mons. Roberto Brunelli " Un'unica regola per tutta la vita"

XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (26/10/2014)
Vangelo: Mt 22,34-40 
Come quello di domenica scorsa, anche il vangelo di oggi (Matteo 22,34-40) presenta un tentativo dei nemici di Gesù di metterlo in difficoltà. "Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?" Questa domanda gli pose un giorno uno che su "la Legge e i Profeti" (così allora gli ebrei chiamavano i testi sacri, quelli che per i cristiani compongono
l'Antico Testamento) era ufficialmente un esperto, un "dottore": domanda insidiosa, perché i dottori della Legge ne discutevano da secoli. Cercando di classificare ordinatamente i testi sacri, quanto a obblighi e divieti essi ne avevano estratto una serie interminabile, che andava da quelli basilari come il non uccidere alle minuzie come il pagare le decime sulla menta raccolta nell'orto. Una congerie di regole di vita - ben 613 - impossibili anche solo da tenere a mente, eppure presentate come doveri che ogni buon ebreo era tenuto a osservare tutti.
Rispondendo, Gesù non proclamò nulla di nuovo, perché richiamò due precetti già compresi nel lungo elenco, tratti rispettivamente dal Deuteronomio (6,5) e dal Levitico (19,18). Disse infatti: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti". Nulla di nuovo dunque, ma solo al primo sguardo: in realtà con quelle parole Gesù diede alla vita di fede un'impronta radicalmente nuova, che distingue il cristianesimo da tutte le altre religioni.
Anzitutto, le parole di Gesù cancellano l'idea che la religione consista in una serie di regole da osservare. Vivere secondo la fede cristiana significa piuttosto adottare un atteggiamento basilare che permea l'intera esistenza, ogni istante, ogni pensiero, ogni gesto: ed è guardare a Dio e agli altri uomini con amore. I diversi precetti, compresi i dieci che si è abituati a considerare "i" comandamenti per antonomasia, sono soltanto esempi dell'applicazione dell'amore: se si ama Dio non gli si antepone niente e nessun altro, non lo si bestemmia, lo si onora santificando le feste; se si ama il prossimo, si rispettano i genitori, non si uccide nessuno, non si commette adulterio, non si ruba, non si dicono menzogne, e così via. Soltanto esempi: i casi della vita sono così tanti e vari, che nessun elenco potrà mai coprirli tutti; se ci si attenesse a quelli elencati potrebbe accadere che qualcuno ritenga di averli osservati tutti, e nell'orgoglio di chi si sente "a posto" si collochi sullo stesso piano di Dio, magari avanzi pretese verso di Lui, mentre nei confronti degli altri uomini nutra sentimenti di superiorità se non di disprezzo. Tutto è diverso invece se si prende come unica regola quella dell'amore: non c'è momento, non c'è situazione che le sfugga; non c'è il pericolo che si ritenga di aver fatto abbastanza; sull'amore non si va mai "in pensione". Quell'unica regola invita a diventare migliori ogni giorno, sino all'ultimo.
Può stupire che Gesù metta sullo stesso piano l'amore per Dio, somma bontà, perfezione assoluta, e l'amore per il prossimo, cioè per persone tutte, quale più quale meno, segnate da colpe, limiti, difetti, talora a nostro giudizio non meritevoli neppure di uno sguardo. Può stupire: ma non poi tanto, se si pensa che la bontà di Dio, manifestatasi appieno nel suo Figlio Gesù, si è volta proprio a sollevare l'uomo dalle sue miserie; invitando ad amare il prossimo, Gesù assegna a chi lo vuole seguire il nobilissimo compito di fare come lui. E' da cogliere inoltre l'efficacia dell'aver legato i due amori: il primo è la motivazione del secondo, il secondo è la prova del primo. Se l'amore fosse solo per Dio, come sarebbe facile illudersi di nutrirlo! E se fosse solo per il prossimo, sappiamo quanto sia facile limitarlo, riservandolo soltanto a chi e quando (secondo noi!) lo merita.

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