padre Antonio Rungi"Gesù, maestro di preghiera e di solidarietà"

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/02/2015)
Vangelo: Mc 1,29-39
Il vangelo di questa quinta domenica del tempo ordinario ci presenta un duplice aspetto della vita di Gesù Cristo, nostro unico e vero maestro. Egli è una persona sensibile alle sofferenze degli altri e potendo agire nella direzione della guarigione, guarisce tutti coloro che sono affetti da malattie di ogni genere. Nel caso particolare lo vediamo
all'opera nel guarire la suocera di Pietro. In poche parole Gesù viene incontro anche ai parenti dei suoi apostoli, non esclude nessuno dal suo progetto di amore e solidarietà verso i sofferenti. E va sottolineato che si tratta della suocera di Pietro e non della mamma di Pietro, a conferma dello stato coniugale di Pietro, a cui Gesù rivolge uno sguardo di speciale attenzione anche in questa circostanza. Il vangelo, infatti, ci ricorda solo questa guarigione dei parenti stretti degli apostoli. Non ve ne sono altre. Apparentemente la guarigione della suocera di Pietro potrebbe risultare di minore importanza rispetto ai grandi e straordinari miracoli che Gesù compie, in quanto nel caso della suocera di Pietro si tratta di curare una febbre altissima, che costringeva questa povera donna a stare a letto. In gergo medico la febbre è sempre manifestazioni di infezioni e infiammazioni e quando è elevata la febbre può anche portare alla morte. Quindi Gesù interviene per sanare una persona in estremo disagio di salute fisica. Nel linguaggio biblico, la febbre esprime una condizione di difficoltà spirituale, che se non è curata può portare alla morte interiore. E questo può riguardare in po' tutta la situazione interiore di una persona che si allontana da Dio e non viene più il suo rapporto con il Signore, mediante la preghiera e la contemplazione, mediante l'ascolto della parola di Dio e la concreta attuazione di essa nella propria vita.
Ma Gesù non si limita solo a guarire questa donna, ma anche tutte le persone che gli portano, dopo il tramonto, a sera inoltrata. E dal testo del vangelo di questa domenica possiamo ben affermare che Gesù operò guarigioni per tutta la notte. Tanto è vero che solo al mattino poté riposare ed immergersi nella preghiera.
E veniamo, ora, ad un altro aspetto della vita di Gesù Maestro: egli è davvero un esempio mirabile di preghiera e di comunione con il Padre. Lui Figlio dell'eterno Padre, avverte l'esigenza di ritirarsi tutto solo in preghiera a conclusione di un giorno di impegno evangelizzatore e di promozione umana. Nella preghiera c'è il ristoro dell'anima e chi non prega, ci ricorda Gesù, non potrà mai assaporare la gioia della comunione con Dio.
La preghiera di Gesù è forza per il suo cammino di evangelizzatore. Il testo del vangelo di oggi, infatti, dopo il momento di pausa orante che Gesù sperimenta tra la fine della notte e l'albeggiare, Gesù riprende il cammino lungo la Galilea, predicando la buona novella e guarendo ogni infermità, compresa quella della possessione diabolica.
Un Maestro attivo, dinamico, che va in cerca delle pecorelle smarrite e va incontro al bisogno di sapere e di guarire delle persone. Non è un Maestro chiuso in se stesso, autoreferenziale, ma uno aperto agli altri, aperto all'amore e alla solidarietà. Esempio per tanti maestri della fede e nella fede di tutti i tempi che invece di andare verso gli altri, vanno verso se stessi o al limite verso le persone alla quali sono interessati. Gesù va incontro a tutti, a vicini e ai lontani, ai parenti e agli sconosciuti, perché tutti per Lui e in Lui sono parenti se ascoltano la parola di Dio e fanno la volontà dell'Altissimo.
Una persona Gesù che fa il bene e vuole il bene di tutti. Alla luce di questo insegnamento si comprendono le altre due letture di oggi: la prima tratta dal libro di Giobbe e la seconda, ricavata dal vasto epistolario di San Paolo Apostolo, specificamente, dalla prima lettera ai Corinzi.
Giobbe ci ricorda la precarietà dell'esistenza umana e il tempo che passa e ci avvicina sempre di più all'eternità e all'incontro con il Dio giudice di amore e misericordia e non il controllore spietato delle cose che non sono vanno nella vita delle persone. Egli scrive: "I miei giorni scorrono più veloci d'una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene". Amara costatazione di come tante volte le nostre giornate scorrono nella totale banalità e non siamo capaci di fare il bene e di vedere il bene che pure esistenze intorno a noi. Siamo dei depressi interiori e spirituali chiusi in una visione pessimistica o nichilista dell'esistenza.
Per Paolo invece non è così e non dovrebbe essere così per tutti i cristiani. Non ci possono essere zona d'ombra nella vita dei credenti, ma tutto deve farsi luce e speranza. Egli è felice ed orgoglioso di annunziare il Vangelo e se non lo faceva, potremmo dire con esattezza, che stava male. La gioia dell'annuncio lo porta ad assaporare in se stesso la gioia della missione. Quanti Papi, Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici sperimentano la vera gioia cristiana nell'annunciare il vangelo anche in situazioni di gravi impedimenti e difficoltà. Non bisogna mai aver paura di annunciare Cristo e farlo in ogni tempo ed in ogni situazione, perché l'annuncio parte dalla gioia ed arriva alla gioia. E' un circolo di vera felicità spirituale che solo Dio può dare a chi parla di Lui e in nome di Lui e diventa il "profeta" ogni giorno in tutti i luoghi dove il cristiano svolge la sua missione. A questo atteggiamento di fondo, si aggiunga quanto l'apostolo scrive in questo bellissimo brano della prima ai Corinzi: "Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch'io". Quanto è bello pensare ad una chiesa missionaria ed evangelizzatrice sul modello Paolino ed oggi sul modello di Papa Francesco che incarni il messaggio cristiano con gesti veri di amore ed attenzione verso gli altri. Tutto dovremmo farci servi degli altri per portare a Cristo il maggior numero delle anime che lo cercano con cuore sincero e che spesso trovano in noi solo muri e muraglie di resistenze varie. Farsi debole con i deboli, essere vicini alla sofferenza ed ai bisogni dei fratelli, questo è l'annuncio del vangelo della gioia che deve permeare il cuore, la mente e l'azione di ogni discepolo del Signore.
Sia questa la nostra umile preghiera di oggi e il nostro proposito di bene che vogliamo assumere in questo giorno del Signore: "O Dio, che nel tuo amore di Padre ti accosti alla sofferenza di tutti gli uomini e li unisci alla Pasqua del tuo Figlio, rendici puri e forti nelle prove, perché sull'esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore, illuminati dalla speranza che ci salva". Amen.

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