fr. Massimo Rossi "Dio ha bisogno della nostra fede!"

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (03/08/2014)
Vangelo: Mt 14,13-21 Clicca per vedere le Letture (Vangelo: )
Eccoci alla lectio magistralis del Signore, sulla carità, una lezione fatta di gesti concreti più che di parole, di fatti e non solo di promesse. Determinanti sono le dinamiche psicologiche secondo le quali si svolge l'azione: Gesù intuisce nei suoi ascoltatori un bisogno
impellente, tuttavia resiste all'impulso di risolvere la questione tra se e la folla. Ricorre invece all'aiuto degli Apostoli: senza di loro, senza il contributo degli uomini, il Figlio di Dio non opera, non può operare: Dio ha bisogno della nostra fede! almeno quella, da parte nostra non può mancare!...e in genere, manca. Mi spiego: intendo la fede in Dio, non la fede nel miracolo! perdonate l'apparente sottigliezza, in verità non si tratta di sottigliezze.
Credere in Dio in quanto Dio è una cosa; credere in Dio, per avere il miracolo è un'altra cosa.
Si tratta di crescere, passando dall'amore per il dono - amore infantile -, all'amore per Dio in quanto donatore del dono - amore adolescenziale -, all'amore per Dio in quanto Dio - amore adulto e maturo -. È necessario arrivare a questo terzo stadio della fede. L'esempio evangelico lo troviamo nella persona di Marta: morto il fratello Lazzaro, Gesù le dice: "Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?" Gli risponde la donna: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo" (Gv 11,23-27). Come dire: "Signore, qualunque cosa farai o non farai per me e per mio fratello, io credo in Te!" Questa sì che è vera fede!
Se questa è la nostra fede, vien fuori una miscela esplosiva! Dio + io siamo imbattibili! Ed ecco gli effetti: cinque pani e due pesci bastano per sfamare 5.000 uomini più le donne e i bambini.
Ma la riflessione non si ferma qui: moltiplicati i pani e i pesci, il Signore li riconsegna ai Dodici perché li distribuiscano alla gente. Dio non fa distinzioni tra persone: per Lu, una persona che soffre è una persona che soffre! va accolta, amata, servita, a prescindere che sia credente o non credente, convinta o scettica, benevola o ostile, buona o cattiva, innocente o colpevole...
Lo so che questa affermazione non raccoglie il favore di tutti... Ma sto citando il Vangelo e, su questo argomento, il Vangelo di oggi è chiaro. Si potrebbe obbiettare che questa affermazione è in contraddizione con quella fatta sopra, secondo la quale, senza la fede, Dio non può agire. In realtà non c'è contraddizione tra i due principi: coloro che si rivolgono a Dio, certo che devono avere fede e la devono avere secondo le condizioni sopra enunciate. È il caso dei Dodici Apostoli, i quali collaborano direttamente all'azione di Gesù per il bene del popolo riunito ad ascoltare i suoi insegnamenti. Ma quando i pani miracolosi vengono distribuiti, nessuno della folla viene escluso dalla mensa eucaristica del Signore - perché di vera e propria eucaristia si tratta! -; il miracolo descritto da Matteo diventa il gesto eucaristico per eccellenza nel Vangelo di Giovanni che vi dedica l'intero capitolo sesto e a questo miracolo lega l'identità stessa di Gesù: "Io sono il pane vivo disceso dal cielo; chi mangia di questo pane vivrà in eterno!". E alla mensa di Cristo sono invitati tutti, così come anche Isaia canta nella profezia che abbiamo appena ascoltato: "O voi tutti assetati, venite all'acqua! Ce n'è per tutti e non costa nulla!".
Sappiamo che oggi c'è gente tenuta ai margini della Chiesa, cristiani che si sentono discriminati, cristiani di serie B... È vero che noi continuiamo a predicare che Dio li ama, che Dio ci ama tutti...
Ma la Chiesa? la Chiesa ama i suoi figli come li ama Dio? li ama tutti allo stesso modo, come si conviene a una madre santa, alla sposa di Cristo, che partorisce figli nella fede e poi li ama come veri figli, a prescindere dalla loro risposta di amore? Oggi non sembra ancora. A meno che anche la Chiesa non invochi l'obbiezione: "Io li amo, anche quelli! Sono loro che non sono in grado di cogliere il mio amore!". È possibile; del resto, sono molti i genitori che amano un figlio, o meglio, si sforzano di amarlo, ma il figlio non si sente amato e per tutta la vita percepisce questa carenza di affetto... Chi sbaglia dei due? Il genitore, o il figlio? Forse sbagliano tutti e due.
Il genitore sbaglia linguaggio: è come se mio padre avesse passato la vita a dirmi che mi vuole bene...in finlandese; peccato che io il finlandese non lo conosco, e dunque non l'ho mai capito. Fuor di metafora, è necessario che il genitore impari a manifestare il proprio affetto ad un figlio, in modo forte chiaro, affinché il figlio percepisca il messaggio (di affetto) in modo altrettanto forte e chiaro.
Da parte sua, il figlio sbaglia quando rimane arroccato (anche lui) sulle sue posizioni e non fa il benché minimo tentativo per avvicinarsi al genitore. Molti figli sono convinti che sia il padre, la madre a dover sempre fare il primo passo; perché li hanno messi al mondo, e dunque sono loro, i genitori, ad dover accorciare le distanze... Ebbene, è un atteggiamento sostanzialmente egoista; è quel tipo di amore che ho poc'anzi definito allo stato adolescenziale, il quale riconosce l'amore e lo ricambia, solo perché il genitore è sempre colui che regala qualcosa, appunto, il donatore del dono.
Ecco, la Chiesa e i cristiani vivono una relazione analoga a quella familiare, con tutte le fragilità, i rischi potenziali e gli inevitabili errori...
La nostra riflessione non può concludersi senza un accenno alla pagina di Paolo, una delle più belle mai uscite dalla penna dell'apostolo dei Gentili: "Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù nostro Signore.": queste parole confermano la certezza che Dio ci ama a prescindere dal comportamento nostro e altrui. Non c'è nulla che potrà mai separarci da Lui! E tanto per citare le parole di Papa Francesco: "Chi sono io per porre ostacoli all'incontro di Dio con l'uomo?".
Bisogna convertirsi! Noi, che siamo dentro la Chiesa, noi, che abbiamo sempre rigato diritto - forse più per fortuna che per convinzione - noi, cristiani di serie A, proprio noi dobbiamo convertirci! Partecipando al sacramento dell'altare, ci assumiamo la responsabilità di ristabilire il dialogo con tutti gli uomini, per realizzare quella comunione che Gesù ha suggellato con il suo sangue sulla croce. Avete capito bene: il Figlio di Dio ha pagato con il suo sangue la comunione tra noi e Dio! E noi, gli volteremo le spalle con la nostra morale e i nostri diktat?
"Chi è senza peccato scagli la prima pietra"
Gesù di Nazareth

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