fr. Massimo Rossi Commento su Marco 13,33-37 I Domenica di Avvento (Anno B)

(30/11/2014)
Avvento, tempo di attesa, tempo di veglia.
Inizia oggi un nuovo anno liturgico, l'anno B, l'anno del Vangelo di Marco.
A proposito di attesa, è bene mettere subito in chiaro il significato biblico del termine: un conto è l'attesa, un altro le attese; sono convinto che l'uomo non sia in grado di vivere in atteggiamento di attesa, senza nutrire le sue
attese... In altre parole non siamo capaci ad aspettare qualcuno senza lanciare la nostra immaginazione, senza domandarci: "Come sarà? che cosa farà? Come cambierà la mia vita?...", e soprattutto, senza dare già prima le risposte, formulare le nostre previsioni, o, come si dice oggi, le proiezioni, gli exit poll.
In fondo, l'attesa è suscitata ed alimentata da un desiderio; il desiderio è segno di una carenza, di un bisogno... Dunque era inevitabile che l'attesa del Messia rispondesse alle attese di liberazione degli Israeliti, aspettative più che legittime! Non possiamo trascurare il contesto storico nel quale Isaia vive e scrive: siamo nell'VIII secolo a.C., e il popolo eletto sta attraversando uno dei momenti più drammatici della sua storia: è un tempo di corruzione civile e religiosa, di alleanze sbagliate con l'Assiria, da una parte, e l'Egitto dall'altra; da queste manovre politiche Israele uscì rovinato: Gerusalemme fu distrutta, il Tempio raso al suolo, e gli israeliti deportati a Babilonia.
Da questa crisi durissima, il popolo letteralmente risorse anche dal punto di vista religioso: durante gli ottanta anni della cattività babilonese, si riprese lo studio della S. Scrittura, alcuni libri ebbero una nuova redazione, altri se ne aggiunsero; nacque il giudaismo, caratterizzato dalla liturgia in sinagoga, ove si leggeva e si commentava la Parola di Dio.
Isaia scrive a un popolo smarrito, e dà voce alle attese di riscatto e di redenzione, attese ormai appese a un filo, ma mai del tutto estinte.
Il passo che abbiamo ascoltato inizia con l'affermazione: "Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore": da ciò che segue, intuiamo che la fede del profeta ha più il sapore di un'invettiva contro Dio; è come se Isaia dicesse: "Perché, Signore, non intervieni? nei tempi antichi ti sei rivelato come redentore, come Colui che salva... Fa' qualcosa!!". La lettura, si conclude con le stesse parole: "Ma tu, Signore, sei nostro padre, (...) noi siamo opera delle tue mani.": sarà una mia impressione, ma mi sembra che l'hanimus dello scrittore sia mutato, in queste ultime righe: avverto una profonda fiducia, la convinzione che, se Dio è padre, certo non abbandonerà l'opera delle sue mani.
Le attese messianiche che sostennero gli Ebrei lungo i secoli, si sono compiute con la nascita di Gesù: l'aspetto curioso, addirittura paradossale è che, quando Gesù venne alla luce, non c'era proprio nessuno ad attenderlo, nessuno ad accoglierlo! dormivano tutti, al sicuro nelle loro case ben riscaldate. La prova che Dio non conferma le aspettative degli uomini.
Il Signore avverte i suoi discepoli e tutti i credenti a non commettere lo stesso errore di coloro che erano vissuti trent'anni prima, quando Lui era venuto al mondo, nelle fredde steppe di Betlem...
Del resto, chi avrebbe potuto immaginare che il Figlio di Dio, il Re dei Re, il Leone di Giuda, la radice di Jesse - sono solo alcuni dei nomi con i quali i profeti hanno indicato la persona del Messia - sarebbe nato in quelle circostanze, da una ragazza di umilissime origini, e per di più a Betlemme, quasi per caso? Giuseppe e Maria si trovavano lì di passaggio, per espletare alcune pratiche burocratiche. Ma noi non crediamo nel caso! Anche ciò che sembra fortuito, Dio lo aveva previsto.
Chiediamoci: se fossimo stati nei panni dei contemporanei di Gesù, avremmo pensato, parlato e agito diversamente? Un principe non è mai nato "al freddo e al gelo", come si canta di Gesù Bambino a Natale. Dunque, se quel bambino nasce in quelle condizioni, significa che non è lui il Messia! E così, la verità cede il passo alla logica umana, alle nostre convinzioni, ai luoghi comuni, agli stereotipi...
Tornando alle profezie sul Salvatore, quasi tutte sono formulate usando il genere letterario apocalittico, il quale allude agli ultimi tempi, alla fine del mondo, quando il Figlio di Dio ritornerà in gloria e potenza a giudicare i vivi e i morti. Questa era, questa è la venuta del Messia, così come gli Israeliti la attendevano e che attendono tuttora. Non avevano messo in conto che, "nella pienezza dei tempi" (Gal 4,4), Dio avrebbe mandato la sua Parola-fatta-carne, prima che fosse troppo tardi, affinché l'uomo capisse che l'Onnipotente non era adirato con lui, ma lo amava di amore infinito, ed era disposto a fare qualsiasi cosa, purché (l'uomo) si convertisse...anche morire!
Possiamo insinuare che il natale del Signore, il suo primo avvento nell'umiltà della nostra carne era (un dettaglio) sfuggito alla ‘cabala' ebraica? forse sì, forse no... questo riguarda gli Ebrei...
Ciò che invece riguarda noi, direttamente, è se la venuta del Signore che celebreremo tra quattro settimane, è stata inutile, se sia veramente troppo tardi... oppure c'è ancora lo spazio e soprattutto la volontà di accogliere il Figlio di Dio, lo spazio e la volontà di convertirci, corrispondendo all'amore infinito di Dio.
Si sente dire spesso che accogliere un figlio significa fargli spazio... giusto!
Ma non si tratta di spazio fisico, o non solo! Fare spazio a Dio vuol dire convertirsi!
Dio non può vivere come un affetto tra i nostri affetti, come un impegno tra gli altri impegni, come una cosa cara tra le tante cose più o meno care... Dio ha il diritto di entrare in ogni affetto, in ogni impegno, in ogni cosa... Perché è il Signore della storia, è il Signore del mondo, è il Signore della vita. E un Signore così non può essere atteso e accolto che così.

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