padre Gian Franco Scarpitta "Compagno scomodo ma necessario"

V Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (08/02/2015)
Vangelo: Mc 1,29-39 
Abbiamo visto Gesù la settimana scorsa mentre imponeva se stesso sulle forze del male, liberando dal demonio un ossesso astante della sinagoga. Anche in questo episodio evangelico Marco ci descrive l'autorità di Gesù sul principe delle tenebre che presenzia in altri indemoniati, stavolta
citati succintamente e senza particolari. Gli indemoniati gli vengono posti innanzi e Gesù provvede immediatamente a liberarli e mostrando la sua potenza su di loro manifesta anche la sua forza determinante sul dilagare del male nel mondo e per ciò stesso sul peccato. Gli indemoniati vengono citati infatti accanto aogli ammalati: intervenendo sui primi con autorità Gesù dimostra di avere la meglio non soltanto sul diavolo in quanto entità reale, ma anche sugli effetti della sua opera, cioè sulla malvagità e sul peccato. Con gli esorcismi Gesù dimostra di avere la meglio oltre che sul demonio che possiede i malcapitati ossessi anche sull'opera stessa del Maligno. Gesù sconfigge il male e la morte con la sua stessa presenza e con le sue affermate opere di misericordia; la speranza poi ci invita a intravvedere che da parte dello stesso Signore il male sarà definitivamente debellato alla fine dei tempi, quando con il giudizio si affermerà il trionfo definitivo di Gesù su Satana, il cui potere sarà definitivamente abbattuto. "Vidi Satana cadere come una folgore" è il titolo di un vecchio saggio teologico.
Quanto alle malattie e alle varie infermità e al dolore fisico Gesù non si mostra certo impotente, ma l'esistenza stessa dei patimenti e delle infermità non può non comportare per noi interrogativi inquietanti: perché la sofferenza di un innocente, o di una persona generosa, il dolore atroce di chi è costretto all'immobilità di tutti gli arti, le lunghe giacenze di una persona in stato di coma irreversibile? Perché l'inaspettato sopraggiungere del cancro che stronca la vita di una persona nel giro di poche settimane, mandando all'aria sogni, progetti e inventive? Le domande diventano ancora più pertinenti quando a patire sono le persone oneste, generose e altruiste, che non meriterebbero affatto di soffrire: Che male ho fatto per meritare questo? Certamente il problema del dolore e della sofferenza, accompagnato dalla fame, dalla violenza e dalle numerose guerre che insanguinano il mondo mietendo vittime innocenti suscita un vera e propria sfida anche per l'uomo di fede, che molte volte difficilmente riesce a conciliare l'evidenza del dolore con l'esistenza di un Dio buono e provvidente.
Infondere coraggio agli ammalati e ai sofferenti non sempre è un ministero facile. Nella mia attività pastorale ho riscontrato più volte sdegno e refrattarietà da parte di persone allettate che non trovavano certo conforto dalle belle parole di chi non viveva la loro stessa situazione. E del resto si deve comprendere che a volte è fin troppo facile parlare da una prospettiva ben differente, senza sperimentare il disagio di chi è costretto a vivere certe sofferenze.
Il dolore resta sempre un compagno scomodo, una dimensione antipatica e ostile che minaccia il gusto della vita e infrange la serenità mettendo in serio pericolo la perseveranza nella fede e per questo costituisce una prova assillante dalla quale del resto è impossibile fuggire.
E tuttavia non sono pochi i casi in cui la sofferenza e la malattia, per quanto possa sembrare inverosimile, sono diventati occasione di incontro esistenziale con il Signore, di conoscenza e di intimità con Dio, in una parola, di conversione. Molta gente conosce Dio proprio nell'esperienza del male e della sofferenza e per tanti il dolore fisico e l'angoscia conducono alla scoperta della fede. Victor Hugo affermava che uno dei modi possibili per vedere Dio è proprio quello della lente delle lacrime. Ma che cos'è la sofferenza e come interpretarla?
Nel bellissimo libro di Giobbe (da cui è tratta la prima lettura odierna) la sofferenza fisica viene alla luce sotto molteplici aspetti. Il protagonista Giobbe è un uomo giusto e integerrimo, che Dio mette alla prova nientemeno dietro suggerimento del diavolo: viene privato della salute e diventa una piaga per la sua sofferenza continua e atroce. Attraverso il dialogo con tre amici sulle prime interpreta il dolore come conseguenza di una colpa, come era concezione nell'Antico Testamento, ma nel corso della discussione trova un'altra spiegazione alla realtà del male fisico. La sofferenza è infatti una visita del Signore che vuole educarci e fortificarci mantenendoci nell'umiltà. Dio accompagna l'uomo nel dolore e nella prova permettendo (ma non volendo) che il dolore faccia la sua parte perché possiamo acquisire maturità e solidità e in più è anche un canale di comunicazione con Dio. Nella sofferenza si sperimenta infatti di essere precari e insufficienti, non bastevoli a noi stessi, ma bisognosi dell'appoggio del Signore. Il dolore diventa così comprensibile quando lo si vede nella prospettiva della croce del Figlio di Dio. Come afferma Kierkegaard, non vi è alcuna possibilità di comprendere il dolore se non nella dimensione della croce di Cristo, poiché in essa dolore e sofferenza sono assunte effettivamente da Dio e condivise con l'uomo. Cristo ha sofferto sulla croce primo fra tutti, condividendo la prova della sofferenza con l'uomo, per di più nella solitudine e nell'indifferenza e per giunta anche in mezzo alle umiliazioni e agli sberleffi che hanno accompagnato la sua morte e per ciò stesso può adesso fare propria tutta l'esperienza del dolore umano. Vista nella prospettiva della croce di Cristo, vissuta nella radicalità della fede e ravvivata dalla speranza e dalla costanza, la sofferenza fisica trova la sua consolazione e le sue occasioni di sollievo, perché la certezza di un Dio crocifisso e risorto che patisce con l'uomo ravviva in noi la certezza di non essere abbandonati a noi stessi. Di più: accettare il dolore ci rende partecipi alla missione di Cristo nell'espiazione dei peccati dell'umanità perché proprio la nostra sofferenza è di ausilio alla salvezza degli altri e nella misura in cui si soffre tanto più larga sarà la nostra ricompensa futura. Nel sollevare la suocera di Pietro febbricitante, Gesù mostra padronanza e superiorità sulla malattia stessa (e la febbre la lasciò), palesando la misericordia e l'amore del Padre nei suoi interventi d'amore solleciti e tempestivi. Probabilmente non sempre Gesù interverrà con la stessa efficacia miracolistica nei curando le nostre infermità odierne; forse non sempre potremo attenderci gli stessi miracoli da egli compiuti sugli infermi citati dagli evangelisti e certamente il suo procedere non ha la stessa immediatezza che aveva nei loro confronti. Tuttavia egli non manca di risollevare ogni afflitto e ogni ammalato facendo sì che questi interpreti la propria esperienza come occasione di speranza e di gloria ventura e realizzando che questi trovi nello stesso Signore il fondamento e lo sprone di fiducia e di perseveranza, nella consapevolezza che il dolore, se accolto con vera fede, non è mai inutile o infruttuoso.
Gesù manifesta la misericordia del Padre nei suoi interventi risolutivi alla sofferenza mostrando come la fede è una prerogativa esaltante con la quale poter vincere l'estenuante prova del male fisico, ma ci ragguaglia anche del fatto che il soffrire umano è un'esperienza necessaria quale tappa per giungere alla gloria.
Va presa del resto in considerazione un'affermazione di Schopenhauer: "Noi proviamo il dolore, ma non l'assenza di dolore". Cosa sarebbe della nostra vita qualora fossimo esentati dal dolore fisico e dai patimenti? Perderemmo la coscienza della nostra corporeità e i rapporti con le cose sarebbero labili e difficili, perché con la perdita di senso del corpo si perde anche il senso dell'individualità. Non avremmo coscienza di essere noi stessi e proprio l'assenza di dolore condurrebbe rapidamente alla morte, perché toglierebbe in noi il necessario "campanello d'allarme" per gli stimoli reattivi. L'assoluta mancanza di dolore fisico determinerebbe in noi un senso di eccessivo ottimismo e di risoluta indifferenza verso le malattie che in ogni caso distruggerebbero l'organismo e la cosiddetta liberazione dal male e dalla sofferenza fisica diventerebbe prospettiva di morte molto più che con il dolore sofferto. Allora la sofferenza serve a qualcosa.

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