Commento a cura di don Massimo Cautero "Dedicazione della Basilica Lateranense "

 Commento su Giovanni 2,13-22(09/11/2014)
COMMENTO ALLE LETTURE
La festa di quest'oggi, unita alla liturgia della Pasqua settimanale che è la domenica, ci mette di fronte ad una riflessione sul senso e significato di avere oggi una chiesa intesa sia come "casa" per il culto ed "essere" Chiesa nel suo vero senso di "popolo di Dio" in cammino verso la salvezza.
Sicuramente a nessuno di coloro che oggi celebreranno questa festa verrà in mente di confondere i due sensi in cui è possibile intendere "chiesa", sapendo benissimo che quello più importante è l'essere quella Chiesa che Cristo ha fondato
col suo sangue, ma è anche doveroso ricordare che è proprio il "dono" di un luogo di culto in generale che la liturgia oggi - nella dedicazione della Basilica Lasteranense - vuole celebrare e portare alla nostra attenzione.
Quando l'imperatore Costantino donò a Papa Milziade nel 312 il palazzo del Laterano e nel 320 vi aggiunse la Chiesa annessa, sapeva benissimo che quel gesto era molto più di un dono, era un vero e proprio atto di riconoscimento ufficiale verso il cristianesimo che sino ad allora si era servito ed accontentato, in maniera "provvisoria", di luoghi di culto che potevano, per così dire, cambiare destinazione d'uso in ogni momento, anche se dobbiamo dire, a dover del vero, che già molto prima del 320 esistevano luoghi di culto permanenti e liturgie "fisse" che davano ai cristiani un certo senso di sicurezza e stabilità. Prima chiesa ad essere pubblicamente consacrata il 9 novembre 324 da papa Silvestro col nome di Basilica del Santo Salvatore, la basilica Lateranense può vantare, a pieno, il titolo di chiesa madre dell'Urbe e dell'Orbe, punto di riferimento di ogni chiesa consacrata successivamente nel mondo, senza però dimenticare che l'amore e l'attaccamento a Cristo ed alla Sua Chiesa rimane la questione centrale per ogni fedele che, fuori e dentro le mura di un luogo di culto, vuole e deve fare memoria del mistero di salvezza che Cristo è venuto a compiere nella volontà del Padre.
Il vangelo di oggi ci mette di fronte ad un Gesù che, all'interno del tempio di Gerusalemme, luogo di culto per eccellenza ed esclusività degli ebrei del suo tempo, compie un gesto che, per certi versi, è in antitesi con la sua mitezza e pazienza e, proprio per questo, diventa un episodio centrale ed emblematico della sua predicazione. C'è da dire che oggi come allora vi era l'esigenza viva e sentita di ritornare ad un culto sincero e coerente verso Dio, specie nei luoghi dove più Dio era "nominato" e "praticato". Mettendo da parte le sinagoghe della Palestina di duemila anni fa, dove comunque il culto era legato solo alla Parola di Dio ed ai suoi commenti, il luogo dove Dio aveva preso dimora presso il suo popolo e la sua grazia agiva senza ritardi era proprio il Tempio di Gerusalemme, dove nessun pio ebreo tardava ad andare in pellegrinaggio per incontrare la misericordia del Signore ed il perdono dei propri peccati. Era comunque un luogo dove si predicava e proclamava la Parola, dove Gesù, chissà quante volte, oltre quelle riportateci dai vangeli, si era fermato ad insegnare, incarnando nella sua specificità il segno di quell'Alleanza fra Dio ed il suo popolo, che altro non poteva fare di più significativo che donare un perdono, una riconciliazione - sia pure nella pratica sacrificale - segno reale di un Dio che, in Cristo, voleva e vuole sempre di più mostrarsi Padre e padre di misericordia.
La profanazione di un mercato in questo luogo era, agli occhi di Gesù, una provocazione profonda, un segno che sfregiava la logica del vero amore che, per essere tale, non può essere comprato od essere oggetto di trattativa di mercato. Di fatti se l'amore è frutto di mero scambio o compravendita in realtà è amore di prostituzione! Pretendere di poter comprare l'amore altrui - figuriamoci quello di Dio - non può essere mai paragonato a quell'Amore gratuito e preveniente che si dona senza riserve, ed a cui si può rispondere solo in libertà senza nessuna pretesa.
Da notare che l'unico a rimanere a terra, dalla furia di Gesù, è l'oggetto che più rappresenta il nemico di Dio per eccellenza, il denaro, oggetto di scambio di quell'amore di prostituzione totalmente estraneo dall'Essere di Dio e sfigurativo di ogni Sua immagine, compresa quell'immagine che ogni uomo è chiamato ad essere ad immagine di Dio stesso.
Totalmente avulso al suo nemico mammona, Gesù può fare finalmente del suo corpo quel Tempio che è "casa del Padre", e che sostituisce in maniera definitiva il tempio dei sacrifici corrotto dalla logica del mercato e dall'arroganza del potere. Il corpo-tempio di Gesù diventa così il vero segno di quella salvezza - questione centrale e imprescindibile - che il Padre vuole donare ai figli e lo diventerà nella definitiva e completa donazione di se stesso nell'evento Pasquale, nella sua Passione, Morte e Resurrezione. I discepoli capiranno questo proprio alla luce della mattina di Pasqua che illumina ed illuminerà sempre la Chiesa.
Alla luce di quanto detto mi nascono spontanee delle domande:
1. Quanto le nostre Chiese sono segno e presenza di quell'amore gratuito e donativo, immagine dello stesso Amore del Padre?
2. Quale zelo oggi divora le nostre comunità ecclesiali nell'onorare la Salvezza che la Passione, Morte e Resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo ha realizzato col tempio del suo corpo?
3. Quanta passione e quanto impegno mettiamo nell'estirpare e cacciare fuori tutto ciò che nuoce alla nostra salvezza ed alla salvezza altrui?
4. Quali sono gli idoli che oggi sfigurano le nostre "case di preghiera" e paralizzano la nostra capacità di amare come singoli e come comunità?
Vorrei aggiungere una piccola nota conclusiva in risposta a tutti coloro che, nelle pur sensate obiezioni, mettono in discussione il bisogno di un luogo di culto ed il suo mantenimento decoroso: nella logica della Salvezza dobbiamo profondamente credere che anche il tempo e lo spazio ci sono donati in ordine a questa. Il dono di uno spazio reale, come luogo di esercizio della pietà divina e "palestra" della liturgia celeste fondata sull'amore, devono trovare, oltre alla custodia della memoria, occasione di ringraziamento. Celebrando oggi questa festa, in fondo, celebriamo ancora una volta la bontà divina, l'Amore di un Padre, che conosce i bisogni dei suoi figli, asseconda le loro esigenze ed li indirizza pazientemente verso quella salvezza da Egli fortemente voluta e realizzata dal Suo Figlio.
Dobbiamo ammettere il fatto che, anche priva di ogni luogo di culto, alla celebrazione della Salvezza nulla cambia, ma dobbiamo anche ammettere che la logica dell'Incarnazione e della Resurrezione deve mostrarci, necessariamente, qualcosa di importante su come la nostra santificazione non possa prescindere da tutto ciò che ci è dato in dono e custodia per il nostro bene. Ben vengano quindi tempi e luoghi fisici in cui celebrare e santificarci, portando a coscienza che, come tante cose nella nostra vita umana, ne abbiamo bisogno, guardandoci dall'impadronirsene arbitrariamente sino a farne tempi e luoghi di "mercato", ma accogliendoli come dono di quell'Amore paterno che sa cosa di cui abbiamo bisogno!

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