa un linguaggio "spaziale": andare, venire, rimanere, casa, dimora...Ai discepoli in pianto, Gesù ricorda che la sua morte è un andare al Padre: con la sua morte si aprono gli spazi dell'Amore, perché ogni uomo, nella sua singolarità, vi trovi il suo posto. La morte di Gesù, drammatica, è la via che permette a Lui di tornare al Padre, ma per essere presente per sempre nella storia con l'Amore che è la forza che dà la vita al mondo. La fede è credere in Lui, l'Amore donato al Figlio come risposta al suo abbandono filiale nel Padre sino alla morte. Credere è lasciarsi afferrare dalla circolazione d'Amore che dal Padre raggiunge il Figlio nella carne crocifissa del Figlio perché ogni uomo trovi il senso della sua vita.
A Tommaso, uomo concreto nel quale troviamo tutti i nostri dubbi e le nostre domande, che vorrebbe, prima di credere, sapere dove va Gesù e attraverso quali vie, egli risponde: "Io sono la via, la verità e la vita". La relazione con Lui, la fede come abbandono radicale in Lui, l' "Io sono" che genera in noi il "tu" autentico della nostra esistenza personale, non ha bisogno di passare attraverso la gnosi, la filosofia greca, o altre filosofie. Lui solo, con la sua morte e risurrezione, è la via per sperimentare la verità, il senso autentico dell'esistenza che ci dà il gusto pieno della vita.
A Filippo che esprime la fatica della ricerca e il desiderio di vedere il Padre per dare una risposta all'inquietudine dell'uomo, Gesù risponde proponendo se stesso come il Figlio che vive in rapporto intimo con il Padre, come il Figlio che nella sua carne rende visibile la gloria di Dio: nella carne del Figlio si rende visibile la Gloria del Padre, di Dio che si dona come infinito Amore nella fragile debolezza della Croce.
Tommaso, Filippo...(noi!) continuano a non capire, a desiderare di vedere e di possedere Dio come la razionalità umana lo penserebbe, come la soluzione miracolosa di tutti i problemi dell'uomo. Ai loro (nostri) dubbi, alle loro (nostre) richieste, Gesù risponde chiedendo di accordare fiducia a Lui come motivo per credere (‘credete "a" me'), alla sua esperienza filiale, visibile, sperimentabile attraverso le sue opere: a chi gli dà fiducia, a chi gli apre il cuore, egli dona se stesso (‘credete "in" me'), per introdurlo in una relazione d'Amore, la sua relazione filiale con il Padre nella quale egli è entrato per renderne partecipe chi crede in Lui.
Credere in Lui significa entrare in una relazione di Amore filiale, vivere con Lui la vita nuova accolta dal Padre, per compiere già adesso, nella storia, opere di Amore (è Lui stesso che lo dice!) più grandi di quelle compiute da Lui.

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