DON Tonino Lasconi, "Un selfie con l'albero tutto foglie"

Un selfie con l'albero tutto foglie
III Domenica di Quaresima - Anno C - 2016
TESTO (Lc 13,1-9) 
La parola di Dio di questa domenica ci offre la possibilità di praticare una delle mode più ossessive
dei nostri giorni: un "selfie" (un autoscatto per chi non fosse aggiornato) con l'albero della parabola.

L'abbiamo ascoltata: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: "Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?"».

Mettiamoci accanto a quell'albero, e facciamoci un bel selfie, poi sistemiamo l'immagine in modo da averla sempre davanti agli occhi, per ricordare che - speriamo non sempre, ma sicuramente in certi periodi e in alcune situazioni - siamo anche noi così: tutte foglie e niente frutti.

Potremmo dire: "Paragonarci a un albero soltanto con le foglie non è esagerato? Poi, perché tutti questi inviti alla conversione? Siamo proprio così cattivi, da dovere continuamente convertirci? In fondo cosa facciamo di male? Tutto sommato, la nostra vita è da bravi cristiani, senza grandi cedimenti al male, e anche disponibili a compiere opere buone, quando capita l'occasione, e quando ci vengono richieste".

Sarebbe giusto pensare così, se i frutti che ci vengono richiesti dal padrone del campo consistessero esclusivamente nell'evitare il male e nel compiere qualche opera buona. Invece non è così. Pensiamo a Mosè. Abbandonata ogni velleità di difendere il suo popolo con la forza, fuggito dalle ire del faraone, messa su famiglia, se ne sta tranquillo, oltre il deserto, in montagna, a pascolare il gregge, senza fare niente di male, anzi dando una mano al suocero, Ietro. Cosa dovrebbe fare di più? Tanto di più secondo Dio, che lo chiama a lasciare quella vita tranquilla per dedicarsi al bene del suo popolo: "Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele".


Attenzione!

Dio non lo chiama per ottenere qualcosa per sé. Ha già tutto. Lo chiama per affrontare il Faraone che opprime il suo popolo, perché le sue chiamate sono sempre per il suo popolo. Vedi i Giudici, i re, i profeti, Maria e Giuseppe. E Gesù. E Gesù è come il Padre. Non chiama i Dodici a una vita pia e devota, ma: "Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10, 7-8). E come chiama i Dodici chiama ciascuno di noi.


Ecco il selfie con l'albero tutto foglie.

Se ci guardiamo sullo specchio dei nostri criteri umani, possiamo ritenerlo esagerata. Non così sullo specchio della volontà di Dio. Su quello scopriamo di non osservare abbastanza la miseria del suo popolo e di essere troppo sordi al grido dei sofferenti.

Teniamo allora il nostro selfie bene in vista. Non, però, per affliggerci con i sensi di colpa, perché il "tale" che pianta l'albero di fichi - la vita di ciascuno di noi - è Dio, e il vignaiolo che lo invita a pazientare: "Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai», è il Figlio, è Gesù.

Ciò che siamo chiamati a fare è accogliere l'ammonimento di Paolo: "Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere", per non sentirci mai arrivati.

Ciò che ci serve è accettare la zappa e il concime di Gesù, cioè l'impegno a crescere ogni giorno nell'amore del Padre e di tutti i suoi figli, attenti a consolare come possiamo tutte le miserie e le sofferenze, perché esse, come quelle dei Galilei massacrati da Pilato, e delle diciotto persone travolte dal crollo della torre di Siloe, non sono una punizione di Dio, ma un segno del nostro essere creature fragili. Fragilità che siamo chiamati ad accettare come condizione umana, ma per quanto è possibile a soccorrere e consolare.

Fonte:http://www.paoline.it/

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