don Luciano Cantini" Il passato, il presente, il futuro"

XXI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (24/08/2014)
Vangelo: Mt 16,13-20
«La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?»
Cesarèa di Filippo alle falde del monte Hermon, dove sono le sorgenti del Giordano, è un luogo dalle fresche acque, un luogo di riposo e tranquillità per la piccola comunità di discepoli. In questo ambito familiare Gesù chiede cosa la gente pensa di lui, non per aver informazioni, al contrario per trasmettere un'idea, per provocare nei suoi interlocutori una intuizione nuova e proiettarla nel futuro.

La risposta dei discepoli, rispecchia invece il pensiero comune della gente, quello di sempre, che va a pescare nel passato, nella propria esperienza, in ciò che è conosciuto e consolidato.
L'uomo non si stacca dal suo trascorso, ciò che è noto dà sicurezza; c'è quasi una paura ancestrale a guardare oltre, a lanciarsi in nuove idee e comprensioni della vita... si è sempre fatto (o pensato) così è il ritornello di chi si appella alla tradizione, togliendo però vigore e significato alla tradizione stessa che dovrebbe essere capace di trasmettere una conoscenza arricchita dall'esperienza personale.
Ieri come oggi, il passato non è luogo dei rimorsi o dei rimpianti ma della rivelazione di Dio. Mentre il presente è il momento della vigilanza, della attenzione e della decisione, il fare memoria dovrebbe avere la dimensione della esplorazione e della scoperta per essere proiettati nel futuro che è oggetto della certezza-speranza in cui si realizzano le promesse: è il nuovo che ci raggiunge.
... questa memoria non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri, sia strettamente legata alla speranza (Papa Francesco, LF 9).
«Ma voi, chi dite che io sia?»
Gesù provoca una visuale diversa non più ancorata al passato, non una risposta codificata, da manuale, da testo religioso. Gesù chiede di lasciare il sicuro per addentrarsi dentro la propria speranza; Gesù ci chiede un coinvolgimento personale. Non si può rimanere ancorati a quello che abbiamo imparato a memoria dal catechismo, piuttosto considerarlo come una piattaforma da cui lanciarsi nell'utopia della speranza, nella certezza delle promesse.
La risposta di Pietro, sembra uscire dagli stereotipi ma, per concretizzarsi, ha bisogno di recuperare tutte le relazioni, non solo quelle della carne e del sangue, ma anche quella con Dio e il suo Spirito. Pietro ha bisogno di immergersi profondamente nel suo essere, nel suo presente per arrivare ad affermare: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Gesù ne dà conferma, con una formula solenne e autorevole: conferma l'identità di Pietro, delle sue relazioni, di questo presente che sta vivendo.
Ma la fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere (Papa Francesco EG 18).
Accadde che, poco dopo, Gesù spiegò il significato della sua consacrazione e che, proprio perché il Cristo, doveva patire ed essere ucciso; in Pietro si risvegliano tutte le nozioni che aveva imparato sul Messia e si scandalizza... non era ancora entrato definitivamente nella novità che il Padre gli aveva rivelato, non aveva acquisito il suo sguardo di colui che aveva chiamato Cristo: Gesù lo chiamò satana (Cfr. Mt 16,21-23).
Edificherò...non prevarranno... darò... legherai... scioglierai...
Gesù, nel confermare la risposta di Pietro, non lascia che il presente si consumi nel passare di un attimo e lo proietta nel futuro, in modo forte, tale che permanga e superi le vicissitudini, le incertezze e i tradimenti e ne rimanga memoria. Tutti quei verbi al futuro offrono una sicurezza e una speranza inaudita che va oltre la visione del tempo presente e molto oltre quella che si sta presentando nell'immediato futuro. È la costante azione di Dio che semina la storia di promesse in modo da lasciare nel passato i semi del futuro.
Paolo l'aveva intuito: il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio (1Cor 3,22). Tutto è nostro, ma il passato non ci appartiene.
Dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù (Fil 3,13-14).
Occorre saper leggere il passato, fare memoria, guardando al futuro con grande attenzione sapendo che mai è concluso, se non alla fine dei tempi. Questo è, in fondo, il senso stesso della Eucarestia: Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga (1Cor 11,26).
Dobbiamo vivere in una realtà in cui tutto è compiuto ma non realizzato. Il nostro tempo, quello della Chiesa, è quello del "già e non ancora". In questo divenire dobbiamo leggere le parole di Gesù: la Chiesa non è edificio stabile e concluso, al riparo delle prevaricazioni; c'è ancora tanto da legare e da sciogliere.
La fede si fa allora operante nel cristiano a partire dal dono ricevuto, dall'Amore che attira verso Cristo (cfr Gal 5,6) e rende partecipi del cammino della Chiesa, pellegrina nella storia verso il compimento. Per chi è stato trasformato in questo modo, si apre un nuovo modo di vedere, la fede diventa luce per i suoi occhi (Papa Francesco LF 22).

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