don Giorgio Scatto"La passione di Gesù è come un piccolo seme che ha portato un frutto abbondante "

Letture: Ger 31,31-34     Eb 5,7-9     Gv 12,20-33MONASTERO MARANGO CAORLE (VE)
1)Che cosa desidera ogni uomo? Innanzitutto di essere liberato dalla morte. Noi non vogliamo morire, ed è per questo che cerchiamo delle vie d’uscita. Le cerchiamo attraverso le vie del
potere, dell’affermazione della forza che può dominare sugli altri, vincendo su tutto, anche sul potere della morte. Oppure attraverso l’accumulo delle cose, la possibilità di comprare ciò che si vuole, anche la morte, a qualsiasi prezzo. O anche attraverso il culto della propria persona, la via della seduzione, che può ingannare chiunque e imbrogliare anche la morte. Anche Gesù ha desiderato di non gustare l’amarezza della morte, di non bere il suo calice velenoso. Anche per lui la morte è l’umiliazione più radicale e assoluta, l’annientamento di ogni relazione e di ogni possibilità di bene. La morte è il male assoluto. Ma Gesù non ha percorso la strada inclinata e scivolosa del potere e dell’avere. Non è stato vinto dalla tentazione di offrire una rappresentazione seduttiva di se stesso, se pur sia stato accarezzato anche lui, per tutta la vita, dall’alito caldo di una parola menzognera del satana che lo voleva spingere su questa via. Gesù non ha fatto come noi.
Nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte. Colui che ha assunto la nostra condizione umana, che è stato tentato in tutto come noi, sa che solo Dio può salvare dalla morte. Nemmeno l’alleanza che Dio ha concluso con i padri, quando li prese per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, ha questo potere. La Legge, sigillo dell’alleanza, che pure indica una via di libertà e di vita, si rivela ben presto, nei fatti, una inflessibile accusatrice dell’uomo, lo inchioda alla responsabilità del proprio errore e del proprio fallimento. San Paolo scrive: ”Io acconsento nel mio intimo alla Legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra” (Rom 7,22-23). Sì, mentre cerchiamo la vittoria sulla morte, in realtà diventiamo prigionieri del peccato che conduce alla morte. E la Legge sta lì, immobile e impassibile, a giudicarci.
Gesù invece, tentato come noi per tutta la sua vita, non cessa di rivolgersi al Padre. Offre preghiere e suppliche. Grida e piange. Sento in queste espressioni forti tutta l’angoscia che scaturisce dall’umanità di Gesù, tutta la sua impotenza di fronte alla morte, che sembra non risparmiare nessuno. Nemmeno il Figlio di Dio.
Fu esaudito per il suo pieno abbandono. Di fronte alla morte Gesù sa di non aver altra via d’uscita se non nella consegna, umile e totale, della sua vita nelle mani del Padre. Solo lui lo può liberare. Mi sono chiesto cosa significa, in concreto, abbandonarsi pienamente in Dio, per essere salvati dalla morte. La risposta la dà ancora il testo della lettera agli Ebrei, quando leggiamo: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”. Gesù ha imparato ad abbandonarsi al Padre, ad aver piena fiducia in lui, attraverso le cose che ha patito: le preoccupazioni dei suoi familiari, che volevano riportarlo a casa, ritenendolo pazzo; il giudizio totalmente negativo delle autorità religiose, che lo credono indemoniato; la durezza di cuore e l’incomprensione più assoluta di coloro che lui stesso si era scelto perché stessero con lui; il tradimento degli amici e infine la condanna a morte, la passione, il supplizio della croce e una morte ritenuta scandalosa. E mentre tutti lo giudicano come abbandonato anche da Dio, Gesù consegna il suo sì definitivo al Padre. La liturgia pasquale della chiesa ortodossa canta infinite volte: “Cristo è risorto dai morti, calpestando la morte con la morte, e ai dormienti nei sepolcri ha donato la vita”. Con la sua morte Gesù diventa causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono. San Paolo arriverà a scrivere: “Gesù, per mezzo della sua carne, ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti” (Ef 2,15). La Legge l’ha messo a morte nella carne, ma con la sua obbedienza Gesù ha distrutto la potenza della Legge che decreta la nostra morte, e ha posto in noi la Legge dello Spirito, scritta sul nostro cuore. Percorrere la via dell’obbedienza è, anche per noi, abbandonarsi al Padre, camminando sui sentieri dello Spirito. Lo Spirito, che è amore, è più forte della morte.
Tutto questo l’ho vissuto personalmente, visitando nei giorni scorsi le comunità cristiane dell’Iraq. La violenza e la forza distruttiva del potere della morte li ha strappati dalle loro case e dai loro villaggi. Sono fuggiti nella notte senza poter prendere nulla con sé. Ma hanno custodito la fede. Con loro ho potuto pregare: “Se il Signore non fosse stato con noi, quando uomini ci assalirono, ci avrebbero inghiottiti vivi, nel furore della loro ira” (Sal 124). E ancora: “Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni” (Sal 126). La passione di questo popolo ripercorre la via della passione del Signore. E’ così anche di molte altre comunità cristiane, in questo tempo di persecuzione. E’ anche la storia di molti altri, se pur non appartenenti al popolo dei cristiani. In tutte queste storie vediamo il volto di Gesù, quel volto che molti, anche oggi, desiderano vedere: “Vogliamo  vedere Gesù”. La passione del Figlio dell’uomo è come un piccolo seme che, caduto a terra, ha portato un frutto abbondante. La passione dei cristiani, come la passione di ogni uomo, è ancora un piccolo seme. Viviamo nella certezza, bagnata dalle lacrime, che da questo seme, gettato nel cuore della terra, germoglierà una nuova vita. Gesù, innalzato sulla croce, attirerà lo sguardo del mondo intero. Il martirio dei cristiani è già annuncio di una vita che riporta la vittoria sulla morte.

Giorgio Scatto

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